Finalmente qualcosa di politicamente scorretto

Il governo è nato, tra la costernazione incredula dei compagni che starnazzano dalle loro casematte televisive allarmi e previsioni catastrofiche. Ma io mi chiedo: chi strilla contro questi “nuovi barbari, incompetenti e populisti che porteranno l’Italia allo sfascio” è consapevole o no che l’Italia è già allo sfascio, e lo è per colpa dei “civilissimi, competenti e aristocratici” politici di prima? Un’accozzaglia di arrivisti, massoni, baciapile, orfani di Che Guevara e burattini di Cuccia, tutti al guinzaglio di Bruxelles? Chi si è dato alle spese folli e alle politiche elettoralistico-assistenziali accumulando il debito mostruoso che oggi ci strangola? La DC, almeno, ha il merito di aver fatto diga contro il comunismo, evitandoci (e neanche del tutto) di combattere per strada quella guerra civile che è stata combattuta sui media. Ma la sinistra, ormai smascherata da quel popolo che avrebbe dovuto difendere (e da esso castigata nelle urne), dovrebbe tacere. Questa sinistra litigiosa, abbarbicata alla vecchia e sgonfia boa della resistenza e dell’antifascismo, dovrebbe vergognarsi. Questa sinistra al caviale che dopo aver sognato invano per decenni la rivoluzione ha sepolto la meritocrazia e predicato il facilismo per guadagnar voti fra i giovani, consegnando l’intero settore della pubblica istruzione alla rovina, dovrebbe chiedere scusa. Hanno forse governato meglio loro? E allora lascino provare gli “incompetenti”: peggio di loro non potranno certo fare.

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L’albero dell’amore

Siamo ormai in piena primavera, e tutta la collina vegetale si è svegliata, dai boschi turgidi alle conifere delle ville che mostrano i germogli sulle punte dei rami. Siepi gonfie, tenere foglie e fiori dappertutto, meno che in quella curva della Strada Val Pattonera dove c’era l’albero dell’amore. L’ho chiamato così perché non so che albero sia; aveva una folta chioma a cupola coi rami cadenti verso il basso, come i salici piangenti, e in primavera si riempiva di piccoli fiori rosa tenue. Quest’anno, niente. Il muschio verde che si sta impadronendo del tronco e dei rami secchi farebbe pensare alla sua morte (tocca a tutti, prima o poi), se non fosse per un rametto laterale, verso valle, che mostra alcune foglioline tenere, segno di linfa, e quindi di vita. Mi è venuta in mente la tragica sera del 2005, quando il medico ci spiegò le condizioni del cervello di mia figlia in coma irreversibile: “Pensate a un albero con tutti i rami secchi meno alcune foglioline su un rametto, da una parte. Ecco, i vasi sanguigni del cervello di vostra figlia nelle angiografie sono tutti così, meno quel rametto, ma noi non possiamo decretare la morte cerebrale finché quelle foglioline ci sono”. Poi sparirono anche quelle, e fu dato l’ok per gli espianti. Da allora, la dolorosa rassegnazione, pugnalata ogni tanto da notizie che appaiono in rete “si sveglia dal coma poco prima dell’espianto” e ci fanno sobbalzare. E se non avessimo staccato le spine? Quel dubbio atroce non ci abbandonerà mai. Non so che fine farà l’albero dell’amore in Val Pattonera, ma nei nostri cuori quello per Titti sarà sempre fiorito. In tutte le stagioni, e oltre le stagioni.

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Il sesso (non più tanto) debole

