Le grandi imprese goliardiche: la secchia rapita

Questa è un’impresa memorabile che risale al 1958, l’anno fatidico della chiusura dei casini, ma non va inserita nella serie “una più di Bertoldo” in cui racconto le mie. Non sarebbe giusto, perché non la misi a segno io (ero ancora alle medie), ma serve a capire chi erano i maestri a cui io una volta giunto in Università presi ispirazione.

Protagonisti, i goliardi del Corno. Avversari, quelli del Ducato di Modena. Pontefice Massimo era, a quel tempo, Carolus I Diplomaticus, che poi sarebbe diventato il noto penalista Carlo Altara. Premessa necessaria al racconto della vicenda è la tradizione goliardica dell’uccellagione, le cui regole diamo per note al lettore. In sostanza c’era (e c’è ancora oggi) l’usanza di “uccellare” qualche simbolo particolarmente significativo agli Ordini Goliardici rivali. Gonfaloni, insegne, mantelli, patacche, berretti, tutto è “uccellabile” secondo determinate regole, e dev’essere riscattato con pranzi, cene, cibarie… insomma doni di Bacco, Tabacco o Venere.

Fra gli studenti di Bologna (il Sacro e Venerabile Ordine del Fittone) e quelli di Modena, provincia confinante (il Ducatus Mutinensis) correva aspra rivalità. Questi ultimi avevano tentato di uccellare ai bolognesi il fittone (un pilastro di granito conficcato in terra sulla soglia dell’Università, e preso a simbolo dall’Ordine Goliardico locale) più volte e in tutte le maniere, persino agganciandolo con catene e cercando di svellerlo con un camion. I bolognesi, per risposta, erano saliti più volte a Modena con macchine e pullman per dare l’assalto alla Ghirlandina, la storica torre modenese nella cui cella era custodita la famosa “secchia”, argomento del poema “la secchia rapita” del Tassoni. Come vedete, erano scherzi già in voga nel ‘500.

Naturalmente questi raid dei goliardi del Fittone alla Ghirlandina avevano lo scopo di asportarne lo storico manufatto, sacro ai modenesi come la sindone ai torinesi. Ma sia gli assalti in massa che quelli operati da commandos isolati, erano sempre risultati vani perché i modenesi, avendo dei loro studenti “infiltrati” nella goliardia bolognese, riuscivano sempre a sapere in anticipo data e ora degli assalti. Era sempre finita in omeriche quanto inutili scazzottate. I torinesi allora, quatti quatti, si organizzarono per dar manforte ai bolognesi, loro alleati.

Durante un opportuno sopralluogo a Modena (la torre è aperta ai turisti), i nostri presero il calco delle serrature delle varie porte che introducevano alla teca in cui era custodita la secchia. Poi, per un intero inverno, addestrarono uno di loro (Balbiano, un goliardo anziano di Ingegneria che già si era distinto in abilità meccanico-manuali di quel tipo) al lavoro previsto: tutte le volte che si andava a cena, gli mettevano sul piatto ogni tipo di serrature e vecchi lucchetti che erano riusciti a raccattare al Balon, e lui non poteva cominciare a mangiare finchè non li aveva aperti tutti. Inutile dire che, in capo all’anno accademico, Balbiano era diventato più abile del Mago Oudini.

Giunto il giorno stabilito per il raid, gli incursori del Corno Taurino si recarono a Modena in sette, su due macchine: il Pontifex Maximus Carolus I Diplomaticus , Roberto Barra (Talleyrand Cardinal, poi diventato un alto dirigente industriale, braccio destro di Pininfarina) che per quell’occasione aveva fregato la macchina al padre, il cardinal Luigi Rossi (che poi diventerà il commercialista di Borsano), Kiki Ardissone, Amedeo Di Masi, Trassoni e “Oudini” Balbiano. Per farvi capire il calibro goliardico di questi ragazzi , basti dire che Kiki (il più vecchio dei due “fratelli Karamazov” detto “il mongolo”) era quello che aveva uccellato un tram vuoto fermo al capolinea ed era andato in giro per Torino col fratello e altri goliardi, finché l’ATM, dopo ripetuti e inutili tentativi di fermarlo, aveva dovuto togliere la corrente dalla linea.

Ma torniamo al blitz. Mescolati ai visitatori, entrarono nella torre solo Rossi, Di Masi e Balbiano, e alla fine dell’orario di visita si nascosero per farsi chiudere dentro dal distratto custode: una strategia classica. “Oudini” Balbiano aveva la notte intera a disposizione per aver ragione delle serrature, ma queste cedettero alle sue abilissime mani dopo pochi tentativi. Presa la secchia, i nostri la avvolsero in un sacco per abiti e uscirono. Altara, Barra e gli altri, che aspettavano fuori facendo da pali, presero le macchine per tirarsi dietro eventuali inseguitori, mentre Karamazov e Rossi, con la preda sottobraccio, si diressero con nonchalance a piedi verso la stazione.

Il bello è che sulla strada incrociarono una pantera della Polizia (era la vera, storica “pantera”, che era stata battezzata così perchè era un “Alfone” nero) la quale accostò accanto a loro. Dal finestrino, uno della pattuglia chiese loro cosa avessero nel sacco. La risposta sorridente di Kiki fu geniale, degna della sua presenza di spirito e della sua leggendaria faccia di bronzo: “niente di speciale, abbiamo rubato la secchia dalla Ghirlandina” Le feluche, i mantelli e l’aria scanzonata dei nostri persuasero gli agenti che si trattasse di una battuta, e la Pantera sgommò via. La difficoltà era superata, e la secchia giunse a Torino col primo treno del mattino.

Poche ore dopo, naturalmente, il custode della Ghirlandina scoprì il ratto, e la notizia finì sui giornali. Tutti i modenesi, e non solo gli studenti, erano imbestialiti per la beffa. Eppure non s’era trovata traccia di scasso, niente danneggiamenti. C’era solo, nella teca, la pergamena con la regolare richiesta di riscatto, lasciata dai torinesi. In essa si chiedeva, in cambio della restituzione della secchia, un vagone merci pieno di prosciutti e damigiane di lambrusco. La richiesta può sembrare esosa, ma nelle trattative, si sa, è sempre meglio sparare alto per ottenere di più dalla controparte che spara basso. E poi, in fondo, era un prezzo adeguato all’enorme importanza storica dell’oggetto trafugato.

Il Sindaco di Modena, però, non la prese affatto sul ridere. Dichiarò alla stampa che si trattava di un affronto gravissimo, fece subito denuncia contro ignoti, mise di mezzo il codice penale e diffidò sui giornali i “ladri” a vigilare perchè lo storico oggetto non riportasse neppure un graffio, pena un’esorbitante e preventiva richiesta di danni. I nostri, visto ciò, cominciavano ad avere un po’ di fifa. Pensavano di vedersela coi goliardi modenesi, e invece si trovavano contro l’intera città emiliana. La secchia cominciò a scottare, e iniziò il gioco del cerino acceso. Nelle case degli alti dignitari goliardici torinesi capitava che a notte fonda suonasse il campanello: chi andava ad aprire si trovava la scottante secchia sullo zerbino. La notte dopo costui cercava di disfarsene nello stesso modo, e così via per una settimana

Per fortuna si mise di mezzo “La Stampa”. Il quotidiano torinese accettò di pubblicare una foto (qui la vedete) che ritraeva gli autori del ratto incappucciati, con la secchia intatta in mezzo a loro. Tranquillizzati così i modenesi sull’integrità dello storico mastello, la vicenda riprese la giusta dimensione goliardica, anche grazie alla mediazione dei goliardi bolognesi, a cui non pareva vero che la “loro” beffa fosse finalmente andata a segno, seppure ad opera di un altro Ordine.

