PIFFERAI E PIFFEMEDIASET

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Basterebbe ricordare le vittorie elettorali della Appendino in Piemonte e del Brexit in Inghilterra, entrambi dati per sconfitti dai sondaggi e dai mass media, per capire due cose. La prima è che i sondaggi (soprattutto gli”exit-poll”) sono ingannevoli e si prestano a deformazioni strumentali da parte di chi vuole puntellare con essi una sua tesi o sbandierare i suoi consensi. La seconda è che si dà troppa importanza a stampa e televisione, che sono invece sempre meno attendibili perchè cristallizzate nella loro autoreferenzialità, cioè nel voler dare della società un’immagine loro, basata sulle loro convinzioni teoriche e non sull’osservazione pratica. Non vogliono capire che ormai la gente (il popolo dei bar, dei tram e oggi anche di Facebook e dei forum) ha imparato a pensare con la propria testa, e si lascia guidare sempre meno. I sondaggi fatti male possono sviare (e spesso sono fatti male apposta, cioè sono taroccati o mal interpretati proprio per sviare), e comunque vanno presi con le molle perché pretendono di fotografare il pensiero di un idolo capriccioso e mutante come la folla, che nella storia ha combinato molti guai (ad esempio urlando a Pilato: “crucifige!”). Quanto alla società teorica disegnata dai media, basta ricordare come sia tipica dei politici e dei giornalisti la frase: “Gli italiani pensano che… i milanesi sono indignati per… i torinesi si rifiutano di…”. Chi glie l’ha detto? Nessuno. La loro è pura autoreferenzialità. Specialmente i giornalisti, quando scrivono quella frase, sottintendono: “Gli italiani (i milanesi, i torinesi…) pensano di sicuro come me che sono ganzo, intelligente, colto, informato, e in quanto italiano (milanese, torinese…) tipico, ho il diritto di intepretarne gli umori”. E bon. Chi dice quella frase il più delle volte non sale su un autobus da anni, ma parla solo coi colleghi, ai convegni, nei salotti e nei corridoi del palazzo. Due chiacchiere al bar, in treno, o in coda alla posta non sa manco cosa siano, e Facebook lo ritiene un passatempo per ragazzini o per impiegati fannulloni. Però legge ogni mattina la “mazzetta” dei giornali, che infatti hanno quasi sempre le stesse notizie e danno l’impressione di parlarsi fra loro più che parlare ai lettori. Si puntellano l’un l’altro, sperando di conservare un’attendibilità ogni giorno più vacillante. Basta andare sul Disinformatico, il mitico blog di Paolo Attivissimo (http://attivissimo.blogspot.com/) per vedere quante colossali bufale hanno pubblicato con spocchiosa superficialità e spudorata indifferenza i principali quotidiani nazionali. Quelli che si fanno mantenere dai contributi statali e strillano all’attentato contro la libertà di gossip negata loro dall’ultima legge sulle intercettazioni. Quelli che fanno il brodo coi dadi d’agenzia ma disegnano società immaginarie che, se facessero anche solo un giro su Facebook, non troverebbero.

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Indispensabilità delle etichette

