Un elmetto per Gandhi

C’è qualcosa di non detto, nei fatti di Barcellona. Circola in rete una cartina colorata di come sarebbe ridotta l’Europa se prevalessero tutti gli indipendentismi : un puzzle di staterelli che sarebbe difficilissimo ricondurre non dico alla realtà, ma anche solo all’idea di un’Europa unitaria, e che in più conterrebbero in sé, dato il precedente della secessione automaticamente ottenuta tramite referendum, il germe di future secessioni al loro interno. Una galassia di microstati, altro che balcanizzazione. Ma, a parte ciò, il non detto su Barcellona è la violenza della resistenza. Concettualmente, ogni legge democraticamente varata può costituire, colpendo una categoria, un luogo o un complesso di interessi costituiti o di diritti acquisiti, una violenza. Ciò porta alla resistenza, che non può che essere considerata violenta nel momento stesso in cui si palesa. E’ inutile mascherarla da “pacifica” come hanno fatto a Barcellona imbandierando, cantando, ballando e cucinando paellas nelle scuole occupate. La resistenza è di per sé violenza, e si deve aspettare una repressione violenta. Sotto questo aspetto sono più leali i black bloc, che almeno si mettono il casco “da guerra” e palesano la loro violenza a sassate, sprangate e Molotov, ma non fanno tante storie quando poi vengono manganellati e arrestati. Qualsiasi Stato, compresi quelli democratici (e tutti i regimi dittatoriali si dichiarano tali in forza di plebisciti elettorali che li legittimano, come fece il Fascismo) non può prescindere dall’uso della forza contro chi si ribella alle sue leggi. Basta aver chiaro il concetto, e smetterla di belare contro le polizie.

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Lucciole per lanterne

Se è vero che quello di sgualdrina è il mestiere più antico del mondo, il vecchio adagio “puttana Eva” implica due ipotesi: che Adamo non fosse il solo uomo nell’Eden, o che Eva gli facesse già allora pagare le mele. Scherzi a parte, quel mestiere è ancor oggi diffuso e ben pagato, ma è il suo trattamento a registrare differenze. Se un arabo apre uno di quei phone center dove si fa di tutto oltre a telefonare (dai traffici illeciti al fiancheggiamento del terrorismo) nel 99% dei casi la sfanga, ma se s’azzarda ad aprire una casa di massaggi “particolari” va dritto in galera e lo fan chiudere. Se un tossico si buca sulla panchina d’un parco davanti a mamme e bimbi, al massimo gli dicono di spostarsi, ma se nello stesso parco un povero vecchio prostatico, non trovando vespasiani o caffè aperti, s’azzarda a far pipì contro un albero, apriti cielo! Urla di mamme, accorrere di vigili, multa, vergogna. E ancora: prova a dare una pacca sulla spalla a una sconosciuta dicendole “coraggio”. Al massimo ti guarderà stupita. Dagliela su una chiappa, e delle due l’una: o ti sorride e ti dà il suo numero di cellulare, o strilla e ti denuncia per atti osceni e violenza sessuale. Tutto quanto sfiora il sesso, in Italia, fa scalpore. Idea: perché i black bloc e gli autonomi per protestare contro il G7 di Venaria, invece di spaccare tutto, non fanno l’amore in piazza tutti insieme? L’eco mediatica planetaria sarebbe garantita, e anche la simpatia, visto che siamo un popolo di guardoni. Che sballo poter vedere anche nei notiziari quel che la Tv ci mostra solo nei reality show, o dopo le 24 sulle reti locali!

