Archivi del mese: agosto 2008

Pavia, pensione Metinel

Forse piallata dalla Tv, forse affondata coi dialetti, ma si è persa quell’arguzia bonaria del popolino, quella delle battute dette per strada, al mercato, all’osteria (memorabile capolavoro di quel repertorio, la frase di chi si alzava per andare a pisciare e diceva “Vado a pié për al còl col ch’a ciula mia fumna” vado a prendere per il collo quello che si scopa mia moglie). Questa era l’arguzia popolana. Chi non andava in ferie, alla domanda “Andoa ‘t vas an ferie?” rispondeva “I vado a Pavia, a la pension Metinel” Voleva dire “Non vado via (i vado pa via) me ne sto nel mio tinello (pension Metinel)”. Anche i terroni avevano imparato, e dicevano: “vado a Caresto” (resto qua).

Ma allora restare era normale, quasi per tutti. Adesso meno, e così va a finire che di fronte a quella domanda si glissa, o si mente. E dire che trascorrere le ferie d’agosto in città è una chicca, una delizia per veri “connoisseurs”. Ecco qualche suggerimento per te che non ci credi, per te che sei rimasto qui solo perché non hai i soldi per partire, o perché hai mandato moglie e figli in campagna dai suoceri, ma tu non ci sei andato perché ti stanno francamente sul culo. Primo: pensa ai guai di chi è partito. Esodi biblici, incidenti stradali, macchine in panne, caos nei luoghi d’arrivo, tutto che costa il doppio, spiagge affollate, code ai ristoranti, rumori insopportabili di notte, parcheggi introvabili… Paragonali ai vantaggi che hai qui. Quali? Ma quelli che ti mancano per tutto l’anno: spazio, tempo e libertà.

Spazio-fuori: niente code, strade libere, posteggi a gogò (e gratis), pullman vuoti… Spazio-dentro: la “tua” casa, col tuo letto, i tuoi libri. Ci stai da dio. E c’è anche la cantina, per i giorni più caldi. Là sotto ci fa un fresco delizioso. E’ sporca, in disordine? Avanti con la pulizia, allora, e col riordino, che è anche un bel viaggio nei ricordi. Quando sarà a posto, magari ti vien voglia d’arredarla con un tavolo e due sedie, se ci stanno, per farne una mini-tavernetta dove bere e fumare con gli amici senza che i tuoi ti rompano le scatole.

Tempo: muoviti come un bradipo. Alzati dal letto, vai di corpo, lavati, cucina, mangia, tutto alla moviola. Mettici apposta il doppio del tempo che ci vuole, per gustare fino in fondo la mancanza d’urgenza. Fai cose sfiziose, come rovesciare sul tavolo e inventariare i tiretti non destinati a cose specifiche, tipo quelli dei comodini. Salteranno fuori cose dimenticate, la stilografica d’argento persa anni fa, il biglietto da visita di quell’idraulico onesto (rarissima figura), medicine scadute da buttare, monete da 500 da usare nei carrelli al posto dei 2 euro… E le foto? Hai di sicuro vecchie foto di cui non ricordi più data, luogo e facce. Divertiti a ricostruirne i dati e scrivili dietro: sarà un magico back-up dei momenti più belli della tua vita (perché non credo che tu ti sia fatto fotografare sulla poltrona del dentista o in coda alla posta mentre paghi le bollette).

Libertà: assapora fino in fondo il piacere dell’anarchia gestuale, stacca i telefoni, ubbidisci agli stimoli della fame e del sonno senza orari. Fai scorpacciate “proibite” (‘na béla soma d’aj, ‘na salada ‘d siolòt cru con tripa ‘d Moncalé…) a qualunque ora te ne venga lo sghiribizzo, anche in piena notte. Fatti una bella panciata di Olimpiadi alla Tv, se ti piace lo sport, oppure affitta una dozzina di Dvd e guardateli tutti di fila. Poi scendi nel fresco dell’alba a far due passi, e magari una bella brioche calda, col cappuccino e il giornale che sa ancora d’inchiostro. Fuma nel letto, e dormi fino alle tre del pomeriggio. Si vive una volta sola