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Non ci piace essere etichettati, ma siamo noi stessi ad etichettarci, più o meno consapevolmente, per fissare la nostra identità. Parlare in dialetto, ad esempio, aiuta, e infatti è un’etichetta. Tutto, è etichetta. E alla fine un’identità emerge, da sola o imposta dagli altri con descrizioni sommarie e soprannomi che evidenziano in noi il mestiere (Gianni Agnelli = Giuanin lamiera), un’abitudine (Saragat = Beppe cimpa), una caratteristica fisica (Rijna = Totò ‘u curtu), un tratto del carattere (Prodi = er mortadella), un difetto (Renzo Bossi = il trota), un handicap (Andreotti = il gobbo), eccetera. Piccole etichette, ma efficaci come loghi. Le etichette sono comode. Aiutano sia chi deve costruirsi l’identità, sia chi vuole scoprire quella degli altri. Quando si vuole identificare in fretta un estraneo (dopo averlo squadrato da capo a piedi per decifrare i criptomessaggi legati all’abbigliamento, al linguaggio del corpo, agli odori…) non gli si chiede forse come si chiama, da dove viene, che mestiere fa, se è laureato, se è sposato, per chi fa il tifo, cosa ne pensa del governo, persino di che segno zodiacale è? Sono tutti appigli utili, questi, tanto per gli etichettatori frettolosi quanto per gli etichettati insicuri, che si aggrappano ad essi come a boe.
A chi dicesse che quella etichettabile è solo l’identità esteriore, superficiale, mentre l’identità vera è quella interiore, profonda, ribatterei che l’espressione stessa “identità vera” non ha senso. L’identità vera, profonda, del matto che si crede Napoleone è quella dell’imperatore. Siamo noi a non credergli. Noi ci percepiamo in un modo, ma gli altri ci vedono in un modo diverso. Ogni persona che ci incontra ci applica le sue, di etichette, e fornisce di noi una descrizione differente. Quindi siamo centomila. Ma se possono coesistere tutte queste nostre identità diverse nella percezione e nella descrizione altrui, è come se non avessimo identità. Quindi siamo nessuno. E’ il relativismo pirandelliano: siamo uno, nessuno e centomila.
Ecco perché le etichette non soltanto sono comode, ma sono l’unico espediente utile a fissare la nostra identità nel tempo, come le foto fissano l’immagine. Tutti abbiamo di noi centinaia di foto, così diverse che in molte stentiamo addirittura a riconoscerci. L’essenza della nostra immagine è quell’insieme di tratti immutati che consente all’osservatore di riconoscerci in quelle foto, come l’essenza della nostra identità sono gli elementi comuni delle etichette che ci portiamo – accettate o imposte – addosso.
“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus” (la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi) significa che all’inizio, nel fondamento della realtà, si può trovare soltanto il nome dell’universale e non un ente realmente esistente come è invece il particolare. Che invece è coperto di etichette.
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Identità e immigrazione

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Vi furon epoche di isolamento e scarsa mobilità sociale (come il medioevo) in cui l’identità non dovevi né fabbricartela nè comprarla fatta, perché ti veniva assegnata dalla nascita. Se nascevi servo avresti fatto il servo, come i tuoi avi e i tuoi discendenti. Idem per gli altri mestieri.
Poi la leva economica (il commercio) e quella militare (le guerre, le crociate) iniziarono a spostare la gente per tragitti e periodi sempre più lunghi e in numero sempre crescente, fino a giungere alle vere e proprie emigrazioni di massa.
E accadde che l’emigrante entrò in crisi identitaria. Nel luogo d’arrivo la sua identità non era più ereditaria né immutabile, e gli toccava costruirsene una nuova. Come fare?
Partito povero, magari si ritrovava agiato nel volgere di pochi anni, e comunque immerso in costumanze diverse. Spaesato, finiva per aggrapparsi alle sue radici culturali, cercando di trapiantarle nella nuova realtà. Questo espediente risultò, per i più deboli, l’unico modo sbrigativo per non smarrire l’anima, e lo è ancor oggi.
Ovviamente le civiltà d’arrivo, sentendosi “infestate”, reagirono producendo anticorpi e aprendo contenziosi mai sopiti. Da questo conflitto nacque la figura del “déraciné”, lo sradicato di ogni epoca, quello che non riesce più a identificarsi nella cultura d’origine né in quella d’approdo.
Il termine “infestate” può sembrare forte, ma di fronte al pericolo di perdere identità è comprensibile che chi ne ha una se la tenga stretta. Non è egoismo, è solo istinto di conservazione esistenziale. Chi sta a casa sua, avvolto e protetto nella sua identità (anche se è un’identità-carapace costruita a fatica a furia di etichette) è nella migliore delle ipotesi disposto ad accogliere, comprendere, mettere a suo agio ed aiutare il più possibile chi gli chiede ospitalità (cioè l’immigrato), ma solo se costui, arrivando e insediandosi, si comporterà come un ospite. Il padrone di casa non può esser obbligato a spalancare le porte a chiunque si presenti, né a rompere e gettare il proprio carapace rinunciando alle sue abitudini per adeguarsi a quelle di chi arriva. E’ costui ,che si è spostato. E’ costui che deve adattarsi il più possibile alle costumanze e alle leggi del paese che lo accoglie. E’ lui che deve integrarsi. Mi sembra un concetto molto semplice. Il conflitto, poi, è esacerbato dalla mancanza di reciprocità. Quasi sempre l’emigrante che pretende di veder rispettata la propria identità nel paese d’arrivo, viene da paesi dove questo diritto viene duramente negato a chi vi approdasse in un eventuale percorso inverso.
E così non va bene.
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Originale v/s banale