La crescita dell’emancipazione femminile in atto in Occidente da mezzo secolo (quella che ha creato termini giuridicamente implausibili come quote rosa e femminicidio) è stata più veloce dell’adattamento del maschio, abituato a stereotipi comportamentali antichissimi. Sia chiaro che non intendo giustificare quei maschi insicuri che per gelosia o smania di controllo malmenano le donne, o quelli che, incapaci di accettare una separazione, le uccidono. Mi calo soltanto nella quotidianità dei tinelli, dalle cui Tv gocciola il concetto della femmina debole e del maschio prevaricatore, dimenticando che la donna prevaricata ha messo a punto nei millenni un ricco arsenale di armi (strategie difensive, ricatti e controviolenze psicologiche) che continua ad usare anche adesso. Anzi, soprattutto adesso che il maschio ha (come peraltro è giusto) le mani legate dietro la schiena. La violenza della donna, non foss’altro che come risposta a quella dell’uomo, è sempre esistita ed esiste, anche se sfocia più raramente nell’omicidio e riguarda più la psiche, il portafogli e la sessualità. Secondo un’indagine fatta nel 2012 dall’Università di Siena su un campione di uomini tra i 18 e i 70 anni, le donne usano forme di violenza come: critiche per un lavoro malpagato (50.8%); denigrazioni per la vita modesta (50,2%); paragoni irridenti con altri maschi che guadagnano di più (38,2%); rifiuto di partecipare economicamente al bilancio familiare (48,2%); critiche per difetti fisici (29,3%); insulti e umiliazione (75,4%); distruzione, danneggiamento di beni, minacce (47,1%); minacce di suicidio o autolesionismo (32,4%). Nelle crisi coniugali le donne spesso usano i figli in modo strumentale, e le minacce sono: chiedere la separazione, togliere casa e risorse, ridurre in rovina (68,4%); portare via i figli (58,2%); ostacolare o impedire del tutto i contatti con i figli (59,4%). Come vedete, il torto non è mai tutto da una parte. Ma pochi fanno caso al fatto che le donne occidentali di oggi, finalmente al riparo dalle prepotenze maschili, sono diventate più aggressive, verbalmente e psicologicamente più violente e provocatrici di quando, temendo la reazione maschile (al tempo scontata e tollerata dalle leggi) non si fidavano neanche a provarci. Ecco perché talvolta succede che un maschio dileggiato perda il senno, strappi i legacci delle mani e… addio.

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Alziamo la sedia

Triplice fischio. Sono finiti anche i supplementari della partita fra “il Mondo” e la vita, che erano cominciati sette anni fa con l’ingresso in campo della bestia, il cancro. Emiliano ha combattuto da vero granata “old style” cioè da leone fino all’ultimo giorno, ma la bestia questa volta non si è arresa, e ha vinto. Lui adesso ‘ha girato l’angolo’ ma c’è, come tutte le persone che lasciano un segno nei cuori.
In fondo non c’è molta differenza fra l’essere ancora ‘da questa parte’ ma nascosti, come Gigi Radice che è vivo, ma spento nella nebbia definitiva dell’Alzeheimer, ed essere ‘dall’altra parte’ come Mondonico, che continuerà a vivere finché lo ricorderemo. Cioè a lungo, molto a lungo, anche se non lo vedremo più in qualche apparizione alla Tv, in qualche intervista, o a qualche celebrazione granata.
Era uno dei pochi allenatori del Torino ad essere stato anche giocatore, per due anni, dal 1968 al 1970. Io me lo ricordo, in campo. Sanguinavamo ancora tutti per la morte di Meroni, e quel ragazzo magro che giocava coi calzettoni alla caviglia, come Gigi, ci aveva fatto sognare e sperare per qualche attimo. Ma era solo una controfigura.
Altra pasta, invece, da allenatore. Era arrivato sotto Borsano, l’anno dopo la trionfale cavalcata in B con Fascetti, e il “nano cammellato” gli aveva costruito una signora squadra, con Marchegiani in porta, e poi Bruno, Cravero, Benedetti, Martin Vazquez, Scifo, Lentini, Casagrande. Una squadra che in Coppa Uefa giunse alla mitica e sfortunata finale di Amsterdam contro l’Ajax, dopo aver battuto in semifinale nientemeno che il Real Madrid.
“L’ultimo allenatore che ci ha fatto godere” dicono spesso di lui, riferendosi ai risultati. Peccato che lo dicano anche di Borsano e Goveani (sotto la presidenza del notaio rampante il Toro vinse la sua ultima Coppa Italia) che oggi non han potuto essere intervistati perché si trovano… in un luogo inaccessibile. Mondonico, lui, non ne poteva niente delle trame subalpine, e fece il massimo per le sue possibilità, ma già sotto Borsano si erano sentiti i primi scricchiolii di quel disfacimento societario che sarebbe culminato nel 2005 col fallimento del Torino. Mondonico non lo sapeva, ma era già cominciata la partita a scacchi tra il Torino e la Juve sulla questione stadi, nella quale il Torino doveva giocare coi soli pedoni attorno al re, e la Juve con due regine, quattro torri e quattro alfieri.
Fu sotto Borsano che il Torino dovette emigrare dal Filadelfia e andare ad allenarsi alla Sisport. Dopo la parentesi di Goveani (da molti considerato un semplice prestanome di Borsano) il Toro finì allo ‘sceriffo’ Calleri, che lo ricevette quasi gratis, a patto che lo facesse sparire.
E lo sceriffo si mise di buzzo buono. Ridusse il vivaio ai minimi termini, dismise il Filadelfia, e ci riportò stabilmente in serie B. Solo alla fine del lavoro, quando gli ovini gli chiesero indietro la Società per darle l’ultima mazzata, pretese un prezzo che quelli non intendevano sborsare. Allora Calleri, visto che i mandanti del Toricidio lesinavano al sicario il prezzo delle pallottole, si vendicò cedendo il Toro ai genovesi, che non appartenendo al mondo finanziario e industriale torinese non erano ricattabili dalla mafiat.
Il resto lo sapete: la dura campagna mediatica contro i genovesi, l’avvento di Cimminelli, la criminale demolizione del Fila da parte di Novelli, il fallimento, mentre la Juve si pappava lo Stadio Delle Alpi e l’intera area della Continassa per due soldi.
Tutto questo Mondonico lo vide solo da lontano, seppure con manifestato dolore, ma restò sempre vicino al Toro come sentimenti e come tifo, senza curarsi di nasconderlo, anche in televisione.
Per quello è entrato nel cuore dei tifosi. Per la sua semplicità (uomo diretto, da pane, salame e vino all’osteria) e per la sua sincerità (la sedia alzata al cielo ad Amsterdam per protestare contro l’arbitro che aveva negato un clamoroso rigore su Cravero).
Quella sedia alzata restò (e resterà ancora a lungo) come un simbolo della rivolta granata contro il destino e contro le ingiustizie del calcio. Non a caso, quando nel 2011 si seppe della sua battaglia contro il cancro, i tifosi granata organizzarono un flash mob all’interno del Filadelfia (di quello che ne restava…), dove si radunarono in un centinaio brandendo e sollevando al cielo una sedia. Era il loro (il nostro, perché c’ero anch’io) modo per dire “forza Mondo, combatti, siamo tutti al tuo fianco, alziamo la sedia contro il fato come te”.
Non mi stupirei se al funerale qualcuno sollevasse una sedia. Io sono contrario ad applaudire ai funerali, perché è solo un modo per nascondere un’emozione che non si riesce a reggere, ma una o più sedie sollevate non sarebbero ‘modi per nascondere’, anzi.
Sarebbero un saluto in codice. Arrivederci, Emiliano. Considerami in piedi, anche adesso, con la sedia alzata.
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Abbuffate e pranzetti

