Archivi del mese: gennaio 2009

Ditemi voi cosa fareste al posto mio

Oggi ho trovato per l’ennesima volta i fiori strappati, alla palina. Da ottobre, quando il matto mi ruppe il polso davanti al cancello della sua villa (mentre gli chiedevo perché aveva lacerato con un coltello gli occhi della foto di Titti) succede quasi ogni giorno. Io metto, lui toglie. Ormai non segnalo neanche più i suoi raid a suo fratello, che fa l’avvocato. Tanto non serve. Giovanni ha seri problemi psichici, è già stato internato coattivamente per due volte, senza alcun miglioramento, e non dà retta a nessuno, neanche ai genitori e al fratello. Neanche ai carabinieri.

Io non so più cosa fare. Ad un certo punto ho persino pensato che fosse un segno mandatomi da Titti perché smettessi di mettere i fiori alla palina, ma poi i suoi compagni mi hanno esortato a non desistere. Quel luogo sempre fiorito è diventato per loro e per chi passa da Viale Thovez un posto di pace, che per un verso funge da monito ai giovani che sfrecciano lì di fianco in moto troppo velocemente, e per un altro funziona da appuntamento volante, da luogo di colloquio per gli amici di Titti che le vogliono rivolgere un pensiero, una preghiera, un saluto. Un posto senza orari e sempre aperto, non come il cimitero, che ha orari precisi, a una certa ora apre, a una certa ora chiude, e poi è scomodo da raggiungere.

Infatti, quando trovo (e succede spesso) una cicca pestata davanti alla palina, capisco che qualche amico (o amica) di Titti si è fermato lì a fumare e a salutarla. Se la cicca non è pestata potrebbe anche essere stata buttata dal finestrino di un’auto di passaggio, ma se è pestata è proprio quella fumata da qualcuno che si è fermato lì apposta. E a me la cosa fa piacere, scalda il cuore.

Ho anche pensato che l’insistenza ossessiva del matto nel portare via i fiori sia una prova per la mia pazienza, per la mia capacità di sopportazione, doti nelle quali non ho mai brillato in vita mia. Una specie di esercizio-espiazione, visto che ancora l’anno scorso, a 62 anni, sono stato licenziato dal giornale per aver perso la pazienza e aver litigato duramente col direttore. Però è difficile. Tanto, troppo difficile. Ogni volta che trovo tutto strappato, tutto sottosopra (oggi il matto aveva persino voltato dalla parte opposta il catarinfrangente giallo con la foto di Titti) devo respirare a lungo e profondamente per dominare la rabbia, per non formulare nella mia mente pensieri feroci di vendetta. Poi, pian piano, mi calmo e riesco anche a pregare. Però sono sempre più stanco…

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La pulce e l'elefante

Ma non s’era detto che l’effetto-serra avrebbe ridotto la Padania come il Borneo e le calabrie come il Sahara? E’ da Novembre che in Italia fa un ginicco mariano (freddo della Madonna). Le campagne e i tetti del Nord sono ancora sotto la neve. Un inverno così a Roma non si registrava dal 1862. A Imperia, dal 1885. E non illudetevi che sia colpa delle periodiche eruzioncine (quasi dei ruttini) dell’Etna e dello Stromboli: ci vogliono eruzioni ben più serie per avere influenze significative sul clima, come quella del Tambora nel 1916 (che causò il calo di un grado nella temperatura mondiale), o quella del Pinatubo nel 1991 (che provocò il calo di mezzo grado).

Non è neppure colpa dei razzi di Gaza, o dei botti americani in Iraq e in Afghanistan. Però, per tenere alto il nostro tasso di adrenalina da spavento, gli “esperti” climatologi della Ecotaliban Cazz Band si sono messi il cappello a cono, hanno preso la loro ormai logora (per l’uso che ne fanno) sfera di cristallo ed hanno partorito l’ultima cazzata: «se il ‘900 è stato il secolo delle guerre per il petrolio, il 2000 sarà quello delle guerre per l’acqua». Non è la prima volta, a dire il vero, che sento sputare questa cassandrata, e sarebbe ora di smetterla. L’acqua, quella è, e quella resta. Se è salata la dissali, se è inquinata la purifichi, ma si rinnova in ciclo, non puoi finirla, come il petrolio. Sarebbe come dire che, a furia di respirare, esauriremo l’aria.