Fu sempre “La Stampa” a trattare il riscatto col riottoso sindaco di Modena: alla fine del laborioso negoziato il vagone di prosciutti e le numerose damigiane di Lambrusco divennero un prosciutto e una damigiana, che furono consegnati al giornale in cambio della secchia. Ma l’importante era che la goliardia aveva vinto.

E poiché, come sempre succede, gli audaci sono pochi, ma la vittoria è di tutti, alla cena indetta per festeggiarla la piola era piena di feluche. Il prosciutto e la damigiana finirono in un amen, ma fu una festa esaltante che consegnò Altara e il suo commando alla fama goliardica perenne.

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E poi dicono che i giovani…

La mia terza nipote, figlia di Barbara, si chiama Bianca. Ha 22 anni, sta per laurearsi in infermieristica, ed è una gran bella ragazza. Già da matricola, tre anni fa, l’hanno spedita in corsia a “fare tirocinio”, che in teoria vorrebbe dire affiancare l’infermiere professionale mentre svolge i suoi compiti, guardare e imparare, magari porgendo fiale, medicine, strumenti, e nulla più.

Invece in pratica significa trovarsi da soli in prima linea, in corsia, al pronto soccorso, in rianimazione, e dover fare tutto, perché non c’è personale e bisogna arrangiarsi. Non sai trovare la vena? Prova. Prima o poi la trovi. Non sai intubare? Guarda, si fa così e poi così. Vai. E ti lasciano solo. Come insegnare a nuotare a qualcuno buttandolo in acqua da solo alla prima lezione.

Ah, dimenticavo: naturalmente gratis. Manco i pasti, le danno. Mia figlia le prepara il barachin come quello dei manòcia Fiat, e ancora grazie che nella pausa-pasto (mezz’ora) glie lo lasciano scaldare e mangiare in “sala infermieri” dove c’è un tavolo e un fornello.

Turni di 8-10 ore, diurni, notturni e molto spesso festivi. Per Pasqua quasi tutti gli infermieri si son presi il riposo? Bon, sotto con gli studenti! Stamane Bianca si è alzata alle 5, era in corsia alle 5,45, e meno male che sta a Cavoretto, ha l’auto e lavora alle Molinette, perché se lavorava al Don Bosco come prima e doveva andarci coi mezzi (come molti suoi compagni) le toccava alzarsi alle 4. Lavoro continuo, fino alle 15.

Noi facevamo il pranzo di Pasquetta all’aperto da mio figlio Enrico, e l’abbiamo aspettata. Poveretta, era imbarazzata : “Ma dai, potevate cominciare, lo sapevate che sarei arrivata a quest’ora”. E noi tutti a rincuorarla “ma figurati, che importa, tanto è sabato, qui sotto la tòpia si sta bene, abbiamo piluccato qualche antipasto aspettandoti…”

Lei tutta contenta, rincuorata. Si parla di questo suo lavoro (l’ha scelto lei), dei medici a gettone che intascano 1200 euro a turno di otto ore, degli infermieri svizzeri che guadagnano 4mila euro al mese, del disastro che succederà quando andranno in pensione tutti i paramedici (la maggioranza) che oggi hanno tra i 50 e i 60 anni… Ci guardiamo preoccupati. Cala il silenzio sul couscous.

Per sollevare un po’ l’umore generale, fingo di non saperlo e le chiedo: “Ma in che reparto lavori, alle Molinette?” – “Otorino” – “Bèh, ti è andata ancora bene. Pensa se ti avessero mandata in Ojuventus!”

Mi ha tirato una pagnotta. Ma ridendo. Ridevamo tutti.

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Askatasuna all’arrembaggio

Finché questo penoso residuato di sinistra pseudointellettuale e autoreferenziale continuerà ad illudersi che per durare basti usare il solito doppiopesismo nelle valutazioni delle violenze di piazza e nelle reazioni ad esse, finché crederà che per raccogliere consensi basti tenere vivo nelle menti del popolo l’odio antifascista fingendo di credere vivo e pericoloso il fantasma di un regime morto 80 anni fa e strillando al suo imminente ritorno (???), finché non riuscirà a definire COMUNISTA un raid come quello di oggi (sono parole di Paolo Mieli, non mie, di quel Mieli ex militante di potere operaio ai tempi dell’università, iscritto al PD e sempre dichiaratosi rosso) questa sinistra-zombie – dicevo – non caverà il ragno (suo) dal buco (e non dico quale).

Ve lo siete meritato, compagnucci, il raid dei vostri mastini. Credevate di poterli tenere a cuccia buoni buoni nei vostri “centri sociali” (pagati coi soldi nostri) per usarli come braccio armato quando vi fa comodo, demandando a loro il lavoro sporco?

Bèh, adesso sono scappati dal canile, e dilagano. Mordono chi e quando vogliono loro. Mi fa piacere che qualche bel morso nelle chiappe ve lo siate preso anche voi.

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Al luposki, al luposki!

Per chi non mangia pane e slogan, il ragionamento è semplice: che interesse avrebbe Putin ad attaccare l’Europa? A parte il grosso dubbio sull’esito, gli costerebbe troppo in sanzioni, soldi, sangue, impopolarità, isolamento internazionale, odio e resistenza da parte dei paesi invasi, oltre al rischio di apocalisse atomica.

Non ne varrebbe la pena. Oltretutto Putin sa bene che presto l’economia globalizzata sarà dominata da Cina, India e paesi Brics, cui si aggiungerà poi un’Africa (infiltrata da anni dai cinesi) che entro il 2100 avrà il record mondiale di popolazione.

Con questa prospettiva andrebbe già bene se a contrastare questo dominio economico-politico ci fosse un “blocco occidentale” coeso, formato dagli Usa e dall’Europa, di cui la Russia fa parte da sempre.

Chi ragiona sa che a Putin conviene favorire questa vocazione europea del suo paese, e che l’alleanza con la Russia converrebbe anche a noi della Ue, alle prese con la più perfida, inarrestabile, silenziosa e pericolosa invasione mai subita nei secoli: quella islamica. Avere un potente alleato convintamente cristiano, tosto e non disposto a svendere le sue tradizioni politiche e religiose come abbiamo fatto noi, sarebbe una manna.

Ma c’è un problema: la guerra. A parole non è mai piaciuta a nessuno, però alla fine la si è sempre fatta, per ingordigia dei governanti e per interesse dei fornitori bellici. Eccolo lì, il cancro del mondo. La produzione di armamenti è la più grande risorsa industriale degli Usa, e una delle maggiori per molti paesi europei (Francia, Germania, UK, Svezia, e persino Italia).

Missili, fucili, cannoni, carri armati, navi da guerra, sottomarini, aerei, droni, proiettili, bombe, ecc. bisogna farli e venderli. E non basta che chi li compra si riempia i depositi di queste armi e poi le lasci lì d arrugginire perché “c’è la pace”. Deve usarle, perderle, sostituirle, per aver bisogno di acquistarne altre. A questo servono le guerre.

