Archivi del mese: marzo 2009

Madonna bu'aiola

Leggo che Veronica Ciccone, in arte Madonna, vuole adottare una bimba del Malawi “a tempo” (18 mesi di prova, della serie “soddisfatti o rimborsati”), sfruttando il potere dei suoi soldi e della sua popolarità, e penso a quanti genitori, invece, devono fare i salti mortali per poter adottare un bimbo nel terzo mondo. Al punto che sovente, per l’esasperazione, finiscono per imboccare brutte scorciatoie. Ricordo il caso scoperto a Bari qualche anno fa, un traffico di bambini “su ordinazione” attuato da una gang rumena. Per stanarla, i carabinieri si erano infiltrati fra le coppie che partecipavano all’asta. L’offerta più alta era stata 50 mila euro, costo-standard per un’adozione nel terzo mondo. Il vantaggio, a Bari, era meno viaggi e niente burocrazia. I caramba, da buoni caramba, avevano rilanciato a 350 mila, addirittura sette volte di più (stupisce che i rumeni non abbiano mangiato la foglia), e ovviamente si erano aggiudicati il pupo. Dopo che la banda fu arrestata, si scoprì che il bebé era stato pagato 25mila euro alla madre, cioè circa il 7% del prezzo finale.

E’ questo il mercato moderno, signori. Privilegia chi traffica, mica chi produce. Perché non basta, oggi, avere idee e prodotti. Bisogna farlo sapere al consumatore, convincerlo a desiderarli, confezionarli, portarli sul luogo di smercio, venderli, incassare. Questo nei mercati liberi. In quelli controllati ci sono anche le tangenti per chi ti “permette” di vendere. Mettici, fra queste, non solo il “pizzo” mafioso, ma anche quello legale rappresentato da licenze, concessioni governative, tasse. Se vai a vedere cosa prende il contadino di quel che tu paghi al verduriere, scoprirai che non è lontano da quel 7%. Idem per il cinese che ha cucito la tua giacca firmata.

La madre del bebé, quindi, non poteva lamentarsi. Il problema è capire come avesse potuto trattare il prezzo del figlio mentre ne sentiva i calcetti nel ventre. E perché non aveva voluto neanche toccarlo dopo il parto. Una che faccia così è un mostro sotto il profilo antropologico, prima ancora che morale. Ma la vera nefandezza è ucciderlo, l’infante. Chi lo abbandona o lo vende, pensa magari di dargli così un futuro migliore (la storia è piena di esempi, basti fra tutti quello di Mosè nel Nilo). E comunque vendere, abbandonare o uccidere neonati, per miseria lo si è fatto sempre. Per vergogna sociale spessissimo. La variante di oggi è l’avidità. E neppure quella, a pensarci bene, è tanto nuova.

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Monade (con l'accento sulla A, Leibnitz non c'entra)

Volevo parlarvi del concerto dell’altro ieri al teatro Verdi di Padova, per il cinquantenario della Lenguazza, in cui ho suonato come prima sega. Poi ho pensato che le foto valgono più delle parole, e aspetto che mi arrivino per metterle su FB. Alla banda musicale goliardica, o più esattamente all’Ente Morale Polifonico Vitaliano Lenguazza (chi vuole saperne di più ne digiti il nome su Google) dedicai vent’anni fa un capitolo del mio libro “Gaudebamus Igitur”. E’ stato proprio mentre cercavo quel testo nell’archivio “goliardia” del mio Mac che ho ritrovato un brano inedito adattissimo a far capire lo spirito di noi “Professori” della Lenguazza (quasi tutti over ’60). E’ l’introduzione che scrissi per un libro goliardico che non uscì mai perché gli autori dilapidarono in Bacco, Tabacco e Venere i fondi raccolti per la sua pubblicazione. Bàh… se era destino che abortisse, almeno abortì secondo i canoni. Eccovi il pezzo.

«Sono lieto che i giovani goliardi del SOTCaP mi abbiano chiesto un’introduzione, poiché l’introduzione è da sempre il gesto che riesce meglio a un buon goliarda. Poiché me l’hanno chiesta senza farmi leggere il libro, sarà un’introduzione sulla fiducia, un po’ come quando si dice alla fanciulla: “Stai tranquilla, farò attenzione”. Il contenuto del libro, in ogni caso, ha la mia incondizionata approvazione “a priori” perché è parto di due validissimi Pontefici, e per noi Senatori “quod Pontifex dicit, est lex”. Si rilassino anche le giovani lettrici: non avendo io scritto alcun testo fra quelli contenuti nel libro, possono star sicure che non “vengo dentro”. Chiederò agli autori, se la presente non sarà ritenuta valida come introduzione, che venga considerata almeno una buona leccata per via di quel “validissimi”, o almeno additata, come esempio di buonumore senile. Questo consentirebbe, dato che alla mia età non sempre riesce l’introduzione, di rispettare fra leccata e additata il famoso proverbio veneto “finché el gh’a lingua e dito, l’omo no xè finito”. Ove sia  pubblicata (e quanto segue l’ho chiesto apposta, come segno di apprezzamento da parte degli autori, per sentirmi leccato a mia volta) essa dovrà venir stampata nel verso giusto ad inizio libro, e a gambe in su nell’ultima pagina. Così i lettori si troveranno di fronte al primo esempio di 69 bibliografico della storia. Vi benedice in nomine Bacci, Tabacci Venerisque – Zeus Renatus V Persecutor»