Ma i maghi parlano d’acqua (al futuro) perché non possono parlare (al passato) di buco nell’ozono: con loro grande disappunto (e perdita di credibilità) lo squarcio nello strato di ozono sopra il polo sud non c’è più, e non certo a causa del poco gas freon risparmiato dai paesi ricchi con la lotta alle bombolette spray. S’è chiuso e basta, così come s’era aperto. Certi fenomeni ci sembrano catastrofici, e invece sono solo malori passeggeri che il pianeta ha superato molte altre volte. L’effetto-serra attuale (sempre che prosegua, che sia dannoso e che sia davvero causato dall’uomo) è un’inezia di fronte ai picchi termici che la terra ha registrato nei suoi 4 miliardi di vita. Nelle grandi glaciazioni il mare calava fino a 30 metri sotto il livello attuale. Il Sahara era una foresta e il pack arrivava a Berlino. Nelle deglaciazioni, invece, il mare saliva anche di 100 metri e occupava tutta la Val Padana, mentre la Groenlandia (green land) verdeggiava di pascoli. Che senso ha dare all’uomo (che ha passato il 99% dei suoi 1.700.000 anni di vita eretta in branchi nomadi e solo l’ 1% in società stanziali) la colpa di tutto? 

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Viva Marx, abbasso Leni

Finalmente una giornata della memoria rossa in sordina. I compagni hanno le loro gatte da pelare: fra grane giudiziarie, minacce di dimissioni, liti fra i sindacati, scandali telefonici, faide tra procure, i sondaggi li danno in calo. La gente, d’altra parte, si sta accorgendo del loro piede tenuto in due staffe: pro-ebrei ad Auschwitz, anti-ebrei a Gaza. Poteva mica andare avanti ancora tanto, questa farsa, almeno con la stessa enfasi. Per ciò stavolta l’abituale geremiade del “non dimenticate le vittime dei neri” gli è venuta male, svogliata, con un suono fesso di campana rotta.

Che stiano acquisendo il senso del ridicolo, i compagni? Quel senso che solo sei anni fa non avevano ancora, al punto di non vergognarsi di relegare nel museo della montagna la retrospettiva di Leni Riefenstahl, “impresentabile regista di Hitler”. La rossa Torino non si vergognò neanche un po’ di confinarla al Monte dei Cappuccini (dopo averla sdoganata quasi di straforo) con la scusa dell’alpinismo e delle esplorazioni: le bastò intitolare la rassegna: «Leni Riefenstahl: vette, icebergs e abissi».

Viltà faziosa, quella, che disonorò la nostra città, culla del cinema, sede del suo museo, organizzatrice di un film festival diretto dal “grande” Nanni Moretti, dispensatrice di ricche sovvenzioni e di orgogliosi patrocinî al festival del cinema gay. Ma così fu. Leni aveva appena passato i cento anni e morì di lì a poco. Fu una grande occasione perduta, per onorarla, anche se si diceva che fosse stata l’amante del Führer. Nessuno saprà mai se è vero o no, ma se lo è povera Leni: baffino non era certo un Casanova, anzi, considerava il sesso una perdita di tempo. Non come Cerutti, che a cinquant’anni si spolverava un paio di damazze al giorno nella sala del mappamondo, senza manco levarsi gli stivali, poi teneva testa all’amante ventenne Claretta e infine assolveva anche i doveri coniugali con donna Rachele a Villa Torlonia.