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Il fascino dell'imprevisto

I tour operators si lamentano che calano le prenotazioni e crescono i clienti che aspettano i “last minute”. Prenotare con largo anticipo o aspettare fino all’ultimo sono due atteggiamenti direi quasi ‘esistenziali’ verso la vacanza e la vita in generale. Entrambi hanno dei pro e dei contro. I pro del rimandare la scelta fino all’ultimissimo istante sono: risparmio, sorprese e senso dell’avventura. I contro: poca scelta, incertezza e ansia. I vantaggi del prenotare con largo anticipo sono invece: ampia scelta, possibilità di prepararsi con cura, tranquillità. Gli svantaggi: costo pieno, noia da mancanza di sorprese e perdita di tutto o parte del versato in caso di rinuncia.

Alla fine, come dicevo, è questione d’indole. Chi prenota è un metodico, non ama le sorprese, sa bene cosa vuole e sa anche dove, come e quando procurarselo. Gli piace scegliere fra quintali di dépliants. Viaggia con la fantasia sulle carte geografiche, si documenta a fondo su Internet, stila programmi di viaggio meticolosi, il giorno tale gita lì, il talaltro cena là… e vuole sapere in anticipo ogni dettaglio, dal panorama che vedrà dalla finestra della sua camera d’albergo a quanto distano via via gli ospedali più vicini al suo itinerario. E’ una forma mentis diffusissima, quest’ultima. Il padre della psicanalisi Sigmund Freud, tanto per fare un esempio, stava fisicamente male se non si recava alla stazione almeno un’ora prima della partenza del suo treno.

Io invece non so neanche più dire quanti treni e traghetti ho perso in vita mia. Perché odio programmare. Ciò mi ha reso molto inefficiente sul piano imprenditoriale (o comunque molto meno efficiente di quanto sarei stato se fossi stato un meticoloso programmatore, uno di quelli che fanno colazione a pane e budget), ma mi ha regalato una vita stramba, piena di sorprese, quasi tutte belle. Prendere impegni oltre le due settimane, anche solo per una cena da amici, mi dà un senso di fastidio. Un po’ perché sono fatalista (ogni mattina ringrazio il cielo d’esser vivo, e dare per certo di esserlo in un futuro vicino o lontano mi puzza di übris, mi sembra un atto di superbia verso chi è padrone del mio destino) e un po’ perché il tempo mi scappa via già fin troppo velocemente. Faccio di tutto per frenarlo (posticipo, rimando, conservo scontrini, annoto tutto minuziosamente, faccio il bradipo), figurati se mi va d’anticiparlo, correndo con la mente avanti a lui. Per me le cose che càpitano per combinazione son sempre più eccitanti di quelle organizzate. L’improvvisata dell’amico… le conoscenze casuali… le zingarate nate lì per lì…

Si parla tanto di fascino dell’avventura, di vacanze estreme, ma che cos’è l’avventura, oggi, se non ignorare fino all’ultimo dove si andrà in vacanza, se non partire senza bagagli, contando di comprar tutto per strada, o all’arrivo? In ufficio, dietro la mia poltrona, tengo appesa la borsa gialla e nera dei Clerici Vagantes, con dentro (oltre la placca e la feluca) lo stretto necessario a sopravvivere, quanto a vestiario, mentre facessi lavare quel che indosso partendo: una tuta leggera, un paio di ciabatte, un ricambio di biancheria intima, spazzolino, dentifricio e sapone, asciugamano e stop. Anche un libro (la Divina Commedia formato tascabile). La leggenda dei Clerici nacque un giorno anche da quello, dalla nostra disponibilità a partire sull’istante per le nostre scorribande, senza neanche passare da casa. Oggi, da vecchio, la disponibilità è minore, ma la borsa è sempre lì, per metà tentazione e per metà rimprovero. Per fortuna quelli come me saranno sempre minoritari rispetto a quelli come Freud. Altrimenti i ‘last minute’ costerebbero più delle prenotazioni. Io, comunque, pagherei volentieri lo stesso.