Veniamo ad oggi, allora. E’ chiara l’intenzione di molti governi occidentali di demonizzare Putin spacciandocelo per un nuovo Hitler pronto a farci guerra. I bilanci lo esigono. Le lobbies delle armi spingono, e se ne fregano del parere della gente che morirà al fronte o a casa sotto le bombe. La gente si è sempre lasciata ingannare dalla retorica patriottica e dalle false notizie come quella odierna della “guerra anomala” già scatenata da Putin.

E’ una bufala, ma i media e i social ne parlano in modo martellante, perché chi li manovra sa che il popolo “beve”. Ricordate le balle sul Covid e sui vaccini? Alla fine, volenti o nolenti, ubbidiamo. E allora giù attentati ai gasdotti, sconfinamenti aerei, droni che scorrazzano sugli aereoporti, attacchi cibernetici. Tutta roba di cui nessuno sa con certezza l’entità e l’origine (può benissimo essere una messa in scena), ma che serve a convincerci che la guerra è inevitabile, anzi, è già in atto e dobbiamo armarci fino ai denti. Ecco spiegati gli 800 miliardi votati a Bruxelles per il “riarmo preventivo” della Ue.

A me non fa paura Putin, fanno paura questi qua.

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Meditazioni sul solstizio

Eccoci finalmente all’atteso solstizio d’inverno. Eran sei mesi che pativo

l’avanzare quotidiano del buio; ora basta. Si gira, e ci si avvia di nuovo pian piano verso la luce, in un’alternanza ciclica che pulsa in tutto l’universo e che profuma di fiducia in analoghe alternanze: vita-morte-vita, bene-male –bene, fortuna-iella-fortuna.

Nel farmi gli auguri un amico mi dice di sperare nella misericordia divina di fronte ai casini che l’umanità sta combinando. Si riferisce al puzzo di guerra atomica che ha ricominciato ad aleggiare, eppure (sarà il solstizio?) questo puzzo non mi spaventa. Non credo che il Grande Capo ci spazzi via dal suo giocattolo.

Al massimo farà un po’ di pulizia, come ha già fatto altre volte (è scritto nella Bibbia) col diluvio universale e le carestie punitive, oppure (è scritto nella storia) con le pestilenze e le pandemie. Stavolta magari userà l’aspirapolvere della guerra atomica. Anche Lui si modernizza. Ma se anche succedesse, non sarebbe la fine del mondo. A Hiroshima morì sotto la bomba il 50% della popolazione, subito. Poi, per le radiazioni assorbite, un altro 10% entro un anno e un ultimo 15% da allora ad oggi. A spanne, significa che sopravvisse più del 20% di quelli che si beccarono la bomba in testa.

Ma significa anche che se morisse in una guerra atomica mondiale non l’80, ma addirittura il 95% della popolazione terrestre (oggi 8,5 miliardi) resterebbero in vita, tra quelli che saranno lontanissimi dalle deflagrazioni e quelli che senza saperlo sono immuni alle radiazioni, 425 milioni di individui. Cioè 25 milioni in più di quanti ce n’erano su tutta la terra ai tempi di Leonardo.

Questi 425 milioni sarebbero più che sufficienti per ripartire. Come peraltro la vita animale e vegetale del pianeta ha già fatto più volte dopo le numerose e immani catastrofi vulcaniche, telluriche e meteoritiche che lo hanno colpito in passato. E potranno ricominciare anche stando belli larghi, con a disposizione risorse, mezzi tecnici, conoscenze e know how che i nostri avi del ‘500 non si sognavano neanche.

Una bella potatura, e avanti. Niente apocalisse. Il Grande Capo è amore puro, le sue vendette esistono solo nella mente bacata di chi pretende (mentendo) di conoscerlo. No, non ci manderebbe mai via dalla casa che ha creato per noi, anche se bisticciamo sempre, anche se non glie la teniamo pulita come dovremmo. Non lo farebbe. Anche solo per non darla vinta a quella merda di satanasso.

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La carrozza senza cavalli

La storia non è solo quella che impariamo a scuola, quella delle lotte di potere, piena di date e di battaglie; è l’insieme delle storie “minori” che l’integrano: dell’arte, del diritto, del pensiero, dei costumi, ecc. Si può dire (semplificando molto) che la storia nasce dalla disuguaglianza fra uomini di fronte alle risorse. I più forti e astuti le sottrassero sempre ai più deboli e ottusi.

Chi furono i primi “aristocratici” se non predoni armati che arraffarono potere, terre e averi con la violenza? I nobili discendono tutti da arcaici “signori della guerra”, castellani con masnade armate al loro servizio che si fecero riconoscere bottini e blasoni da re, imperatori e capi religiosi (predoni più antichi). Altre prevaricazioni arrivarono più tardi con l’affermarsi della borghesia mercantile e industriale, ma la costante d’ogni tempo fu lo sfruttamento. Di schiavi prima, di contadini e proletari poi.

Per ciò, quando si parla di violenza comunista, si deve aver presente la millenaria prepotenza cui rispondeva. Ci pensavo guardando la foto di una Rolls Royce Phantom del 1925 che vedete qui sopra: abitacolo chiuso e autista alla pioggia, come un cocchiere, senza che l’uso di briglie lo richieda. L’immagine è emblematica. Segnala un’arroganza padronale così abituale (ancora solo cento anni fa) da diventare inconscia. Il salariato se ne stia al suo posto, fuori, alle intemperie. Solo i padroni possono stare al riparo. Era quello il sistema che fu giusto combattere.

Poi però, nei regimi del “siamo tutti compagni, stessi diritti e niente proprietà privata” i furbi tornarono a prevalere sugli ingenui. Timonieri, gerarchi e funzionari si riservarono poteri, privilegi, ricchezze e riparo, e tutti gli altri restarono fuori, esposti ad ogni genere di intemperie e carestie, poveri, terrorizzati, controllati e sfruttati. Senza neanche il diritto di mugugno.

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L’assalto all’incrociatore americano

Dopo la battaglia vittoriosa contro il tumore, eccomi qui per chi vuole ancora leggere racconti delle mie imprese goliardiche. Oggi vi parlerò del mio assalto all’incrociatore americano. E’ una storia diventata leggenda nella goliardia italiana. E’ anche scritta sul mio blog e sul mio libro “69 racconti di goliardia” uscito quasi 40 anni fa e ormai esauritissimo, oltre che su altri libri scritti in altre città. Mi sarebbe bastato copiarla e incollarla. Ma ripensando alla vicenda mi sono lasciato travolgere dai ricordi, e i ricordi, lo sapete, sono come le ciliegie nel cesto: una tira l’altra. Ho deciso quindi che una bella cornice al mero racconto cronistico sarebbe stata il cercare di portarvi con me nell’atmosfera di allora, nello spirito con cui vivevo la goliardia.