Ma la colpa di Leni, per i compagni, era e rimane quella d’aver raggiunto il successo sotto il Reich. Ciò bastava e basta ancora oggi a squalificarla, come successe anche al filosofo Heidegger e al più grande pianista del secolo, Backhaus, osteggiati nel dopoguerra per aver continuato a lavorare nella Germania nazista. E’ un ostracismo duro a morire: ancora pochi giorni fa Rai3 definiva la Riefenstahl “discussa regista”. Discussa da chi? Ma da quei girotondini, da quei narcisi ex-sessantottini che da giovani correvano nei cineforum ad applaudire le mappazze di Eisenstein, uno che esaltò i massacri di Lenin e Stalin e fece carriera sotto la più sanguinaria dittatura della storia. Ecco perché il suono della giornata della memoria rossa è sempre più fesso: sono troppi, ormai, i Fantozzi a sapere che la Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca 
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Coccodrillo all'odor di zolfo

E’ morto Marianini. Il trilaureato, ex tonsurato, poeta, demonologo, professor Gian Luigi Marianini, Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri Templari, era diventato famoso presso il grande pubblico 50 anni fa, ai tempi di “Lascia o raddoppia”, ma con la sua eleganza stravagante, la sua rara erudizione e il suo personalissimo eloquio, ampolloso e farcito di vocaboli arcaici, era già un colorito personaggio prima della guerra, quando recitava nelle riviste goliardiche di “Cavùr”, e lo rimase poi per tutta la sua lunga vita (era del 1918), finché la cecità non lo costrinse al romitaggio domiciliare. Questa società di plastica, che fabbrica e brucia gli idoli in tre giorni, godrà sempre meno di tipi così. Gianluigi era quel che si dice un “bon vivant”. Eccentrico, magari, ma di un’eccentricità genuina, non studiata. Anche il suo modo forbito d’esprimersi , che tutti pensavano fosse una posa, non lo era affatto. Lui parlava davvero così. Una volta lo udii rivolgersi al bigliettaio del tram con queste parole: “Mi porga, o valido garzone, uno di codesti suoi tagliandi multicolori ond’io possa fruire a buon titolo dell’omnibus elettrico a cui ella, qual novello Caronte, disciplina l’accesso”. Non vi dico la faccia dell’ometto in divisa, che non aveva capito un cazzo, e le risate di noi goliardi che accompagnavamo il professore.

Di lui mi intrigava il ruolo di demonologo. Fu lui a dissuadermi dal proseguire in certi esperimenti medianici che in un certo periodo della mia vita parevano calmare l’angoscia esistenziale che m’attanagliava. “Lascia perdere – mi disse – ho visto troppe persone deboli finire male, percorrendo quella strada, e tu oggi sei troppo debole”. Come aveva ragione! Ci ripensai quando si uccise quell’antropologa, Cecilia Gatto Trocchi, volto noto della Tv, ospite frequente ed autorevole di Vespa e Costanzo. Come Marianini, la Gatto Trocchi era una specialista in satanismo che, oltre a viaggiare in Africa, America Latina e India per approfondire le tematiche magico-simboliche, le mitologie e i rituali primivitivi di quei paesi, aveva analizzato col metodo della ‘osservazione partecipante’ (cioè infiltrandovisi) i gruppi magico-esoterici, rivelando i comportamenti degli adepti delle sette e dei movimenti occulti.

Questa sua lotta spietata al satanismo le aveva causato molte minacce di malocchio (dalle lettere minatorie alle foto di bambole woodoo con le sue sembianze trafitte da spilloni, fino ai gatti morti gettati nel giardino), minacce di cui lei era solita ridere con ironia, finché nel 2004 il suo giovane figlio morì in un incidente stradale. Lei, dopo aver fallito il suicidio col veleno nella primavera seguente, ci riuscì in estate buttandosi dal quinto piano. Magari fu solo il “normale” epilogo drammatico di una forte depressione, ma collegandolo alle parole dettemi da Marianini e  a tutte le maledizioni che la Trocchi aveva ricevuto, rimasi profondamente scosso. Non era difficile vedere in quella donna un personaggio simile a certi eroici medici che muoiono contagiati dai morbi che stanno curando, come successe al Dottor Urbani con la Sars.