 

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Riposare stanca

Ho detto ieri quanti pregi abbiano, quando si svuotano per ferie, le città (parlo di quelle normali, non di quelle d’arte, che non si svuotano mai), ma nonostante la meraviglia per fini intenditori che è passare il mese d’Agosto in città, c’è chi teme di annoiarsi. Se a costoro la noia deriva dal far nulla, suggerisco loro di lavorare: le stazioni turistiche in agosto vanno in tilt, e non è difficile trovare qualche posto dove dare una mano (retribuita in nero) in cucina, in spiaggia, persino in cascina: la noia è scongiurata, ed alle ferie pagate si aggiungerà alla fine un bel gruzzolo. Se invece si annoiano comunque, che lavorino o riposino, devono avere un problema esistenziale, che non c’entra nulla con l’estate. Potranno allora, insieme a chi s’annoia solo oziando, scegliere fra tre soluzioni.

La prima è cercare uno psicanalista. Siccome in agosto non ne troveranno neanche l’ombra (due personaggi sono assolutamente introvabili: lo psicanalista ad agosto, e il vigile urbano quando l’idiota di turno ti ha posteggiato, ben chiusa, l’auto davanti al portone) s’affanneranno a cercarlo, e chi s’affanna non s’annoia. La seconda è procurarsi una dozzina d’arretrati domenicali della busiarda e di “Repubblica”, provando a leggere tutti gli editoriali di Barbara Spinelli e di Eugenio Scalfari. Se alla quarta articolessa saranno ancora svegli, capiranno che la loro noia esistenziale, confronto a quella prosa, è cocaina pura. La terza è cercare tra le persone che incontrano quelle più indaffarate e stressate, intervistandole su cosa farebbero se avessero del tempo libero. Supposto che non li mandino a cagare (chi ha veramente da fare non è tenero con gli oziosi), costoro li sommergeranno con valanghe di progetti (dal banale “dormirei” al fantasioso “visiterei, fotograferei e mi documenterei su tutti i monumenti equestri, perché Torino è la città italiana che ne possiede il maggior numero). A questo punto gli annoiati cronici non avranno che da scegliere in quei bizzarri menu di voglie il progetto a loro più consono, vergognandosi di non averci pensato da soli.

Ultima raccomandazione: non sottovalutate la Tv. Tutti la fuggono, d’estate, perché si sta meglio fuori, e poi è piena di repliche. Però, che repliche, ragazzi! Intanto i famosi “Il meglio di…”, che ripropongono davvero il meglio d’ogni serie, da Quark a Drive-In, sfrondato della zavorra. Quanto ai film, di notte vanno in onda vere e proprie rarità “cult”, le cosiddette “rassegne di genere”: si va dagli spaghetti western minori ai film di Pierino-Alvaro Vitali, dalle parodie di Ciccio&Franco ai polizieschi anni ’60 con le gazzelle della pula ancora verdi. Una pacchia, per chi ha i capelli grigi. Un tuffo nella gioventù. Peccato che per trovarli devi fare zapping nelle Tv private, e fra un “chiamami subito” e un “ascoltami mentre godo” magari finisce che torni a letto, svegli tua moglie e la stupisci. 

 

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Benrimasti

Sono iniziate le ferie, ma non tutti sono partiti. Chi è rimasto  si consoli: la vera vacanza alternativa è restarsene in città per tutto il mese. Magari senza neppure dirlo agli amici, che a volte sono invadenti, e comunque non permettono, dovendoli sentire e frequentare,  quell’abbandono totale dei ritmi e degli impegni che è il vero privilegio per chi resta.

Perché vacanza deriva dal latino “vacatio”, e vuol dire mancanza, assenza, liberazione. Non solo dal lavoro, ma anche dagli orari, dagli impegni, dal telefono, dalle convenzioni sociali, persino dai ritmi biologici che scandiscono la giornata per tutto il resto dell’anno. Vuol dire poter dormire quando ci vien sonno, mangiare quando ci vien fame, leggere se ne abbiamo voglia, trafficare per casa in mutande e ciabatte se ci va, far l’alba guardando quattro film di seguito alla tv, starsene in casa oppure uscire, secondo l’estro, a qualunque ora.