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Il cetriolo tradito

Smettetela, o seguaci di Onan, di accontentarvi della mano! Cessate, prede di arrapamenti solitari, di ricorrere all’ortolano per carote, cetrioli o altri ortaggi da ‘uso alternativo’. Arrivano i sex toys. Ci sono sempre stati, a dire il vero. Ne sono stati trovati in tutti gli scavi archeologici. Il più antico ‘dildo’ ritrovato risale a 28mila anni fa, ed è stato esposto nell’istituto di sessuologia di Londra insieme a suoi ‘colleghi’ di ogni tempo e civiltà in “Wellcome collection”, una spettacolare mostra del 2014. Quelli moderni sono solo più efficaci. Sono a pila, vibrano da soli, sono fatti in materiali morbidi, hanno le forme più fantasiose, e fino a ieri si vendevano solo nei “sexy shop”, dove pochi osavano avventurarsi. Ora invece si vendono on line, e sono pubblicizzati in Tv. L’azienda MySecretCase ha lanciato uno spot che dice “Vogliamo un mondo in cui le donne non sono oggetti sessuali, ma possono averli tutti”. Va in onda da domenica scorsa su Mediaset e La 7, in attesa che la Chiesa abolisca il ‘rischio cecità’, e dia il permesso anche alla Rai. Un altro tabù finalmente crollato. E meno male: maggior consapevolezza del piacere per le donne vuol dire migliori rapporti di coppia, anche se la possibilità di sostituire un partner con un oggetto è pura illusione. Lo scambio di energia che c’è in un orgasmo a due non è riproducibile in solitaria, neanche con la bambola più perfetta o il vibratore più sofisticato. Riusciremo solo a distinguere meglio il bisogno fisiologico di orgasmo dall’amore, due cose diverse che molti in passato confondevano. L’unico fregato, poveraccio, è l’ortolano.

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Meglio una volta?

Di fronte al caso del neonato abbandonato in strada a Settimo e morto, tracima da Facebook un fiume di esecrazioni per i genitori (e qui ci può, anzi ci deve stare) e per l’epoca amorale in cui viviamo. Qui invece avrei qualcosa da dire, in difesa di quest’epoca così facilmente bistrattata. Finiamola di presentare il passato come migliore. Non è vero, anzi, è vero il contrario. Restando solo ai neonati, nell’antichità classica si buttavano via quelli deformi, gracili o semplicemente indesiderati (come le femmine nelle famiglie dove ce n’erano già troppe). Nella Roma di Catone e Cicerone, il neonato veniva presentato al ‘pater familias’ ponendolo a terra ai suoi piedi. Se lui lo sollevava, era accettato. Se lo lasciava giù, era scartato. Non li buttavano via: come già si faceva nella Grecia classica di Demostene e Platone, i bambini scartati venivano ‘esposti’ ai crocicchi delle vie dentro un grosso vaso che evitasse loro di esser mangiati dai cani randagi. In pratica li buttavano nel cassonetto. Lì passavano certe persone che prendevano i migliori e li allevavano, i maschi da vendere come schiavi, le femmine da vendere ancora bimbe nel giro della prostituzione infantile. Gli altri, semplicemente, morivano. Da allora son passati circa 20 secoli. Non sono un’enormità. Mio suocero, che è arbiccioluto coma në s-ciopèt, ha quasi un secolo. Calcolando 30 anni per generazione, fan 3 per secolo, 60 in totale: se avessimo i ritratti dei nostri avi fino all’epoca classica starebbero tutti sulle pareti della sala da pranzo. Quindi ne abbiamo fatti di progressi, da allora (che è l’altro ieri) se oggi l’infanticidio di Settimo ci inorridisce. Non era ‘meglio una volta’.