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Amo dire e fare cose banali per scelta, avendo capito che nulla è più banale che il cercare di essere originali ad ogni costo.
“Banale” deriva dalla radicale celtica ban (la stessa di bando) che indicava le prerogative del feudatario. Tra di esse c’era quella di emanare disposizioni che, stante il generale analfabetismo, venivano “gridate” dal banditore, prima di essere affisse in forma scritta.
L’aggettivo banale quindi indicò inizialmente una cosa (legge, consuetudine, credenza…) che riguardava tutti, condivisa da tutti. Una cosa ovvia (e infatti ovvio – da “ob viam”, cioè per via, per strada – è sinonimo di banale), eppure è diventato screditante. Bisogna per forza essere brillanti, originali. Lo si vede bene nelle discussioni in rete, dove capita spesso di sentir bollare dagli avversari come “ovvietà, luoghi comuni, tesi qualunquiste, banali generalizzazioni” i propri argomenti. Come se bastasse di per sé a squalificarli.
Se ci si pensa bene, ovvio è tutto. Persino, come dicevo in apertura, il suo contrario concettuale, cioè la novità. L’originalità, quando è perseguita esclusivamente e ossessivamente, diventa banale e scontata.
Però la novità resta il motore dell’evoluzione, l’innesco della mutazione, e quindi va tenuta nella giusta considerazione. Basta che lo si faccia restando consapevoli della sua complementarità con l’ovvio.
Se la novità è il motore, l’ovvio è ciò che dal motore viene mosso. Entrambe le metafore sono concepibili isolatamente (un motore che gira in folle, o un carro fermo), ma combinate insieme esse danno luogo al movimento, cioè alla vita. A patto di non sopravvalutare l’una a scapito dell’altra: non puoi spostare un Tir stracarico col motore di un tosaerba, e non puoi più usare il tosaerba se ci monti sopra un motore da Tir, che lo renderebbe inadoperabile.
I due concetti (ovvietà e originalità) sfumano l’uno nell’altro. Si compenetrano, tanto che molte avanguardie, nella pittura e nell’architettura, si ispirarono nel loro afflato innovativo alla banale semplicità delle figure geometriche (pensate al cubismo o alla piramide di Pei al Louvre). Basta, come sempre, non sopravvalutare i contrari. Il mondo non è per forza bianco o nero, anzi, di sfumature di grigio ce ne sono ben più di 50.
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Filastrocche

