
Questa è un’impresa memorabile che risale al 1958, l’anno fatidico della chiusura dei casini, ma non va inserita nella serie “una più di Bertoldo” in cui racconto le mie. Non sarebbe giusto, perché non la misi a segno io (ero ancora alle medie), ma serve a capire chi erano i maestri a cui io una volta giunto in Università presi ispirazione.
Protagonisti, i goliardi del Corno. Avversari, quelli del Ducato di Modena. Pontefice Massimo era, a quel tempo, Carolus I Diplomaticus, che poi sarebbe diventato il noto penalista Carlo Altara. Premessa necessaria al racconto della vicenda è la tradizione goliardica dell’uccellagione, le cui regole diamo per note al lettore. In sostanza c’era (e c’è ancora oggi) l’usanza di “uccellare” qualche simbolo particolarmente significativo agli Ordini Goliardici rivali. Gonfaloni, insegne, mantelli, patacche, berretti, tutto è “uccellabile” secondo determinate regole, e dev’essere riscattato con pranzi, cene, cibarie… insomma doni di Bacco, Tabacco o Venere.
Fra gli studenti di Bologna (il Sacro e Venerabile Ordine del Fittone) e quelli di Modena, provincia confinante (il Ducatus Mutinensis) correva aspra rivalità. Questi ultimi avevano tentato di uccellare ai bolognesi il fittone (un pilastro di granito conficcato in terra sulla soglia dell’Università, e preso a simbolo dall’Ordine Goliardico locale) più volte e in tutte le maniere, persino agganciandolo con catene e cercando di svellerlo con un camion. I bolognesi, per risposta, erano saliti più volte a Modena con macchine e pullman per dare l’assalto alla Ghirlandina, la storica torre modenese nella cui cella era custodita la famosa “secchia”, argomento del poema “la secchia rapita” del Tassoni. Come vedete, erano scherzi già in voga nel ‘500.
Naturalmente questi raid dei goliardi del Fittone alla Ghirlandina avevano lo scopo di asportarne lo storico manufatto, sacro ai modenesi come la sindone ai torinesi. Ma sia gli assalti in massa che quelli operati da commandos isolati, erano sempre risultati vani perché i modenesi, avendo dei loro studenti “infiltrati” nella goliardia bolognese, riuscivano sempre a sapere in anticipo data e ora degli assalti. Era sempre finita in omeriche quanto inutili scazzottate. I torinesi allora, quatti quatti, si organizzarono per dar manforte ai bolognesi, loro alleati.
Durante un opportuno sopralluogo a Modena (la torre è aperta ai turisti), i nostri presero il calco delle serrature delle varie porte che introducevano alla teca in cui era custodita la secchia. Poi, per un intero inverno, addestrarono uno di loro (Balbiano, un goliardo anziano di Ingegneria che già si era distinto in abilità meccanico-manuali di quel tipo) al lavoro previsto: tutte le volte che si andava a cena, gli mettevano sul piatto ogni tipo di serrature e vecchi lucchetti che erano riusciti a raccattare al Balon, e lui non poteva cominciare a mangiare finchè non li aveva aperti tutti. Inutile dire che, in capo all’anno accademico, Balbiano era diventato più abile del Mago Oudini.
Giunto il giorno stabilito per il raid, gli incursori del Corno Taurino si recarono a Modena in sette, su due macchine: il Pontifex Maximus Carolus I Diplomaticus , Roberto Barra (Talleyrand Cardinal, poi diventato un alto dirigente industriale, braccio destro di Pininfarina) che per quell’occasione aveva fregato la macchina al padre, il cardinal Luigi Rossi (che poi diventerà il commercialista di Borsano), Kiki Ardissone, Amedeo Di Masi, Trassoni e “Oudini” Balbiano. Per farvi capire il calibro goliardico di questi ragazzi , basti dire che Kiki (il più vecchio dei due “fratelli Karamazov” detto “il mongolo”) era quello che aveva uccellato un tram vuoto fermo al capolinea ed era andato in giro per Torino col fratello e altri goliardi, finché l’ATM, dopo ripetuti e inutili tentativi di fermarlo, aveva dovuto togliere la corrente dalla linea.