Ebbene, Marianini era esattamente come lei: un infiltrato dei circoli medianici, un altro grande mandato “sul campo” (come gli esorcisti )dalla Chiesa Cattolica, a lottare contro il demonio. La sua profonda religiosità lo salvò dal fare una fine simile a quella della professoressa Trocchi, ma lui stesso era solito dire che “a stuzzicare Satana si finisce per puzzare di zolfo”. Me lo disse una notte in auto, tornando da Genova, dove lo avevo accompagnato a tenere l’ennesima conferenza sul satanismo. In un momento in cui la conversazione fra i quattro passeggeri della mia Volvo era caduta, Gianluigi propose di dire il rosario. Accettammo. Ricorderò sempre quelle avemarie dette in latino, mentre lontane luci di colline monferrine brillavano nel buio, oltre i fari. E fu alla fine del rosario che lui disse quella frase. L’odore di zolfo, in effetti, era svanito. Sit tibi terra laevis, Johanne Alovisie.

 

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Coccodrillo sott'aceto

Ieri erano 7 anni dalla morte di Gianni Agnelli. Gli dedicai all’epoca un coccodrillo irriverente sul quotidiano per il quale scrivevo, e mi piace celebrare la ricorrenza rispolverandolo oggi, con qualche adattamento. Dico irriverente perché, mentre i coccodrilli degli altri grondavano compunzione e interessato dolore, il mio cominciava con una barzelletta. Dio accoglie personalmente Agnelli sulla soglia del paradiso: «Gianni! Tu qui? Ma non dovevi disturbarti! Scendevo io!» Era stata la prima battuta che mi era venuta in mente per graffiare con un sorriso il plumbeo lutto universalmente ostentato per la scomparsa (abbondantemente prevista) del vecchio monarca.

Non lo dicevo io, monarca. L’avevano detto in diretta mondiale quelli della CNN: «Agnelli was the true king of Italy». Meno male che a Torino siamo (eravamo?) più abituati ai monarchi, e quindi Giovanni II Von Kisontal era per noi un personaggio più familiare che istituzionale. Persin più amato del suo militaresco nonno (el senatùr) e dell’altro satrapo, Valletta (el rasuné). Costui era davvero una iena: pensate che una volta licenziò sui due piedi un usciere per un’inezia di cui non aveva colpa, e i superiori, dato che l’impiegato era un brav’uomo con moglie e figli a carico, lo spostarono in un altro stabilimento per non fargli perdere il pane. Bèh: dopo ben tre anni Valletta passò per caso in quello stabilimento, lo vide, lo riconobbe, e lo fece immediatamente buttare in strada.

Gianni, almeno, ‘ste carognate non le ha mai fatte. Per questo i vecchi operai torinesi lo chiamavano “Giuanin lamiera” oppure “Nino ‘l fondeur” oppure ancora, dopo l’incidente d’auto che lo rese zoppo “Gamba ‘d bòsch”. Sono nomignoli affettuosi, eredità d’un tempo in cui tutti avevano lo “stranòm”, il soprannome. Molti piemontesi, intervistati dalla Tv sulla sua morte, dissero allora: «Mi spiace, ci ha dato il pane per tanti anni». Bertinotti si sarà stracciato il cachemire nell’udire una tal bestemmia (per i rossi il pane è un diritto “a prescindere”, che scambiato col lavoro non prevede gratitudine, anzi…), ma la realtà era quella, e il popolo lo sapeva.

In un “pianeta” del 1910 (quei foglietti coi numeri del lotto e le parole delle canzoni, offerti dai mendicanti dell’epoca in cambio dell’obolo) c’è la “canzone dell’automobile”, il cui ritornello fa: «Trista la vita, sempre gumé, travajé sempre e mai gnun pié, ma sòn l’é niente, s’a jé da fé, piand quaichë sbòrgna tut fa passé» (Triste la vita, sempre lavorare duro, lavorare sempre  e mai guadagnare, ma questo è niente, se proprio bisogna farlo, prendendo qualche sbornia fa passar tutto).