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Più divento vecchio, più volentieri parlo in piemontese, la lingua che sentivo di più in famiglia e per strada quand’ero bambino. Proprio vero che invecchiando si ritorna bimbi (e infatti la più bella canzone di Piero Finà si intitola “quando saremo bimbi”).
Oggi, ad esempio, mi è tornata in mente una filastrocca che recitavamo da gorbe per decidere chi doveva ‘star sotto’ nel gioco del nascondino. Qualche altra me la sono ricordata. Le rimanenti le ho trovate in rete.
Chissà se oggi i bambini non le recitano più. L’ho chiesto ai miei nipotini, e non ne conoscevano. Forse tra game boy, telefonini, playstation e altre diavolerie non giocano neanche più a nascondino o a mosca cieca… non so.
Se a qualcuno fa piacere risentirle, glie le regalo
Pimpundoru la lincia e la lancia,
quanti giorni sei stato in Francia
il lunedì, il martedì,
pimpundoru ‘t ses pròpe sota tì
Bum ! Cade la bomba in mezzo al mare,
mamma mia, mi sento male
mi sento male d’agonia
prendo la barca e fuggo via.
Fuggo via di là dal mare
dove sono i marinai
che lavoran notte e dì
a bi ci di, ‘t ses pròpe sota tì
Ambarabà cicì cocò
tre civette sul comò
che facevano l’amore
con la figlia del dottore
il dottore si ammalò
ambarabà cicì cocò.
Aulì aulè che t’amusé
Che t’aprufite a lusinghé
sacripante carcadè
barbagianni scimpanzé
a star fuori tocca a te.
Lava lava le scodelle
per mangiar le tagliatelle
lava bene lava male
butta l’acqua nel canale
tulilem blem blem
tulilem blem blu
Sette quattordici ventuno ventotto
questa è la conta del paperotto.
Il paperotto è andato in cantina
a cercare la regina.
La regina è andata a Roma
a cercare la corona.
La corona ce l’ha il re.
A star sotto tocca a te.
Sotto il ponte ci son tre bombe,
passa il lupo e non le rompe,
passa il re e ne rompe tre,
passa la regina e ne rompe una dozzina,
passa il reggimento e ne rompe cinquecento.
Questa è la conta dei tre somarelli
che si baciavano sotto gli ombrelli
e un giorno chiesero al re che passava
perché rideva e non li contava
non son capace a contar fino a tre
ma vi comando di farlo per me
Uno due e tre
esci proprio te
Passa paperino
con la pipa in bocca
guai a chi la tocca
l’hai toccata tu
esci fuori prima tu!
A bì bo chi sta sotto non lo so
ma ben presto lo saprò A bì bo.
L’uccellin che vien dal mare
quante penne può portare,
può portarne ventitré
uno due tre stai sotto proprio te
Nel giardino di mia nonna
c’era un fiore che si chiamava x
paradix paradox acaia,
chi mi sa dire questo nome
uscirà da qui, uscirà da qui.
Sotto il ponte di baracca
c’è pierin che fa la cacca,
la fa dura dura dura,
il dottore la misura,
la misura è trentatre,
uno due e tre,
a star fuori tocca a te
La balena senza culo
sa contar fino a ventuno
1 , 2 , 3……20, 21
Sotto la cappa del camino
c’era un vecchio contadino
che suonava la chitarra
uno due tre sbarra.
7 14 21 28
questa è la storia di paperotto
questa è la storia di paperino
venga fuori il più piccino!
A bi bo
Chi sta sotto non lo so
Ma al più presto la saprò
A bi bo 
Punto rosso fuori sotto!
Sotto il ponte di Verona
c’è una vecchia scorreggiona
che cuciva le mutande
per non fare il buco grande
ma quel buco si allargò
proprio a te di uscir toccò.
Pimpiripetta annusa
annusa le patate
pimpiripetta annusa
annusa i pomodor!
Goccia di limone
cala il pantalone
goccia d’arancia
o che mal di pancia
punto rosso
punto blu
esci fuori proprio tu!
Lo Sceriffo Biribi
vuole fare la pipi
la vuol far di tre colori
rosso, giallo, verde… fuori!
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Il disegno nascosto