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PIFFERAI E PIFFEMEDIASET

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Basterebbe ricordare le vittorie elettorali della Appendino in Piemonte e del Brexit in Inghilterra, entrambi dati per sconfitti dai sondaggi e dai mass media, per capire due cose. La prima è che i sondaggi (soprattutto gli”exit-poll”) sono ingannevoli e si prestano a deformazioni strumentali da parte di chi vuole puntellare con essi una sua tesi o sbandierare i suoi consensi. La seconda è che si dà troppa importanza a stampa e televisione, che sono invece sempre meno attendibili perchè cristallizzate nella loro autoreferenzialità, cioè nel voler dare della società un’immagine loro, basata sulle loro convinzioni teoriche e non sull’osservazione pratica. Non vogliono capire che ormai la gente (il popolo dei bar, dei tram e oggi anche di Facebook e dei forum) ha imparato a pensare con la propria testa, e si lascia guidare sempre meno. I sondaggi fatti male possono sviare (e spesso sono fatti male apposta, cioè sono taroccati o mal interpretati proprio per sviare), e comunque vanno presi con le molle perché pretendono di fotografare il pensiero di un idolo capriccioso e mutante come la folla, che nella storia ha combinato molti guai (ad esempio urlando a Pilato: “crucifige!”). Quanto alla società teorica disegnata dai media, basta ricordare come sia tipica dei politici e dei giornalisti la frase: “Gli italiani pensano che… i milanesi sono indignati per… i torinesi si rifiutano di…”. Chi glie l’ha detto? Nessuno. La loro è pura autoreferenzialità. Specialmente i giornalisti, quando scrivono quella frase, sottintendono: “Gli italiani (i milanesi, i torinesi…) pensano di sicuro come me che sono ganzo, intelligente, colto, informato, e in quanto italiano (milanese, torinese…) tipico, ho il diritto di intepretarne gli umori”. E bon. Chi dice quella frase il più delle volte non sale su un autobus da anni, ma parla solo coi colleghi, ai convegni, nei salotti e nei corridoi del palazzo. Due chiacchiere al bar, in treno, o in coda alla posta non sa manco cosa siano, e Facebook lo ritiene un passatempo per ragazzini o per impiegati fannulloni. Però legge ogni mattina la “mazzetta” dei giornali, che infatti hanno quasi sempre le stesse notizie e danno l’impressione di parlarsi fra loro più che parlare ai lettori. Si puntellano l’un l’altro, sperando di conservare un’attendibilità ogni giorno più vacillante. Basta andare sul Disinformatico, il mitico blog di Paolo Attivissimo (http://attivissimo.blogspot.com/) per vedere quante colossali bufale hanno pubblicato con spocchiosa superficialità e spudorata indifferenza i principali quotidiani nazionali. Quelli che si fanno mantenere dai contributi statali e strillano all’attentato contro la libertà di gossip negata loro dall’ultima legge sulle intercettazioni. Quelli che fanno il brodo coi dadi d’agenzia ma disegnano società immaginarie che, se facessero anche solo un giro su Facebook, non troverebbero.

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Indispensabilità delle etichette

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Non ci piace essere etichettati, ma siamo noi stessi ad etichettarci, più o meno consapevolmente, per fissare la nostra identità. Parlare in dialetto, ad esempio, aiuta, e infatti è un’etichetta. Tutto, è etichetta. E alla fine un’identità emerge, da sola o imposta dagli altri con descrizioni sommarie e soprannomi che evidenziano in noi il mestiere (Gianni Agnelli = Giuanin lamiera), un’abitudine (Saragat = Beppe cimpa), una caratteristica fisica (Rijna = Totò ‘u curtu), un tratto del carattere (Prodi = er mortadella), un difetto (Renzo Bossi = il trota), un handicap (Andreotti = il gobbo), eccetera. Piccole etichette, ma efficaci come loghi. Le etichette sono comode. Aiutano sia chi deve costruirsi l’identità, sia chi vuole scoprire quella degli altri. Quando si vuole identificare in fretta un estraneo (dopo averlo squadrato da capo a piedi per decifrare i criptomessaggi legati all’abbigliamento, al linguaggio del corpo, agli odori…) non gli si chiede forse come si chiama, da dove viene, che mestiere fa, se è laureato, se è sposato, per chi fa il tifo, cosa ne pensa del governo, persino di che segno zodiacale è? Sono tutti appigli utili, questi, tanto per gli etichettatori frettolosi quanto per gli etichettati insicuri, che si aggrappano ad essi come a boe.
A chi dicesse che quella etichettabile è solo l’identità esteriore, superficiale, mentre l’identità vera è quella interiore, profonda, ribatterei che l’espressione stessa “identità vera” non ha senso. L’identità vera, profonda, del matto che si crede Napoleone è quella dell’imperatore. Siamo noi a non credergli. Noi ci percepiamo in un modo, ma gli altri ci vedono in un modo diverso. Ogni persona che ci incontra ci applica le sue, di etichette, e fornisce di noi una descrizione differente. Quindi siamo centomila. Ma se possono coesistere tutte queste nostre identità diverse nella percezione e nella descrizione altrui, è come se non avessimo identità. Quindi siamo nessuno. E’ il relativismo pirandelliano: siamo uno, nessuno e centomila.
Ecco perché le etichette non soltanto sono comode, ma sono l’unico espediente utile a fissare la nostra identità nel tempo, come le foto fissano l’immagine. Tutti abbiamo di noi centinaia di foto, così diverse che in molte stentiamo addirittura a riconoscerci. L’essenza della nostra immagine è quell’insieme di tratti immutati che consente all’osservatore di riconoscerci in quelle foto, come l’essenza della nostra identità sono gli elementi comuni delle etichette che ci portiamo – accettate o imposte – addosso.
“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus” (la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi) significa che all’inizio, nel fondamento della realtà, si può trovare soltanto il nome dell’universale e non un ente realmente esistente come è invece il particolare. Che invece è coperto di etichette.
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Identità e immigrazione