La città vuota possiede ed offre a chi la percorre una bellezza ed una calma quasi irreali. Sembra persino più pulita. E’ bello a Ferragosto saltare sulla bici a torso nudo e attraversare in pieno giorno il centro senza incrociare anima viva, come se fossero le quattro di notte. Oppure prendere il bus e arrivare in pochi istanti presso banche, mercati, uffici per raggiungere i quali nel resto dell’anno ci vuole un’ora.

Se siete rimasti in città per ragioni di lavoro, incontrerete altri che sono nella vostra stessa condizione, e ciò allontanerà da voi la tentazione di sentirvi schiavi del sistema, o vittime dei colleghi più furbi e maneggioni che vi han fregato il turno di ferie in agosto. Se invece siete rimasti per scelta vostra, potrete godervi senza code, senza affollamenti e soprattutto senza fretta negozi, musei, cinema, teatri, impianti sportivi, servizi, trasporti pubblici, ristoranti, bar, discoteche, spettacoli all’aperto, insomma, tutto quello che solo una grande città come la nostra può offrire ad agosto. Non dimenticate che Torino, una volta, era chiamata “piccola Parigi”.

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Avete chiappe al posto delle gote

Pare che Berlusconi, per la prima volta da quando il suo governo è operativo (neanche tre mesi) voglia porre la fiducia sulla finanziaria. Avete letto, avete sentito nei Tg i commenti isterici dei compagni su questa sua intenzione? Si va dalla “intollerabile prevaricazione” al “disprezzo per il Parlamento”, con basso continuo di “è allarme democrazia” e di “non si governa a botte di maggioranza”. Le facce da culo rosse credono che il popolo (già da loro pubblicamente disprezzato per aver “votato sbagliato”) sia incapace di ricordare quel che faceva Prodi, e insistono col loro spudorato doppiopesismo.

Numeri alla mano: La Repubbli-pravda, nel Febbraio 2006, additò al ludibrio dei suoi trinariciuti lettori il fatto che l’odiato nano, dal 2001 al 2006, aveva posto la fiducia per 27 volte; due anni dopo, quando risultò che Prodi in neanche mezza legislatura l’aveva posta 30 volte (e alla 31esima era caduto), i nipotini di Scalfari fecero finta di niente. Gli s’era rotto il pallottoliere?

Altro piccolo, ma non meno irritante esempio. Appena Gasparri ha invitato i nostri atleti olimpici a manifestare in qualche modo a Pechino il loro dissenso contro la violazione dei diritti umani in Cina, i compagni lo hanno coperto di insulti: “Lo sport non c’entra con la politica”. Ah, sì? Non c’entra? E come mai allora i compagni nel 1976 convocarono addirittura una mega-manifestazione a Roma per impedire a Panatta & C. di andare nel Cile di Pinochet a vincere la nostra prima (e unica ) Coppa Davis? 

Buffoni. Ancora un esempio (peui basta, dësnò i cossòt an carpion am van për travers) sul 2 agosto, anniversario della bomba di Bologna. Alla stazione felsinea c’è una lapide con inciso “strage fascista”. L’hanno murata prima ancora che venissero condannati in via definitiva Mambro e Fioravanti, che peraltro continuano a protestarsi innocenti, pur ammettendo molti altri delitti. Nel frattempo sono emersi parecchi elementi nuovi (tra i quali la relazione della commissione parlamentare sul caso Mitrochkin, la diversa ricostruzione della strage fatta da Cossiga, all’epoca premier, e l’ammissione dell’ex-terrorista Carlos, che ha riconosciuto l’esplosivo come suo), tutti elementi che portano ad una pista araba (Gheddafi) o palestinese (Al Fatah). Ma è bastato che Fini vi accennasse di striscio, augurandosi che “dopo tanti anni si dissolvano le zone d’ombra” per sollevare un vespaio di stizzite reazioni rosse: “C’è chi vuole riscrivere o rileggere la storia (Cofferati) – Sconcertante che alte cariche istituzionali mettano in discussione una verità accertata (On. Zampa, PD) – Ci si aspetterebbe un atteggiamento di rigore su sentenze giudiziarie e verità storiche acquisite (Monari, PD) – Operazione revisionista finalizzata a riscrivere quanto avvenne nella stagione dello stragismo e a negare in essa il ruolo dell’estrema destra e degli apparati dello stato (On. Ferrero, segretario PRC)- Dopo cinque gradi di processo si è arrivati a una condanna, basta con le discussioni (Paolo Bolognesi, Presid. Associaz. Vittime). 