Allora come oggi nella stagione delle ferie matricolari ogni settimana ce n’era una, in giro per l’Italia. Quella volta (era la primavera del 1970) ce n’erano addirittura due, una a Trieste e una a Salerno. Optammo per Trieste (cinque ore di autostrada) e nel primo pomeriggio del venerdì partimmo in cinque dalla nostra “base” (il Caffè Ateneo, davanti all’ingresso di Palazzo Nuovo) sul mio maggiolino beige: io, che al tempo ero Pontifex, il mio Cardinale Sergio Borgogno detto “Fondue”, Emilio Atzeni detto “il Grande Saggio del Corno” (poi proprietario della birreria La Bitta), Guido Ruschena detto “Trapanator” e Alessio Giglio detto “Calorosus”. Alle 8 di sera eravamo a Trieste. Ma la festa era moscia, c’era poca gente, poche mule, e ci consultammo: e se andassimo a Salerno, per vedere che goliardia fanno i borbonici? Solo noi cinque della Volkswagen partimmo, gli altri torinesi decisero di restare all’ombra di San Giusto.

A questo punto vi chiederete che testa può avere gente che all’improvviso decide di farsi 900 Km viaggiando nella notte per 10 ore solo per cambiare festa, ma non dovete stupirvi: i goliardi sono sempre stati un po’ matti. Per farvi un esempio, una sera dei primi anni ’60, a Padova, un gruppo di loro stava discutendo al bar dell’audacia di alcuni universitari che erano andati fino in India in autostop. Stanco di sentirli lodare, Vanni Negriolli, uno dei presenti, disse “e bèh? Che ci vuole? Scommettete trenta cene che domattina parto con la mia Lambretta e vado in India?” Gli altri non solo non si stupirono, ma accettarono la scommessa. Uno addirittura, Sandro Bonardi, si offrì come passeggero. Il bello è che i due partirono davvero la mattina dopo, e all’inizio Sandro dovette addirittura viaggiare su un cuscino legato sul portabagagli dietro, perché la Lambretta non aveva il doppio sellino. Lo comprarono usato lungo il tragitto. Bèh, coi dovuti tempi arrivarono fino in Afghanistan. Dovettero tornare indietro solo per una questione di visti. Non stupitevi quindi se cinque goliardi con macchina decidono alle 9 di sera di farsi Trieste-Salerno.

Perché i viaggi tra goliardi, poi, erano divertentissimi, erano un fuoco continuo di scherzi, numeri e battute. A Calorosus, per esempio, che scoreggiava in macchina come un vecchio cavallo da tiro, contingentavamo i peti. Ogni 30 flatulenze lo obbligavamo a scendere e correre per 500 metri davanti ai fari della macchina “per arieggiare i pantaloni”, ridendo alle sue bestemmie in siculo. E così via. Sulla strada di Salerno c’era Ferrara, dove prosperava l’Ordine degli Scacchi di “Sugar Tojo” Basteri, mio grande amico e alleato. Passammo da quelle parti che erano “solo” le 23: perché non andare a salutarlo e mangiare qualcosa da lui? L’ospitalità degli Scacchi era leggendaria: nella loro splendida sede (un palazzotto medioevale del centro) offrivano sempre agli ospiti graditi cibo, tetto, Bacco, Tabacco e Venere. Sì, anche Venere. A questo provvedevano le loro belle “ancelle”. E infatti il Tojo ci accolse con tutti gli onori. Mi disse “ordina qualsiasi cosa, Zeus, manderò i miei a prenderla”. Io, per cissarlo, chiesi canard à l’orange. Il commando bianconero partì nella notte, cercò in tutti i ristoranti di Ferrara, ma invano. Però non si arrese, e rientrò con due polli arrosto e due arance: “Zeus è una divinità non gli sarà difficile trasformarli in anatre”. Ammirato della loro buona volontà e della battuta ingegnosa benedissi i polli, li cosparsi di succo d’arancia e li mangiammo con appetito gagliardo chiamandole “anatre dell’Olimpo”. E poi vino, e canti e risate, insomma ripartimmo che erano le due di notte.

Ma non fu un problema. Facendo i turni al volante, sabato a mezzogiorno eravamo già a Salerno sotto un sole sfolgorante, giusto in tempo per farci accreditare come delegazione ufficiale di Torino, e prendere i buoni pasto (per la Mensa Universitaria) e i buoni letto (per una modesta pensione del centro). Il cerimoniale della festa prevedeva poi un rinfresco in Comune, con discorso del Sindaco, e siccome tale rinfresco fu ottimo e abbondante, ci ritrovammo di lì a poco in strada, belli pimpanti e imbenzinati, a chiedere ai Salernitani come proseguisse il programma. Gli aborigeni risposero che il ricevimento dal Sindaco era l’unico impegno “ufficiale” in calendario: tutto il resto era “happening”. In pratica, dovevamo arrangiarci. Il gruppo calato dal Nord (un centinaio di goliardi, tra cui Perugini, Fiorentini, Bolognesi, Padovani, oltre a noi) ci rimase un po’ male, ma oramai eravamo lì, ospiti del Sultanato della Sacra Palma, e tanto valeva darci da fare. Che vedessero i terroni di cosa son capaci i polentoni se c’è da far casino.

Presi il comando delle operazioni e, tanto per scaldare le truppe, uccellai al volo uno striscione elettorale che alcuni attivisti del PSI stavano per montare. Premetto che non poteva essere un gesto politico perché la goliardia è rigorosamente apolitica e aconfessionale. Lo striscione valeva come la prima cosa capitatami a tiro, e il PSI come il suo casuale proprietario. Accortisi del fatto, comunque, i socialisti ci inseguirono di corsa gridando “al ladro, dàgli ai fascisti!” e costringendoci a barricarci in una scuola. Da dentro spiegammo che non c’entrava la politica, e parlamentammo attraverso la porta chiusa finché il Segretario Provinciale, informato per telefono, accettò di pagare per il riscatto una damigiana di vino: evidentemente aveva fatto goliardia anche lui, qualche anno prima, e conosceva la tradizione delle uccellagioni dei simboli. Andammo quindi tutti nella sede del PSI, posammo lo striscione e prendemmo la damigiana, mentre l’Onorevole ci raccomandava di non uccellargli nient’altro. “Si figuri!” dissi, ma, mentre mi accommiatavo da lui, due dei miei fidi presero al volo uscendo una fila di tre poltroncine da cinema (quelle attaccate fra loro, col sedile ribaltabile) che si trovava in corridoio. Nessuno se ne accorse, e le portammo giù in strada. Poi, siccome le avevamo uccellate solo per il gusto di fargliela sotto il naso, le appoggiammo sul cassone vuoto di un’Ape ferma al semaforo, il cui conducente non si avvide di nulla e ripartì portandosele chissà dove.

La damigiana comunque fu vuotata in fretta (eravamo una settantina) mentre sciamavamo verso il porto. Appena giunti sulla passeggiata a mare, vidi alla fonda nella rada un superbo incrociatore della marina statunitense. C’erano anche delle barche ormeggiate sotto la passeggiata, e fu in quel momento che ebbi la divina ispirazione: perché non rubarle e buttarci all’arrembaggio della nave da guerra? Di nuovo vi dico di non stupirvi troppo. Non era un’idea nuova, in goliardia, quella degli assalti agli stati stranieri: nel 1947 duecento goliardi bolognesi vestiti da soldati napoleonici avevano tentato, guidati da Sergio Busi e Gigi Cristofori, di invadere la Repubblica di San Marino per mutarla in Regno e consegnarlo ai Savoia che avevano appena perso il referendum. Furono respinti dai carabinieri italiani e dalle guardie del Titano, ma la vicenda finì su tutti i giornali ed ebbe ripercussioni persino all’Onu, cui era stato chiesto ufficialmente il riconoscimento del nuovo regno. Quindi spiegai il mio piano ai prodi che mi erano venuti dietro. Sarebbe bastato calarsi rapidamente nelle barche, slegarle e remare con vigore fino alla nave. Detto, fatto. Solo che, una volta saltati nelle barche, ci accorgemmo con disappunto che erano tutte incatenate agli anelloni del muro! Nel frattempo erano anche arrivati i pescatori proprietari, e ci volle del bello e del buono per calmarli. Risalimmo sulla passeggiata, e solo a quel punto mi accorsi che poco distante, su una spiaggia a ridosso del porto, vi erano una trentina di barche in secca. Quelle sì che non erano legate! Purtroppo ormai i pescatori stavano in campana, e ci tenevano d’occhio da lontano. Bisognava agire di sorpresa, con rapidità fulminea.