L’auto fu l’invenzione con cui gli Agnelli cambiarono il volto a Torino. Fu un bene? Un male? Con tutto quello che Torino ha creato negli ultimi 150 anni e che le è stato portato via, l’auto è stata quella che ha resistito di più. Lui, l’Avvocato, aveva già imparato da Valletta (l’ideatore di Togliattigrad) che per sopravvivere bisognava internazionalizzare, proprio come fa Marpionne adesso. A giudicarlo col senno del poi, Gianni ha internazionalizzato più le sue basette delle sue 127, ma pazienza. Almeno ci ha provato.

 

 

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Vox populi, vox gratis

Spiati, intercettati, filmati, sondati, studiati, seguiti e sorvegliati in tutti i modi: siamo ormai entrati nell’era pre-orwelliana. La privacy è solo una barzelletta. Una presa per il culo che serve soltanto a pagare stipendi da nababbi ai membri dell’authority, a far sprecare tempo e soldi alle aziende in procedure assurde, e ad essere accampata come scusa da chi ha la coscienza sporca. Il buffo è che quanto più siamo eterodoretti e plagiati, tanto più ci vogliono far credere che non è vero “dandoci voce” e “facendoci intervenire” in cazzate che non cambiano il nostro stato di asservimento, ma ci tranquillizzano. Usano l’interattività per ipnotizzarci, e in più ci guadagnano sopra.

Prendete la grande distribuzione. Uno ha l’illusione di essere solo di fronte ai prodotti, autonomo nelle sue scelte, e invece ci sono secoli di studi raffinatissimi ad orientare la sua spesa. Con la scusa delle raccolte di bollini schedano ogni suo acquisto e sanno se è alcolista, vegetariano, sano, malato, vanesio, sportivo, ricco, povero… Con le confezioni dei prodotti (curatissime e invitanti) gli fanno comprare più del necessario. Con le scadenze (quasi sempre anticipate, e comunque applicate anche a prodotti “eterni” come il sale o la vaselina) gli fanno buttar via la roba e consumare di più. L’immondizia è fatta quasi interamente di confezioni e vuoti a perdere, ma la raccolta differenziata chi la fa? Noi. Mentre la tassa sui rifiuti, invece di calare, aumenta.

La gente, intanto, si abitua sempre di più a comprar tutto a scatola schiusa. Tutto in pacchetti, compresi viaggi e svaghi. La fantasia si atrofizza. Ed è per vincere il disagio che ne deriva che hanno escogitato la furbata dell’«interazione». Nella ristorazione, specie sulle navi da crociera, l’interazione si chiama “buffet”, che è solo il nome da festa del self-service aziendale. Nei supermarket è il scegli-prendi-pesa-sigilla (sempre confezione sarà alla cassa, ma fatta da te). Nei villaggi turistici è la partecipazione semiforzata alle attività collettive, con gare e tornei fra gli ospiti perché chi non gareggia faccia almeno il tifo… col karaoke in discoteca perché chi non balla almeno canti… Nello spettacolo è il coinvolgimento del pubblico ( “Tutti insieme! Mani a destra! Mani a sinistra” o i tormentoni  alla Zelig “giustooo? giustooo!”). In radio e in Tv sono le trasmissioni farcite di sms, telefonate, e-mail degli ascoltatori, sulle quali il conduttore ha la stecca dalle aziende telefoniche. Nei giornali sono le intere pagine riempite con la posta dei lettori.

E’ una formula che piace perché dà al fruitore l’illusione di partecipare, e fa risparmiare il ristoratore, l’albergatore, il produttore televisivo, l’editore. Ogni frazione di trasmissione in radio e in Tv costa, come ogni riga sul giornale, ma fatte dall’utente costano zero, e intrigano. Il Tuttosport, ad esempio, sfrutta da decenni l’opinione e la competenza dei lettori (invitando persino i vip in redazione: “oggi Del Piero in diretta…”), e anche la Stampa lo imita quando per dedicare una pagina intera al Toro ne riempie mezza di pubblicità, un quarto con le foto e il pezzo, e il resto con le lettere dei fans. E tu che leggi resti con la vaga sensazione d’esser stato preso per il culo. Perché in crociera hai pagato, poi ti servivi tu. Al Club Méd hai pagato, poi cantavi tu. Se anche il giornale te lo scrive il tuo elettrauto, non vale. Lo avevi già sentito ieri al bar.