Ah, sì? Cinque processi bastano per avere una verità tombale sulla strage di Bologna, ma sono pochi e discutibili per il delitto Calabresi? Il pentito che ha calunniato Mambro e Fioravanti è sincero e credibile, ma quello che ha incastrato Sofri è un frittellaro ballista? Vergognatevi una buona volta, gesuitacci rossi! E scrivete piuttosto “strage comunista” sulla lapide di Via Fani. Lì di processi ce ne sono stati addirittura sei. Bastano?

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Sìngher keeping

Berlusca tira dritto, e arrivano tremila soldati (per ora, poi se funziona la mossa sarà estesa) nelle città più tartassate dalla delinquenza. Usare i soldati per mantenere l’ordine pubblico non è una bestemmia. I nostri fanti lo han già fatto con successo in Mozambico e in Somalia, e lo stanno facendo in Kossovo, Iraq, Libano e Afghanistan. I detrattori di questa soluzione (tutti a sinistra) farneticano di casematte, reticolati, sacchetti di sabbia, coprifuoco, ma non vedrete nulla di tutto ciò: solo ronde in divisa, che però i rossi non vogliono perché – dicono – “militarizzano” troppo l’immagine delle città agli occhi dei visitatori. Invece anche un cutu capirebbe che all’Italia fa peggior réclame un solo turista che torni a casa borseggiato, derubato o malmenato, di mille che raccontino d’aver visto in giro dei soldati.

Una volta, quando i militari in libera uscita erano obbligati a portare la divisa in perfetto ordine, con tanto di copricapo, i marciapiedi ed i locali pubblici delle località sede di caserme brulicavano di soldati, la sera, tutti a passeggio lindi e lustri, ben riconoscibili, senza che nessuno si sentisse in guerra per la loro presenza. Un esempio? Da sempre (e ancor più oggi che la naja è stata abolita) ai torinesi fa piacere incontrare di sera, in Via Cernaia e dintorni, gli eleganti allievi Ufficiali Carabinieri della Caserma Lamarmora in libera uscita. A quell’ora, guarda caso, non si verificano mai scippi o rapine in quei paraggi. Basta la loro presenza. Questo e mille altri esempi non basteranno però mai a calmare i compagni, che berciano ‘a prescindere’ contro ogni atto di governo del Cavaliere, per giusto che sia.

Per fortuna il buonsenso alberga più spesso nei discorsi della gente che nei commenti dei giornali o nei discorsi dei politici. Il popolo che vive in trincea, lottando ogni giorno coi problemi che i Soloni dibattono in Tv senza poi fare mai nulla di concreto, non ne può più della criminalità di strada, dei furti e delle aggressioni nelle case, delle truffe agli anziani e tutto il resto. E’ ora di far funzionare per qualche scopo pratico, tangibile, immediato (oltre che per le missioni internazionali di peace keeping) questo nostro esercito di cui la gente comincia a dubitare se serva (e a cosa serva, oltre a distribuire stipendi).

Il nostro budget per la difesa, infatti, è già fra i più bassi del globo, ma se ne va per il 95% in salari. Chi ha portato le stellette di recente sa bene che, fatti salvi pochi corpi speciali come i parà o gli alpini (che continuano a vincere le gare di guerra simulata della Nato), il nostro esercito non viene messo in grado, per addestramento, armamento ed equipaggiamento, di svolgere al meglio il suo compito istituzionale. Però, visto che lo paghiamo, lasciamo almeno che il governo lo impieghi per dissuadere i borsaioli e i ladruncoli Rom. Për fé “sìngher-keeping”. Sarà pòch, ma l’è già quajcòs. 