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L'uomo comune

I grandi giornali (Corriere, Repubblica, Stampa) irridono il congresso del neonato Pdl, dicendo che si sa già chi lo vincerà (il Berlusca) e che è solo una montatura pubblicitaria in vista delle elezioni europee. L’uomo comune però si ricorda ancora il can-can mediatico sulle false primarie del Pd (anche i cutu sapevano che avrebbe vinto Veltroni) e si sente preso per il culo. Il doppiopesismo dei compagni è così spudorato da ritorcersi come un boomerang sui loro consensi, in calo costante.

All’uomo comune dà fastidio che i politici e i loro media lo prendano per il culo. L’uomo comune vorrebbe che ai grandi problemi pensassero i politici, pagati (e bene) per quello: lui ha già i suoi problemi spiccioli, e tra l’altro gli sembrano sempre più importanti di quelli degli altri. Il diritto di morire in pace è una cosa astratta, quello di dormire in pace è una necessità concreta. Infatti l’uomo comune, se qualcuno parla forte sotto le sue finestre, lo prende a gavettoni e insulti, ma se suo figlio torna a casa con una multa di 100 euro perché svegliava tutti col motorino smarmittato, inveisce contro la società oppressiva. Se non facesse così, non sarebbe un uomo comune.

Il politico in teoria dovrebbe essere diverso. Invece non lo è mai. O quasi. La politica è solo un mestiere, esercitato da uomini comuni appena mascherati. Una carriera come tante, solo più truccata. Un gioco di ruolo i cui partecipanti, che vincano o che perdano, alla fine si ritrovano più sporchi, ma  più ricchi. In soldi, in potere, o in entrambi. Persino Pannella che è rimasto “povero” (se tale si può definire chi ha la lauta pensione da ex deputato) s’è preso la sua ricompensa. Da come considera roba sua la Radio e il Partito Radicale, da come tratta i dissidenti ai congressi, si vede che è come Madre Teresa, come Fidel Castro, come tutti i possessori di certezze, politici e religiosi. Gente che in oro o in applausi, in terra o in cielo, alla fine batte cassa. A conti fatti, preferisco l’uomo comune.

 

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L'addestratore di accendini

Il pensionato ucciso dal pioppo che aveva segato. E’ istintivo pensare a una vendetta del vegetale sul suo boia. Ed ecco, nella fantasia, praterie di carote ergersi a reclamar la pelle dell’ortolano, subito imitate da fantasmi di fiori, frutti e legni vari, sradicati e uccisi a diverso titolo dall’Homo Rex. E se davvero ce l’avessero, l’anima, le rape? Se partecipassero in qualche modo del Grande Meccanismo, del ciclo eterno energia-materia e ritorno? Che fregatura per i vegetariani integrali, i vegani, fanaticamente rispettosi della vita animale, ma non di quella vegetale! Che spasso immaginare quei mujaeddin del frullato accusati da un’ipotetica setta mineralista che nel rispetto d’ogni forma di vita si cibasse solo di proteine di sintesi, “scavalcandoli a sinistra”!

Però… ferma: sintesi di cosa? Di elementi chimici, di minerali inanimati? Nessuno può dire con certezza assoluta che lo siano. Dagli oggetti che si muovono da soli in presenza di certe persone (o in circostanze particolari) alla misteriosa migrazione delle biro rosse dalla propria scrivania a quella altrui, c’è tutta una casistica di fenomeni cinetici nei quali non si può escludere a priori una “voluntas” misteriosamente correlata al Grande Meccanismo.

Io, per esempio, perdo tutto, specialmente gli accendini. Allora ne tengo una scuderia nel tiretto, ed ho instaurato fra loro una rigida disciplina. Intanto, chi “si fa perdere” non mi frega, perché lo rimpiazzo subito. Se poi lo ritrovo, finisce in panchina fra le riserve, così impara. Perché ho capito come fa, il vagabondo, a spostarsi: mi spegne l’attenzione mentre lo poso nel posto che gli piace, così non registro la sua nuova posizione. Ma da quando temono il declassamento (provate anche con le biro rosse: funziona) i miei accendini sono più disciplinati. Ridete? Questa teoria ha lo stesso fondamento scientifico di quella del paradiso-purgatorio-inferno, o dei “numeri caldi” al lotto, o del famoso binomio “jettatura-scaramanzia”, ma, almeno, strappa un sorriso.