 

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La preghiera come arma

Una lettrice così commenta il post di ieri: «non daremmo una piccola mano, un ditino, giusto la punta del mignolo, a questa storia infinita di presunti e reali ragioni e torti, diritti, affronti, soprusi, spietatezze, se anziché dire “col culo per aria” dicessimo semplicemente – per esempio – “prostrati”?». Magari daremmo una mano – le rispondo – ma sbaglieremmo. Siamo a casa nostra, noi. Non finirò mai di ripeterlo, questo, specie con gente che non si sogna di riconoscere il diritto di reciprocità. Cosa avrebbero detto i maomettani di Gerusalemme se i cristiani di laggiù (che sono molto più numerosi, in proporzione alla popolazione, degli islamici a Milano) fossero andati in processione canora con turiboli, croci, statue di santi ed immagini sacre, intorno alla moschea di Al Aqsa? Gli islamici di qui s’incazzano a vedere un crocifisso in classe, e noi non possiamo incazzarci a vederli mostrare il culo alla Madunina?

Non c’entra il diritto di preghiera. Possono pregare quanto vogliono, nel chiuso delle loro case e delle moschee. Ma sono loro che han violato per primi la sacralità della preghiera ostentandola, trasformandola in vessillo, in provocazione, in arma impropria. Questa storia mi ricorda (serbatis distantiis) un caso goliardico che mi vide protagonista decisivo a Salerno nel 1971, l’anno in cui assaltai l’incrociatore americano. Premessa: in goliardia l’inno “Gaudeamus igitur” è considerato sacro come l’inno nazionale in Usa. Da ascoltare in piedi e con la mano sul cuore, a capo scoperto. I goliardi si tolgono la feluca e la tendono al cielo. Oggi per fortuna (e la cosa iniziò proprio dopo la mia clamorosa “rivolta” salernitana) l’inno lo può intonare solo il Capo Ordine o il più alto in grado in sua vece. Ma prima del “caso Salerno ” no. Lo intonava chi voleva. E capitava che nel corso di un pranzo  (specie da brilli) lo intonassero più volte, da ogni parte.

Tu t’alzavi la prima volta, la seconda, la terza… poi basta. E se l’intonatore protestava al sacrilegio, lo mandavi  affanculo. Ma a Salerno capitò di peggio: gli indigeni intonavano ogni momento il Gaudeamus per farci alzare, vedendo che alcuni di noi erano seduti sul mantello. Il loro scopo era strapparcelo da sotto il culo durante l’inno, per chiederne il riscatto. Quando osarono farlo ad Emilio, uno dei miei, salii in piedi sul tavolo della mensa universitaria, dove pranzavamo con tutte le delegazioni, e feci la mia flippica: “Non solo non accetto l’uccellagione, ma pretendo le scuse. E non solo per l’estorsione, ma soprattutto per l’abuso che è stato fatto del Gaudeamus, ridotto da inno sacro a strumento di furto. Voglio il manto entro cinque minuti, se no gli Ordini del nord abbandoneranno la vostra festa”. Tutti Ordini del nord infatti (e molti del sud) mi avevano già dato piena solidarietà. Il manto rientrò subito, con tante scuse. Ma Torino lasciò la festa lo stesso, a spregio. Da allora nessuno più abusò del Gaudeamus. Capito il parallelo coi maomettani di Piazza Duomo? Quelli pregavano come i goliardi di Salerno cantavano: pensando ad altro, e con scopi ben diversi da quelli della preghiera e del canto. Ecco perché dico, come allora: non prendeteci per il culo. E nel caso di Milano aggiungo: non mostratecelo.

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