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Vi furon epoche di isolamento e scarsa mobilità sociale (come il medioevo) in cui l’identità non dovevi né fabbricartela nè comprarla fatta, perché ti veniva assegnata dalla nascita. Se nascevi servo avresti fatto il servo, come i tuoi avi e i tuoi discendenti. Idem per gli altri mestieri.
Poi la leva economica (il commercio) e quella militare (le guerre, le crociate) iniziarono a spostare la gente per tragitti e periodi sempre più lunghi e in numero sempre crescente, fino a giungere alle vere e proprie emigrazioni di massa.
E accadde che l’emigrante entrò in crisi identitaria. Nel luogo d’arrivo la sua identità non era più ereditaria né immutabile, e gli toccava costruirsene una nuova. Come fare?
Partito povero, magari si ritrovava agiato nel volgere di pochi anni, e comunque immerso in costumanze diverse. Spaesato, finiva per aggrapparsi alle sue radici culturali, cercando di trapiantarle nella nuova realtà. Questo espediente risultò, per i più deboli, l’unico modo sbrigativo per non smarrire l’anima, e lo è ancor oggi.
Ovviamente le civiltà d’arrivo, sentendosi “infestate”, reagirono producendo anticorpi e aprendo contenziosi mai sopiti. Da questo conflitto nacque la figura del “déraciné”, lo sradicato di ogni epoca, quello che non riesce più a identificarsi nella cultura d’origine né in quella d’approdo.
Il termine “infestate” può sembrare forte, ma di fronte al pericolo di perdere identità è comprensibile che chi ne ha una se la tenga stretta. Non è egoismo, è solo istinto di conservazione esistenziale. Chi sta a casa sua, avvolto e protetto nella sua identità (anche se è un’identità-carapace costruita a fatica a furia di etichette) è nella migliore delle ipotesi disposto ad accogliere, comprendere, mettere a suo agio ed aiutare il più possibile chi gli chiede ospitalità (cioè l’immigrato), ma solo se costui, arrivando e insediandosi, si comporterà come un ospite. Il padrone di casa non può esser obbligato a spalancare le porte a chiunque si presenti, né a rompere e gettare il proprio carapace rinunciando alle sue abitudini per adeguarsi a quelle di chi arriva. E’ costui ,che si è spostato. E’ costui che deve adattarsi il più possibile alle costumanze e alle leggi del paese che lo accoglie. E’ lui che deve integrarsi. Mi sembra un concetto molto semplice. Il conflitto, poi, è esacerbato dalla mancanza di reciprocità. Quasi sempre l’emigrante che pretende di veder rispettata la propria identità nel paese d’arrivo, viene da paesi dove questo diritto viene duramente negato a chi vi approdasse in un eventuale percorso inverso.
E così non va bene.
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