Sembra di essere tornati ai tempi del primo dopoguerra quando Guareschi sfotteva sul Candido la cieca obbedienza dei comunisti con le vignette “contrordine compagni”. Stavolta è “contrordine grillini”. I pentastellati avevano bocciato la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024. Pochi giorni fa da Grillo arriva il contrordine: quelle invernali di Torino 2026 si possono fare perché il M5S, in vista del suo ruolo governativo, deve rassicurare il ceto imprenditoriale e dimostrare che sotto il suo controllo certe cose si possono fare senza sprechi. Ma oggi arriva dalla base il contrordine del contrordine: la giunta Appendino è messa in minoranza dai grillini proprio sull’argomento Olimpiadi. Non se ne parla. Lo “studio di pre-fattibilità” era stato presentato quattro giorni fa dalla Camera di Commercio: un documento ridicolo, che sembra la tesina di un liceale, un misto di pie intenzioni condite da dati calcolati alla buona, statistiche non suffragate da fonti e mistificazioni agghiaccianti di cifre e situazioni. Vi si racconta che le Olimpiadi si faranno recuperando le strutture esistenti quando la pista di bob e i trampolini (fra le più care del 2006) sono già smantellate, il villaggio Olimpico è cadente e occupato dai migranti, e il poco che non è stato abbandonato è stato destinato ad altri usi. Ma la parola magica è “sostenibile”, anche se è improbabile che il CIO accetti dei giochi low-cost. Il CIO è un ente privato con sede in Svizzera, un comitato d’affari che stipula contratti giugulatori con gli enti locali organizzatori, a spese dei contribuenti: difficilmente assegnerà i giochi alla stessa città di 20 anni prima, che per di più propone magri affari all’insegna del “nobile riciclo”. E’ più conveniente, per loro, assegnarli alle candidate concorrenti: nuovi contratti, nuovo business, e chi se ne frega della sostenibilità. Ma proprio qui sta il trucco. Qui sanno già di avere perso in partenza, ma candidarsi costa, e le spese del comitato promotore le paghiamo noi: un budget da milioni. La bella etichetta della “sostenibilità” è solo una presa in giro per raccattare soldi e mettere in luce qualche politico o – al contrario – screditare chi dice che “a Torino non si fa più niente”. Il clamoroso buco del 2006 non ha insegnato niente? Certo che l’ha insegnato: abbuffata nel 2006 coi giochi , pranzetto nel 2026 col comitato. Paghiamo sempre noi.