PAPA' TONDO

L’altra sera sul tardi pensavo a Titti con particolare magone (mi capita ancora anche se sono passati più di dieci anni) e al momento di andare a letto sono andato a riporre sullo scaffale il libro finito la sera prima, per prenderne uno dei tanti in lista d’attesa. Ne ho presi in mano due o tre, poi ho deciso per uno di Wodehouse, comprato nei primi anni ’90 e mai aperto.
A letto, mentre lo leggevo, il pensiero inconscio di Titti continuava a farsi sentire come una nota di fondo, un profumo tenue.
Finché, mentre giravo la pagina, mi è caduto proprio sul cuore quel foglio bianco piegato in quattro.
L’ho aperto: era un mio ritratto con la pipa in bocca, disegnato da Maria Claudia nel ’94, a cinque anni. Me ne aveva fatto un altro a otto anni in cui sono in poltrona col giornale in mano, ma quello con la pipa non l’avevo mai visto. Forse per farmi una sorpresa l’aveva infilato fra le pagine del libro di Wodehouse quando l’avevo portato a casa, e poi se n’era dimenticata.
Fatto sta che me l’ha fatto trovare dopo ventun anni, guidandomi alla scelta di quel libro proprio in una sera in cui la pensavo con magone.
E’ stata come una sua carezza.
So bene che sul piano razionale sono solo illusioni, che è il cuore a farmi vedere e sentire ciò che desidero, ma mi fa bene.
Mi aiuta a tirare avanti.

PAPA' IN POLTRONA

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La maionese

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E’ sconcertante il facilismo buonista, istintivamente generoso ma antropologicamente miope, con cui oggi si loda il mescolarsi degli uomini sulla terra (moto orizzontale) in nome della loro formale uguaglianza, dimenticando la loro sostanziale differenza di evoluzione (moto verticale), che impedisce di fatto o rende difficile l’amalgama.
La domanda è: chi deve integrarsi nelle migrazioni? La parte al tutto o viceversa? Insomma, chi deve adattarsi a chi?
E’ come mettere tutte le mele che si trovano (acerbe, dure, mature, buone, marce, bacate) nello stesso cesto, e poi pretendere che diventino tutte uguali IN QUANTO MELE, aspettandosi persino che a seconda dell’uso cui sono destinate (succo, torta, macedonia, cibo per maiali, base per cosmetici, modello per pittori…) appena messe nel cesto le mele acerbe maturino, o le mature inacerbiscano, o le marce guariscano.
La mutazione etica, invece, è lentissima, ha un andamento sinusoidale ed è pericolosamente palindroma, cioè può anche tornare indietro. Ciò vale anche per tutte le vessazioni (burqa, percosse, segregazione, infibulazione…) cui viene sottoposta ancora oggi la donna in certe famiglie islamiche, anche già immigrate da noi. Tenersi aggrappati alle usanze del paese d’origine conferisce identità, aiuta a superare il trauma del trapianto. Magari, appena arrivati qui, i maschi si trattengono, “studiano il terreno”, ma dopo un po’ in molti di loro il dna emerge, e soprattutto il trovarsi ogni giorno più numerosi dà loro sicurezza.
Paradossalmente, nel rivendicare con orgoglio la loro differenza etnica ed etica, i primi razzisti sono loro, gli estremisti islamici. Che ci vorrebbero proibire i crocifissi, la celebrazione di Natale e Pasqua, la carne di maiale nelle mense…
Ricordano certi movimenti ultras come “orgoglio sordo” che rifiuta la denominazione politically correct di “non udenti” e sostiene a spada tratta la superiorità dello status di sordi, la ricchezza della comunicazione alternativa a quella fonica e di conseguenza (ecco il razzismo alla rovescia) l’inferiorità degli udenti.
La maionese è una salsa difficile. Ci vogliono pazienza e tempo per farla, e quando impazzisce non sempre si riesce a riprenderla. Bisogna buttarla via e ricominciare, oppure cambiare menu.
Mica siamo obbligati a mangiare maionese.
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