Dissi ai ragazzi di formare equipaggi di tre, quattro goliardi al massimo, poi assegnai loro le barche da lontano, senza indicarle: “a voi quella rossa in seconda fila, a voi quella bianca e azzurra in terza, a voi quella coll’albero, ecc…”. Naturalmente io, che avevo fatto equipaggio con Sergio Borgogno e un goliardo di Perugia, mi scelsi la più piccola tra quelle della prima fila. Siete pronti? Uno, due, tre, via! Ogni squadra si fiondò sulla propria barca, mentre accorrevano urlando i pescatori. Alcuni di noi furono bloccati sulla sabbia, altri già in acqua. Gli unici a prendere il largo, grazie alla leggerezza dello scafo, fummo noi tre, inseguiti dal padrone che affondava sempre più nell’acqua, cosce, cintola, petto, finché dovette desistere, urlando e bestemmiando come un turco. E via verso la nave statunitense. Ma cribbio, da riva sembrava lì a un tiro di schioppo, e invece dovemmo remare tre ore per raggiungerla. Arrivammo sotto il mostro d’acciaio, irto di cannoni, nero e illuminato, che era già notte. Legammo il nostro guscio alla scala che scendeva lungo l’altissima fiancata, e salimmo in coperta.

“We come in war” dissi forte all’Ufficiale che mi si fece incontro. Quello non capiva. Allora feci fare al perugino, che parlava un inglese perfetto, una dichiarazione di guerra in grande stile, da parte della Goliardia Italiana, agli Stati Uniti: ancora niente. Ci sentivano parlare di guerra, guardavano stupiti i nostri mantelli, i nostri pennacchi, e si interrogavano fra loro, con aria perplessa. Decisi allora di rompere gli indugi e mi diressi verso la sala comandi, ma subito trillò un fischietto e due enormi negri col casco MP si materializzarono ai miei lati serrandomi le braccia nella morsa delle loro manone. Mi misi subito a strillare “Stop! Stop! I surrender!” Basta, mi arrendo! E poi, tutto serio, dissi al Comandante sopraggiunto nel frattempo: “Abbiamo perso questa guerra, siamo vostri prigionieri e vogliamo essere trattati secondo la Convenzione di Ginevra!” Gli yankee sono un po’ lenti a capire gli scherzi, ma quando ce la fanno non la smettono più di ridere. Cominciarono a darci gran pacche sulle spalle, a chiamare i colleghi, a offrirci stecche di Chesterfield e bottiglie di Bourbon, a farci domande sulla vita universitaria italiana e le sue tradizioni.

Nel bel mezzo della festa, purtroppo, arrivò la motovedetta della Guardia Costiera, e col megafono ci ordinò da sotto bordo di scendere immediatamente da loro, perché a terra ci avevano dati per annegati. Allora salutammo gli amici americani e, carichi di doni (io mi feci dare anche una tazza per ricordo, che conservo ancora) calammo lungo la scaletta sulla fiancata dell’incrociatore, verso la tolda della motovedetta che ci aspettava là sotto, dondolando. I poliziotti avevano già sciolto la nostra barchetta e l’avevano legata alla loro poppa, per rimorchiarla in porto. Ma quale non fu il mio disappunto quando li vidi afferrare per gli stracci i miei due compagni e issarli a bordo a spintoni. Io, diffidente, mi ero tenuto distante, a metà scala, e vedendo quella scena feci dietro front. Risalii dal mio amico Comandante e gli chiesi, tutto serio, asilo politico. Quando l’ufficiale capì che non scherzavo, si mise in contatto radio col Consolato Americano di Salerno per chiedere istruzioni. Il Console capì subito che si trattava di uno scherzo, e telefonò al Questore, il quale a sua volta telefonò al Capo della Polizia Portuale, che chiamò via radio il Capitano della Motovedetta, cazziandolo: avrebbe dovuto trattarci con la massima cortesia e delicatezza.

Rassicurato dal Console via radio, dal Capitano a voce, e dalla motovedetta via megafono, mi convinsi allora a cedere. Diedi il secondo e ultimo addio agli americani (sempre più divertiti) e scesi sulla barca della Polizia, aiutato con deferenza dagli agenti. Dopo alcuni minuti di navigazione arrivammo in un porto gremito di goliardi e di folla curiosa: mezza Salerno vi era accorsa, perché si era sparsa la voce che tre studenti erano annegati. Colpa del padrone della nostra barca, che aveva detto che l’avevamo presa senza accorgerci che era priva del tappo di sentina. Si aspettavano tutti di veder tornare tre cadaveri, e invece videro arrivare tre allegri goliardi che, in piedi sulla tolda con la feluca piumata e il mantello, salutavano fieri con ampi gesti. Gettammo ai goliardi stipati sul molo le decine di pacchetti di sigarette che avevamo avuto in dono, e fu trionfo. Per non guastare la festa il Capo della Polizia Portuale persuase il frastornato pescatore a ritirare la denuncia di furto, e tutto finì lì. Ce ne andammo tutti a cena in gloria, dando fondo alla scorta di Bourbon ricevuta dagli yankee e brindando all’alleanza fra gli Stati Uniti e la Goliardia Italiana.

Tutto qui. Come ho detto all’inizio, quest’impresa è diventata leggenda, e passando di bocca in bocca si è spesso ingigantita nel corso degli anni. L’incrociatore è diventato una portaerei, la baia di Salerno è diventata il golfo di Napoli, ma soprattutto il mio equipaggio è cresciuto a dismisura. Se davvero avessi avuto con me tutti quelli che negli anni si sono vantati di essere sulla mia barchetta, avrei dovuto avere un traghetto. Ma la storia delle imprese funziona così. Anche i partigiani, man mano che i fatti veri si allontanavano nel tempo, crescevano di numero, e chi aveva solo sentito raccontare le loro azioni finiva per vantarsi di avervi partecipato. Succedeva già ai tempi dell’antica Roma, e il grande Plauto seppe prendersi beffa di questo fenomeno nel suo “Miles gloriosus”. Finché sarò vivo e lucido sarò sempre disposto a confermare o rettificare i racconti altrui. Dopo, facciano pure quel che vogliono. Al massimo sorriderò, indulgente, dalle piole celesti.