 

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La festa dle fomne

Oggi è la festa della donna, cuccagna per i fiorai, i venditori di mimose ai semafori e i ristoratori. I media ci servono il menu arcinoto delle rivendicazioni femminili, riscaldato per l’occasione, ma è un peccato che in una giornata chiamata festa si faccia sempre questa ricerca fanatica di ciò “che non va”. E’ come passare la festa della mamma denunciando le madri schiavizzate dai mariti e dai figli, o la festa dei nonni parlando solo dei vecchi che vivono soli, ignorati dai familiari o maltrattati negli ospizi. E pensare che la donna, già solo come dispensatrice di quella cosa che non si può dire ma che è osannata, sognata, inseguita, bramata da ogni uomo, è già di per sé una festa. Ma lo è ancor più come simbolo della madre terra, fecondità, porta della continuità nel tempo tramite la prole, bellezza, amore, abnegazione, gentilezza, compagnia… Basterebbe saper dire alle donne tutto questo, e non solo una volta l’anno. Dicono che abbiamo sempre meno parole nel nostro vocabolario per esprimerci, mentre gli esquimesi usano 15 parole diverse per dire neve, e i beduini 9 per dire sabbia. Ma anche noi piemontesi ne abbiamo tante per la donna. Cita, matota, morfèla, gognin-a (bambina), fija, porila, testa, tòta (ragazza) brinda ‘d vin brusch (ragazza da marito), madama, madamin, mojè, dòna, fomna, sposa, maressial (moglie), mare, mama, grisa (madre), mariòira provà (divorziata), fija con jë spron, tòta frèida, toton (zitella), gravia, ceresa con ël gianin (donna incinta), paiolà (puerpera), magna (zia), magna bon-a (prozia) magna ‘d gionta (moglie dello zio), mare madona (suocera), mare granda (nonna), granda bela (bisnonna), eccetera. Beduini ed esquimesi ci fanno un baffo. Viva le donne!

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Finestrini aperti

Niente attenuanti, dice il politicamente corretto, per chi molesta le donne vestite e truccate audacemente. La donna deve potersi vestire come vuole senza subire molestie. Però, vedete, non si può evitare, per definire certi look, il termine “provocante”. La donna indossa certi abiti e assume certe movenze proprio per provocare. Molte lo fanno addirittura per il piacere perverso di leggere negli occhi dei maschi provocati il tormento del desiderio inappagato. Ma lui deve sapersi trattenere, e se non ci riesce, galera. Ok. Però la provocazione, qui non riconosciuta, lo è in altri campi. Per esempio il Codice della Strada (Art.168) dice che chi, in caso di sosta o anche solo di fermata, lascia le porte aperte o il finestrino abbassato o la chiave nel cruscotto, rischia una multa da 41 a 168 euro perché “non impedisce che qualcuno usi il suo veicolo senza il suo consenso”. In pratica si configura il reato di “induzione in tentazione”. Non è colpevole solo il ladro, ma anche chi lo “provoca”, tentandolo col lavoro facilitato. Anche per i furti in casa, se si lasciano le porte o le finestre aperte, le compagnie di assicurazione non pagano, perché l’Art. 1914 del Codice Civile prescrive che l’Assicurato “deve fare quanto gli è possibile per evitare o diminuire il danno da furto”. Vietato indurre i ladri in tentazione, insomma. Ma se l’occasione fa l’uomo ladro, perché la tentazione deve valere per auto e casa aperte, e non per l’abbigliamento e l’atteggiamento osé? Non invoco attenuanti per i molestatori, sia ben chiaro. Vorrei solo par condicio. Vorrei poter lasciar le porte aperte e i finestrini abbassati senza multe. E’ solo coerenza.

 

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