Ma torniamo al blitz. Mescolati ai visitatori, entrarono nella torre solo Rossi, Di Masi e Balbiano, e alla fine dell’orario di visita si nascosero per farsi chiudere dentro dal distratto custode: una strategia classica. “Oudini” Balbiano aveva la notte intera a disposizione per aver ragione delle serrature, ma queste cedettero alle sue abilissime mani dopo pochi tentativi. Presa la secchia, i nostri la avvolsero in un sacco per abiti e uscirono. Altara, Barra e gli altri, che aspettavano fuori facendo da pali, presero le macchine per tirarsi dietro eventuali inseguitori, mentre Karamazov e Rossi, con la preda sottobraccio, si diressero con nonchalance a piedi verso la stazione.
Il bello è che sulla strada incrociarono una pantera della Polizia (era la vera, storica “pantera”, che era stata battezzata così perchè era un “Alfone” nero) la quale accostò accanto a loro. Dal finestrino, uno della pattuglia chiese loro cosa avessero nel sacco. La risposta sorridente di Kiki fu geniale, degna della sua presenza di spirito e della sua leggendaria faccia di bronzo: “niente di speciale, abbiamo rubato la secchia dalla Ghirlandina” Le feluche, i mantelli e l’aria scanzonata dei nostri persuasero gli agenti che si trattasse di una battuta, e la Pantera sgommò via. La difficoltà era superata, e la secchia giunse a Torino col primo treno del mattino.
Poche ore dopo, naturalmente, il custode della Ghirlandina scoprì il ratto, e la notizia finì sui giornali. Tutti i modenesi, e non solo gli studenti, erano imbestialiti per la beffa. Eppure non s’era trovata traccia di scasso, niente danneggiamenti. C’era solo, nella teca, la pergamena con la regolare richiesta di riscatto, lasciata dai torinesi. In essa si chiedeva, in cambio della restituzione della secchia, un vagone merci pieno di prosciutti e damigiane di lambrusco. La richiesta può sembrare esosa, ma nelle trattative, si sa, è sempre meglio sparare alto per ottenere di più dalla controparte che spara basso. E poi, in fondo, era un prezzo adeguato all’enorme importanza storica dell’oggetto trafugato.
Il Sindaco di Modena, però, non la prese affatto sul ridere. Dichiarò alla stampa che si trattava di un affronto gravissimo, fece subito denuncia contro ignoti, mise di mezzo il codice penale e diffidò sui giornali i “ladri” a vigilare perchè lo storico oggetto non riportasse neppure un graffio, pena un’esorbitante e preventiva richiesta di danni. I nostri, visto ciò, cominciavano ad avere un po’ di fifa. Pensavano di vedersela coi goliardi modenesi, e invece si trovavano contro l’intera città emiliana. La secchia cominciò a scottare, e iniziò il gioco del cerino acceso. Nelle case degli alti dignitari goliardici torinesi capitava che a notte fonda suonasse il campanello: chi andava ad aprire si trovava la scottante secchia sullo zerbino. La notte dopo costui cercava di disfarsene nello stesso modo, e così via per una settimana
Per fortuna si mise di mezzo “La Stampa”. Il quotidiano torinese accettò di pubblicare una foto (qui la vedete) che ritraeva gli autori del ratto incappucciati, con la secchia intatta in mezzo a loro. Tranquillizzati così i modenesi sull’integrità dello storico mastello, la vicenda riprese la giusta dimensione goliardica, anche grazie alla mediazione dei goliardi bolognesi, a cui non pareva vero che la “loro” beffa fosse finalmente andata a segno, seppure ad opera di un altro Ordine.
Fu sempre “La Stampa” a trattare il riscatto col riottoso sindaco di Modena: alla fine del laborioso negoziato il vagone di prosciutti e le numerose damigiane di Lambrusco divennero un prosciutto e una damigiana, che furono consegnati al giornale in cambio della secchia. Ma l’importante era che la goliardia aveva vinto.
E poiché, come sempre succede, gli audaci sono pochi, ma la vittoria è di tutti, alla cena indetta per festeggiarla la piola era piena di feluche. Il prosciutto e la damigiana finirono in un amen, ma fu una festa esaltante che consegnò Altara e il suo commando alla fama goliardica perenne.