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Il testimone di nozze cieco

Da giovane ero famoso per i miei scherzi ai matrimoni. Ne ho fatti tanti anche ad amici non goliardi, ma coi goliardi mi piaceva di più farli perché li gradivano. Loro. Le famiglie un po’ meno. Eppure tante volte, incontrando dopo tanti anni quelli che erano presenti alle nozze con me, li ho sentiti dire che l’unica cosa che ricordavano bene e con piacere era il mio scherzo. Era diventato quasi un omaggio. Dai più banali ai più belli, i miei scherzi erano considerati pezzi d’autore.

I più banali erano i travestimenti (dai gangster con Borsalino in testa, doppiopetto gessato e mitra sotto il cappotto, ai barboni con la latta in mano per la sbobba), ma era meglio quando c’era “movimento”. Una volta liberai in chiesa un sacco di rane vive comprate a Porta Palazzo dopo averci spolverato dentro un bel po’ di pepe perché schizzassero fra i banchi tra le urla delle donne.

Alle nozze di un avvocato che aveva fatto l’errore di imporre il frac come dress-code, io e Pagani ci scambiammo i frac affittati. Così Piero (2 metri per 130 Kg) aveva i pantaloni aperti tenuti da uno spago e corti al polpaccio, e le maniche della giacca quasi al gomito, mentre io (1,80 per 70 kg) avevo le braghe sulle scarpe, le mani coperte dalle maniche e le code del frac che sfioravano terra. Entrambi però avevamo lasciato ben in vista sulla schiena  il cartellino “Ditta Devalle, noleggio costumi tetrali”.

Proprio a Piero Pagani, ex Pontefice, era toccato l’anno prima un mio scherzetto: il pornorebus vivente. Mi ero piazzato per tutta la messa a lato dell’altare innalzando un’enorme chiave di cartone dorato alla quale era attaccata una rete sostenuta da Pappo Garello.

A Villa Sassi, invece, dove c’era il pranzo di nozze di Franco Defendini e Marina Bocco, arrivai con una truppa di 30 goliardi, due ballerine negre e tre giocatori di basket che palleggiavano fra i tavoli passandosi il pallone sulla testa degli spaventatissimi banchettanti. Era il “castigo” per non avermi invitato (Franco aveva finito per obbedire al veto dei parenti della sposa). Come extra, uno dei miei girava le sale facendo il mercante ambulante con a tracolla la cassetta piena di mutande femminili sfuse. Gridava “non compratele dal suocero di Franco che le vende care, compratele da me!” perché il papà della sposa faceva il piazzista di biancheria intima, ma non amava dirlo.

Scherzo movimentato, quest’ultimo, ma non come quello che mettemmo in scena al matrimonio di un goliardo della Contea. Facemmo piombare in chiesa a metà cerimonia un nostro amico di mezza età coi baffi e le basette alla sicula che trascinava per il braccio la figlia incinta. Ovviamente costei era una goliarda nostra complice con un cuscino sotto il vestito per fare il pancione. Toccando quella finta pancia lui urlava allo sposo “vigliacco, fetuso, chista criatura nascirà sinza patri perché io t’accido!”. Lei, avvinghiata al braccio che brandiva il coltello, gridava “no, patri, ti supplico, nun l’accidere”. Lui cercava di svincolarsi dicendole “taci, tu, sveggognata, bottana!” e noi, fingendo di trattenerlo, dicevamo “presto chiamate la polizia”. Qualcuno la chiamò. Nel frattempo avevamo trascinato fuori l’omaccione urlante, e la messa era continuata, mentre da fuori arrivavano ogni tanto urla belluine. All’arrivo degli agenti, i parenti uscirono per indicare loro la coppia sicula responsabile del casino, ma rimasero basiti quando videro la ragazza sfilarsi il cuscino tra le nostre risate. Dovettero scusarsi coi poliziotti, ma alla fine ridevano anche loro.

Considero però il mio capolavoro lo scherzo che giocai al mio fraterno amico Lele Bruyère, mio successore al soglio pontificio. Il suo matrimonio con Lucia Giacomozzi fu celebrato a Pieve Tesino, in Val Sugana. Poiché i parenti della sposa sapevano che per nessun motivo avrei rinunciato ad onorare Lele con uno dei miei scherzi, mi avevano messo come secondo testimone dello sposo, per obbligarmi a star fermo vicino all’altare e impedirmi di gironzolare per la chiesa. Lo presi quasi come una sfida. Fin da quando arrivai da Torino mi tennero d’occhio per vedere cosa avrei comprato o cercato in paese. La sera, mentre eravamo tutti fuori albergo per la cena di addio al celibato di Lele, frugarono nei miei bagagli per vedere cosa mi ero portato da Torino. Ma io avevo già tutto in mente. Il mattino dopo, pochi minuti prima dell’inizio della cerimonia, sparii. Presi la macchina e andai nel paese vicino a comprare un bastone da montagna che con lo scotch bianco trasformai in un bastone bianco da cieco.  Poi comprai un paio di occhiali neri alla Ray Charles. Era tutto quello che mi serviva. Davanti alla chiesa, dove la cerimonia era già iniziata e tutti erano in ansia per il mio inspiegabile ritardo, mi aspettava Franz (complice assoldato all’ultimo istante perché… non si sa mai) che doveva “accompagnarmi” fino all’altare.

Entrammo. Nel silenzio del Vangelo si sentì il colpo del portone che si chiudeva, poi un tac tac metallico sulla pietra del pavimento. Ero io che al braccio di Franz facevo finta di tastare il terreno, e nel farlo davo secche vergate alle caviglie dei presenti. Sentivo distintamente, avanzando verso l’altare, le imprecazioni soffocate dei colpiti e il mormorio degli altri presenti al mio passaggio (“…poarèto, varda, el xè cieco, cossì zovene!). Una volta piazzatomi al fianco dello sposo insieme al primo testimone (l’ex Pontefice Nicola de Cesare) cominciai a chiedergli con voce udibile fin dai primi banchi com’era la sposa, se aveva grosse tette, mentre lui fingeva di zittirmi e il resto della banda ridacchiava sotto i baffi. Alla fine della cerimonia mi feci portare dalla sposa e la tastai tutta, prima in viso e poi… nel resto, dicendo forte «…ostia, Lele, che figa! Se è anche ricca hai fatto un affare!». D’altra parte nessuno, in quel paese di montagna, sapeva che non ero cieco. Solo gli sposi e gli amici intimi lo sapevano, ma da buoni goliardi ressero la commedia.

Era giunto il momento di concludere lo scherzo alla grande, come avevo progettato. Fin lì, erano stati solo assaggi. Quando venne il mio turno di firmare come testimone, chiesi aiuto al prete, che premurosamente mi mise la penna fra le dita e mi guidò la mano sul foglio fino alla riga giusta. Attesi che guardasse altrove, e non si accorgesse che firmavo “Zeus Renatus V Persecutor” (il mio nome goliardico da Pontefice), premessa indispensabile per il gran finale. Perché il gran finale c’era, eccome se c’era! Mentre al suono della marcia nuziale gli sposi si avviavano all’uscita, io mi inginocchiai davanti al prete, dicendogli «padre, la prego, mi benedica!». E il tapino, ignaro, lo fece. Appena ebbe finito di benedirmi con un ampio segno della croce sul capo, io scattai in piedi, buttai via occhiali e bastone, e al grido di: «miracolo! miracolo! ci vedo!» mi precipitai fuori, dove mi attendevano gli amici. A questo punto era già uno spettacolo vedere tutt’intorno l’espressione perplessa dei paesani, che iniziavano a sospettare d’esser stati gabbati. Ma se il finto miracolo era stato il piatto forte dello scherzo, la torta di nozze fu quando il prete, trafelato, uscì fuori sul sagrato gridando che il matrimonio era nullo, perché sul foglio c’era una firma falsa. Si doveva tornar dentro a rifarle tutte. Naturalmente lo facemmo, in un clima di generale ilarità. Ma il povero prevosto e i parenti della sposa non riuscimmo neanche a farli sorridere.