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Lo zaino

(post lungo e intimista, adatto solo ad amici pazienti e comprensivi)

 

Nel leggere il commento di Fufù al mio post “Mogli assenti” dell’altro ieri ho avuto una crisi di malinconia. Sarà che sono depresso cronico, che vado avanti a pillole e mi gonfio i visceri (come dice il mio amico e psichiatra personale, il grande goliardo fiorentino Zalla) con  l’insublimabile peso di complessi di colpa vecchi e nuovi, sarà anche per questo, dicevo, ma ci sono rimasto davvero male. Ce l’ho, ce l’ho il complesso della palina, Cristo se ce l’ho. E mi rendo anche conto d’essere rimasto incagliato lì, nel mio percorso di elaborazione del lutto, lungo e difficile come non avrei mai creduto. Chi mi conosce da vicino (e Fufù mi conosce, essendo il padre di due dei miei nipotini) ha tutto il diritto di dirmi: «Vai alla palina tutti i giorni portando mazzi di fiori, cosi stai meglio, quindi soddisfi un tuo bisogno. Lasci sola sempre la tua famiglia tua moglie e due figli. Nonostante ciò, ci vai lo stesso, gratifichi il tuo amore, curi la tua autostima con un impacco di buonismo, ripensi ai tempi andati e a cosa non ti sei perso con Titti e trai “il meglio” da ciò che hai (una palina)».

Tutto ciò è molto duro, ma almeno è franco e diretto, ed io ho sempre amato queste doti, almeno quanto ho odiato l’ipocrisia e il “parlare a nuora perché suocera intenda”. Forse potrei obiettare che ogni giorno da 40 anni dormo, pranzo e ceno con mia moglie e vedo i miei due “incredibili” figli in ufficio (e i miei “bellissimi” nipotini quasi ogni giorno), ma conterebbe poco: non esiste una misura assoluta e giusta del dare, che è sempre troppo o troppo poco a seconda del bisogno e delle aspettative di chi riceve. Non è questo che conta. E’ che sono davvero incagliato in quel rito quotidiano della palina, che lo faccio davvero per star meglio (o meno peggio) e che uno dei pensieri che mi assillano quando sono lontano da Torino è proprio “chi bagnerà e cambierà i fiori a Titti”. Però anche Anna ha lo stesso assillo per la tomba, e non se ne starebbe tranquilla al mare se non sapesse che nonno Ciro ci va e la accudisce ogni giorno. Il mio è solo un ‘posto’ diverso per ritrovarmi con Titti e – questo è verissimo – “ripensare ai tempi andati e a cosa mi sono perso con lei”.

Però il cruccio più grande, che mi fa soffrire fino alle lacrime, è cosa si è persa lei con la vita. E come darei volentieri la mia in cambio della sua, sull’istante, sempre, senza esitare un nanosecondo, se un qualche genio della lampada mi concedesse il privilegio di poterlo fare, e la richiamasse in vita fulminando me lì dove sono. Questo penso, andando alla palina. E mi dispiace anche che Titti sia morta lì (perché i suoi occhi e la sua umana consapevolezza si sono  chiusi lì, i cinque giorni di agonia incosciente e la conseguente possibilità di far vivere altre persone con i suoi organi sono stati solo provvidenziale vaselina celeste che ha reso un tantino meno bruciante l’inizio della nostra sodomizzazione da parte del destino, quella dolorosa e martellante sodomizzazione che prosegue tuttora), mi dispiace che sia morta in una strada trafficata dove la gente mi vede. Preferirei mille volte che fosse successo in una via appartata e deserta, o in un sentiero fra i boschi, per poterci andare senza destare il sospetto di farlo per esibizionismo, come mi è stato rimproverato (devo dire con poca o punta delicatezza) da persone a me vicine. Comunque chiedo perdono io, non m’incazzo e non serbo risentimenti. Quel che Fufù non sa è che da vecchi l’autostima tende a calare perchè sfuma piano piano l’io, l’autòs che si dovrebbe stimare. A questo proposito ho trovato un brano che avevo scritto nel 2005, sei mesi prima che morisse Maria Claudia. Lo condivido ancora, ma ci farò un’aggiunta. Eccolo:

 

Viene un senso di scoramento, nel capire. E si capisce, man mano che s’invecchia si capisce. E’ uno dei privilegi (pochi) della terza età, quello di riuscire ad avere una visione complessiva, panoramica, dell’intricata giungla nella quale si è passati. E’ come se la vita fosse una valle (di lacrime? Non per tutti e non sempre) da attraversare, e la morte uno scollinamento, un superamento della cresta verso la vallata successiva. Forse. Per gli induisti, almeno, è così. Resta la sensazione, man mano che si sale verso l’ultima cresta, di panorami, intuizioni, aria leggera, viste retrospettive ad ogni tornante della mulattiera, ad ogni sosta ansante, appoggiati al bastone. Ed è bello ricercare dall’alto la fonte dove hai bevuto, la casa dove hai dormito, il bosco e il fiume che hai attraversato, scoprire i pericoli che hai evitato per caso, e che t’appaiono tali solo riguardandoli dall’alto, e riconoscere i posti, e le cose. Vedi che laggiù la strada girava (e tu non lo sapevi), t’accorgi che quella scorciatoia che volevi prendere era un vicolo cieco, ti rendi conto che bastava seguire il fiume un po’ più a valle, oltre il ponte crollato, per trovarne un altro ed evitare il guado… E’ il bello della vecchiaia, voltarsi indietro e capire. Ma viene un senso di scoramento vedendo tutti quelli che ci seguono e non sanno, e non vogliono neanche sapere. Vedendo tutti quelli che camminano laggiù come formiche, e stanno rifacendo i nostri sbagli, e non ci sentono quando glie lo urliamo. Come noi non vedevamo e non sentivamo i vecchi che ce lo segnalavano, sbracciandosi, da lassù in alto… E allora tutto si confonde, onestà, disonestà, giustizia, ingiustizie… Ognuno agisce secondo il suo interesse, quasi sempre. E dopo il suo, secondo quello della famiglia, del clan, del paese, del partito… L’uomo cerca sempre un suo tornaconto, anche non materiale, come il sentirsi migliore, guadagnarsi il paradiso, trovare la pace interiore… un tornaconto c’è sempre. L’unico sentimento concreto che ci avvolge insieme al vento, quando sostiamo sulla cresta prima di iniziare la discesa, è la pesantezza del rimorso. L’amarezza per il male fatto, al quale non si può più rimediare. Ma forse è solo zavorra da scrollare per librarsi di nuovo sulle ali del tornaconto spirituale. Uno zaino da posare in terra, sul colle, e poi giù di nuovo, senza pesi e senza peso, dopo un breve riposo.

 

Questo il brano. L’aggiunta di oggi, dopo che Titti è “andata avanti” come dicono gli alpini, è che ho capito che lo zaino non lo si posa sulla cresta, ma lo si porta dietro nella discesa, fino in fondo, perché la fine del viaggio è lì, mica sul colle. E se a volte ci sembra più leggero è perché i sassi che lo facevano pesare erano i desideri inappagati, i sogni non ancora realizzati, i traguardi non ancora raggiunti. C’è un momento del viaggio in cui uno capisce di essere troppo avanti per rinculare e cambiar rotta. Quando ti rendi conto che la discesa è iniziata da un bel po’, e il fondovalle si fa sempre più vicino, cominci a guardarlo. E’ sempre avvolto nella nebbia dei dubbi, ma via via che discendi e lo osservi qualche dettaglio traspare, qualche cosa intuisci. E finalmente accetti l’idea che tante cose che pensavi ancora di poter fare (viaggi, amori, creazioni, mutamenti…) non hai più il tempo, la voglia e la possibilità di farle. Ogni volta che accetterai di spegnere definitivamente un desiderio, avrai un sasso in meno nello zaino. Così, finita la discesa, sarà se non proprio vuoto almeno molto più leggero. Come deve essere per volare meglio nel cielo.

 

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