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La pallina di mollica venduta a 400mila lire

LA PALLINA DI MOLLICA VENDUTA A 400MILA LIRE

A questo giro il problema era la fotografia. Non ne avevo neanche una adattabile al pezzo. Mettere una foto generica di Piazza della Signoria di Firenze, dove successe il fatto, forniva un nesso troppo flebile. Ma mi sono ricordato che esiste l’Intelligenza Artificiale. Io, da buon ottuagenario semianalfabeta digitale, so appena adoperare Chat GPT per i testi, ma ho un amico, Matteo “Mèt” Banchio, che oltre ad essere un ottimo goliardo è anche un ingegnere informatico. Gli ho spiegato la mia necessità et voilà, l’immagine che vedete in testata era fatta. Certo, non spiega tutto a prima vista, bisogna leggere il racconto per capire, ma accontentiamoci.

L’episodio, dunque.

Fu una “vendita”. Era, quello, uno dei tanti espedienti usati dai goliardi che andavano alle feriae matricularum per pagarsi viaggio, vitto e alloggio e (se ne avanzavano) le bisbocce. Ho venduto di tutto, io. Quando ci fermavamo negli autogrill di notte perché non avevamo più benzina per proseguire né soldi per comprarla, mi facevo dare al bar alcune di quelle belle salviette di ovatta a tre veli bianche, e coi pennarelli (ne avevo sempre almeno tre di colori diversi con me, per ogni evenienza) ci disegnavo sopra dei bellissimi motivi simmetrici con greche, riccioli, colonne, capitelli, volute, ecc. per creare quelli che poi vendevo ai camionisti come “rarissimi foulards di Hermeus” (crasi fra Hermès e Zeus) “ne porti uno a sua moglie, glie lo firmo con dedica, vedrà che la farà felice…”.

A Bologna allestii per strada un banchetto “Vendesi insulti”, con tanto di tariffario “a dare” e “a ricevere”, cioè con prezzi diversi tra chi voleva offendermi o essere da me offeso, e col dizionario delle ingiurie a sua disposizione per ispirarsi.

A Padova montai all’interno del Pedrocchi la “Boutique del brigatista” dove vendevo “comunicati deliranti”. Erano semplici fogli dattiloscritti con la stella a 5 punte delle BR nel frontespizio e un testo inconcludente, ma farcito dei loro paroloni come “portare avanti il discorso… nella misura in cui… servi delle multinazionali… scintilla di improrogabile rottura…”). I comunicati erano deliranti in due sensi: perché erano farneticazioni senza senso, e perché de-liravano davvero, cioè toglievano le lire a chi li comprava. Ne vendetti un casino.

Avevo visto altri goliardi vendere le cose più strane nelle piazze: a Bologna nel 1969 c’era un banchetto che attraeva la curiosità di tutti i passanti perché aveva, ben allineati sopra, decine di scatolini trasparenti pieni di misteriose polveri di vari colori. Il venditore in feluca invitava con voce tonante la gente a comprare queste sue rare “cacche liofilizzate” che con la semplice aggiunta di poche gocce d’acqua sarebbero diventate preziose merde da collezione come la “merda d’artista” di Piero Manzoni. Naturalmente era bravissimo a decantare la sua merce: “guardate qui la tipica merda estiva del camoscio, viola-cupo perché in quella stagione il re delle rupi si ciba di mirtilli… ecco una merda di scarabeus nostalgicus, riconoscibile perché assolutamente nera… non perdetevi (indicando uno scatolino con dentro un mucchietto di farina bianca) questa preziosa merda che cela un dramma: è di un orangotango albino, un primate ormai quasi estinto perché, essendo rifiutato sessualmente dalle femmine del branco per via del suo manto candido, va regolarmente in bianco”.  E poi ancora (colpo di genio, mostrando una scatoletta vuota) “questo è il vano tentativo di cagare fatto da un ornitorinco tibetano stitico”.

Insomma, si rideva e si vendeva. Ma a Firenze, in quel maggio del 1970 non avevo dietro nulla da vendere. La sera si avvicinava e bisognava raggranellare qualche lira in qualche modo. Fu il caso ad aiutarmi, anzi, una catena di casi fortunati. Mettendomi la mano in tasca per contare gli ultimi spiccioli rimasti, ci trovai dentrouna dozzina di palline di mollica. Le avevo fatte durante il pranzo in osteria perché se sono allegro e con la giusta compagnia a volte faccio (ancora oggi) il gioco del tiro in sala della pallina di mollica da sotto il bordo del tavolo, dando una stecca col pollice. Un’abilità affinata nei lunghi anni di collegio, dove se il sorvegliante del refettorio ti beccava a lanciare eri punito. Quindi palline in tasca, e lanci a mortaio, per godersi (facendo lo gnorri) l’espressione di chi si vede arrivare una pallina addosso o nel piatto e si guarda tutt’intorno irritato.

Ebbi l’ispirazione che solo ai matti è concessa. Presi la pallina più tonda e bella e mi inoltrai fra i tavolini del déhors del Caffè Rivoire, in Piazza Signoria. Era pieno di goliardi, di turisti e di fiorentini habitués. Visto un tavolino libero, ci saltai in piedi sopra e chiesi l’attenzione dei presenti. “Guardate bene questa pallina – esordii– che fra un attimo metterò all’asta. Sicuramente vi chiederete chi mai comprerebbe una pallina di mollica, ma non sapete ancora che questa non è una pallina normale, bensì una speciale pallina anticonsumistica. Ora vi spiego. Oggi siamo tutti, purtroppo, vittime del consumismo. La pubblicità ci inebetisce, i supermercati cambiano ogni poco la collocazione dei prodotti per costringerci a girare tutte le corsie per trovarli, così entriamo per comprare il pane e il latte, e usciamo col carrello pieno. Lo stesso accade negli autogrill, dove per uscire ci obbligano a percorrere un labirinto tra gli scaffali per indurci a comprare inutili gadget o prodotti di cui non abbiamo bisogno. E poi ancora i falsi saldi nelle vetrine, e le “vere occasioni” eccetera eccetera. Orbene, signori miei: se voi comprate questa mia pallina magica, la schiacciate e la mettete nel portafoglio, quando lo aprirete per pagare della merce inutile la troverete lì a simboleggiare la quintessenza dell’inutilità e quindi il suo contrario, perché gli estremi si toccano sempre. La pallina vi sveglierà di colpo dall’ipnosi consumistica che vi hanno subdolamente indotto. Poserete subito la merce senza comprare, e la piccola spesa di oggi per la pallina vi farà risparmiare nel tempo cifre incredibili”. Fin qui il pistolotto, fatto mostrando tra pollice e indice la mia pallina a tutti, anche al capannello di curiosi che nel frattempo si erano assiepati lungo il “loggione”, cioè il bordo esterno del déhors.

Poi aprii l’asta.

La simpatia e la singolarità del mio gesto, la logica surreale ma potenzialmente valida del mio pistolotto, fecero subito piovere diverse offerte, dai tavolini e dal loggione. Mille! Duemila! Cinquemila a destra! Diecimila qui sotto! Ventimila il signore lì fuori! Cinquantamila l’elegante signora di quel tavolo! Settantamila in fondo a sinistra (erano goliardi che cercavano di aiutarmi a far salire il prezzo)… settantamila per la prima… settantamila per la seconda… signori, non perdetevi quest’occasione unica (cercavo disperatamente di prendere tempo perché sapevo benissimo che se avessi aggiudicato la pallina ai goliardi loro non l’avrebbero mai pagata, e avrei perso tutto), settantamila per la seconda…

Fu lì che arrivò la botta incredibile di culo.

Fortuna audaces juvat, dice il proverbio, e la dea bendata mi si presentò con le sembianze di un ricco milanese di mezza età, probabilmente in vacanza con la nuova amante ventenne. Per farle vedere di essere generoso e amico dei giovani, il Casanova intrasferta alzò la mano: “Centomila!”. Ero salvo. Partì un applauso dalla staccionata che fece gongolare il milanese, poi la fortuna si ripresentò sotto l’aspetto di un tavolo di fiorentini furbi che avevano subito capito lo sborone meneghino e volevano aiutarmi, o che forse non volevano darla vinta ad un bauscia del nord che ostentava i suoi soldi: “centocinquantamila!”. Lui si voltò, li vide mentre lo squadravano beffardi con espressione di sfida (e squadravano soprattutto le forme generose della sua partner) e gli scattò lo spirito competitivo. Li volle smerdare raddoppiando: “trecentomila!”. Calò il silenzio. Tutti guardavano me, e aspettavano.

Capii che era il momento, e chiusi: “trecento per il signore per la prima, trecento per la seconda, trecento per la terza, aggiudicato!”. Questa volta scattò davvero il delirio, nel déhors e nel loggione. Applausi, grida di “bravo”, fischietti dei goliardi, hurrah dei miei che però (ben addestrati) si precipitarono subito a battere il ferro finché era caldo, cioè a questuare negli altri tavoli e nel loggione. Alla fine, tra la vendita e le “mance” di chi si era divertito, superai di poco le 400mila lire. Ci campammo da nababbi per tre giorni, noi del Corno Taurino. Ma il bello (e forse la ragione della generosità delle mance finali) fu la battuta che feci dopo aver consegnato la pallina al Casanova ed essermela fatta pagare. Lui naturalmente l’aveva subito passata come un gioiello alla sua amante, che se la rigirava orgogliosa fra le dita.

  • “Lo sente come è morbida e gommosa signorina?” dissi forte.
  •  “sì effettivamente lo è” rispose lei
  • “Sa qual è il segreto? Le caccole di naso. Solo la mistura di caccole e mollica dà il giusto impasto alle mie palline”.

Lei cacciò un urlo e la buttò sul tavolo, mentre la gente intorno si scompisciava dalle risate. Altro applauso.

E poi la questua, la conta, le pacche, i “tettuse’ ganzo, Zeus” e via per le stradine della città di Dante coi ragazzi, le ragazze, i manti e le chitarre. C’era quanto bastava per accendere una lunga e gaudente nottata fiorentina. E, a ripensarci adesso, non erano neanche i soldi ad accenderla. Erano i nostri vent’anni.

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Il cartello salvamulte

IL CARTELLO SALVAMULTE

Un antico adagio dei nostri nonni diceva che un uomo perbene deve andare sul giornale solo due volte nella vita: quando nasce e quando muore. Perché una volta (parlo dell’800) i giornali cittadini riportavano i nati e i morti del giorno. Antico adagio che naturalmente non teneva conto degli artisti, degli sportivi e dei politici, forse perché non erano considerati “perbene”. In ogni caso un goliardo che si faccia scrupolo di apparire perbene non è per me un vero goliardo. Quella di oggi è un’altra occasione in cui sono finito su La Stampa, e anche stavolta non c’entra la goliardia come istituzione, ma come spirito indomito e libertario. Chi ha l’animo goliardo, ce l’ha anche nella vita, e se c’è da beffare di qualcuno che se lo merita, lo fa. La storia di oggi è del 1977 e le mie vittime furono le pivie, i civich, insomma i vigili urbani, quelli che oggi ostentano sulle loro auto e sui loro giubbotti la pomposa scritta “polizia locale” senza capire che tale eufemismo ricorda tanto quelli come “operatore ecologico” per netturbino (che era già un addolcimento di spazzino) o come “collaboratore scolastico” per bidello.

Insomma, era il 1977 e io avevo 31 anni, dirigevo la mia aziendina e stavo andando con la mia Alfetta dal Pilonetto verso la Gran Madre. Transitando in corrispondenza del piazzale del vecchio dazio, dove a quel tempo c’era la stazione dei carabinieri. Era pieno di macchine dei vigili, della polizia e dei carabinieri. Era appena stato introdotto l’Autovelox, con mulye altissime, e ne avevano installato uno mobile dietro la curva, poco più avanti verso il ponte di Corso Fiume. Le auto che arrivavano non se ne accorgevano, e appena svoltata la curva si trovavano la paletta davanti. Alt! E giù la stangata. Per non perderne neanche uno lavoravano a nastro, ogni nuovo multando veniva smistato a una pattuglia libera. Ricordo gente con le mani nei capelli, facce attonite, ma soprattutto (e questo fece scattare la mia ritorsione) facce godute dei vigili multanti.

Ah si? Bene. Arrivai fino al ponte, posteggiai bene l’Alfetta, comprai in cartoleria un grosso cartello bianco col pennarellone vi scrissi ATTENZIONE RADAR A 500 MT.

Poi mi misi sulla carreggiata, dopo il semaforo. Le auto dirette verso piazza Zara vedevano, ringraziavano a cenni e rallentavano. Qualcuno è persino tornato indietro a ringraziarmi a voce. Uno mi ha portato una bottiglia di champagne: “Se la merita, mi ha fatto risparmiare 150mila lire”. Persino il servizio sul giornale me lo fece un cronista che rientrava alla Stampa in Via Marenco e che senza di me avrebbe beccato una stangata. Grato, andò in redazione, prese il fotografo e venne a fare il servizio.

Le pattuglie dei “pescatori” nel frattempo erano sempre più stupite. Come mai dopo una mattinata di stragi a nastro, tutti arrivavano ai 50 all’ora, tranquilli e sorridenti? Dopo mezz’ora qualcuno dei carnefici ebbe un dubbio e risalì il corso verso la Gran Madre finché mi trovò là al ponte, col mio cartello. Mi fece un pistolotto sdegnato e mi scrisse anche una multa “per intralcio al traffico” (opponibilissima, infatti non mi arrivò mai a casa). Ovviamente non la pagai e continuai impavido a stare lì nonostante l’ordine perentorio di sgomberare: “Io sono un cittadino, lei mi ha identificato, è mio diritto stare sulla pubblica via e il mio cartello è solo un invito generico alla prudenza, quindi non è punibile”.

Se ne andò. Dovettero smontare l’autovelox e andarsene a casa con le pive nel sacco.

Ma a mettere nel sacco le pivie e le loro pive ero stato io.

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