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Mele

I mercati rionali mettono allegria. Le grida, la gente, i profumi, i colori… E poi diciamolo: convengono, alla grande. Stamattina a Porta Pila gli zucchini costavano 1 euro al chilo e da Cartier (così io chiamo il fruttivendolo del mio quartiere) 3,50. Certo, al mercato (e più questo è grande, come Porta Pila, più la regola è ferrea) devi saper comprare. Non ci devi andare la mattina presto (specie di sabato), quando i prezzi sono più alti, ma all’una o alla sera, quando ti tirano dietro la roba per finirla. Non ti devi ostinare a comprare ciò che avevi pensato e che magari quel giorno hanno in pochi, ma devi comprare quello che hanno tutti, perché costa molto meno: in genere ce l’hanno tutti proprio perché ce n’era in abbondanza ai mercati generali e già là i grossisti si facevano concorrenza.

Poi bisogna stare attenti ai soliti trucchi, come quello di spalettar rumenta da dietro mentre davanti il mucchio è di roba bella, o di mischiare seconda e prima scelta, roba vecchia e roba fresca. Le nostre mamme e le nostre nonne non ci cascavano mica. Giravano tutti i banchi per confrontare i prezzi prima di acquistare, mercandavano, esigevano l’assaggio, controllavano i pesi. Era normale: i soldi erano pochi, e andavano difesi con le unghie. Ecco. Dicono che è arrivata la crisi? Si bandisca un corso regionale da oculata massaia per le nostre ragazze. Sarà sempre meglio che un corso da velina, come ha bandito la regione Campania. Perché diventare veline è difficile, ma diventare povere facilissimo. E in quel caso è più utile saper comprare le mele che saperle dimenare.

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Gruppo di famiglia in un interno

La famiglia è cambiata. Quella d’oggi ha molti vantaggi (figli meno “castrati” psicologicamente, meno cerimonie, più libertà e sincerità), ma ne aveva anche quella patriarcale (solidarietà, calore umano, trasmissione di valori forti). Quale delle due sia meglio è impossibile quanto inutile stabilirlo, perché entrambe sono specchio del loro tempo. La famiglia d’una volta era un valore universalmente riconosciuto, al quale ognuno attingeva. Di qualunque ceto essa fosse, chi ne faceva parte ne andava comunque fiero, perché da essa traeva protezione, sicurezza e identità. La peggior vergogna, infatti, era quella d’esserne cacciati, perché ciò significava venire isolati anche dalla società.

Capitava, ad esempio, alle mogli fedifraghe e alle figlie rimaste incinte da nubili senza possibilità di nozze riparatrici. Il terrore di ciò causava aborti clandestini, infanticidi, abbandoni di neonati. Oggi che l’autorità indiscussa del “pater familias” è scomparsa, c’è maggior libertà tra i membri (d’opinione, di movimento, di decisione…), ma minore solidarietà. L’aumento costante di separazioni e divorzi dimostra che l’interesse singolo dei coniugi è considerato più importante di quello collettivo della famiglia. Scompaiono anche i riti connessi al cibo ed alla fede. Colazioni frettolose, ognuno per conto suo. Pranzi fuori casa, sul lavoro o a scuola. Cene alla chi c’è c’è, Tv a palla e zitti che non sento.

Della preghiera prima del pasto, neanche parlarne. Ci s’incrocia di corsa, ci si lascia biglietti, ognuno fa la sua vita in una casa sempre più albergo e meno focolare. Anche le riunioni “allargate” in occasione di feste o ricorrenze, così utili una volta per consolidare i legami con quei parenti lontani che oggi spesso non si conoscono neanche più, sono diventate rare. Restano, a svolgere quel ruolo le prime comunioni, le nozze e i funerali, ma non sono la stessa cosa. In cambio nascono solidarietà d’altro tipo. C’è chi lascia la sciarpa della Juve ben in vista sull’auto sperando che l’eventuale ladro di fede bianconera (scusate la tautologia) desista. Non so se funziona, ma è già bello che lo si pensi.

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La patata del camerata

Fatta. An si è sciolta nel Pdl, come il sale nell’acqua. Bella mossa, per Fini, in un momento in cui la sua alta carica istituzionale (Presidente della Camera) lo metteva temporaneamente al riparo dalle polemiche interne più ruvide. Così Fini si candida automaticamente alla successione di Berlusconi quando costui si ritirasse dalla politica (evento improbabile), o salisse al Quirinale (evento possibile) o salisse alle dimore celesti (evento bramato da tutti i compagni). In fondo Fini ha portato in dote al Pdl un partito ben strutturato, radicato nel territorio ed anche finanziariamente solidissimo, il che lo mette al primo posto fra gli aspiranti successori dell’ultrasettantenne Cav.

Io auguro 100 e più anni di vita felice a Silvio, ma il giorno che dovesse morire e Fini gli succedesse, sarebbe ben effimera la gioia dei compagni. Ben presto capirebbero d’aver perso in un sol colpo due nemici: i fascisti e Berlusconi. E loro di nemici hanno un bisogno assoluto. Di antifascismo hanno campato dal 1921 fino a ieri (e ci provano ancora oggi). Di antiberlusconismo campano dagli anni ’80 e contavano di campare ancora per un bel po’, nonostante Di Pietro gli abbia tolto l’esclusiva.

Morto il Cav, finiti i fascisti, chi gli resterà da odiare? E come faranno a sopravvivere senza odio? Per i rossi l’odio è come il sangue per i vampiri. Però, però… qualche furbastro potrebbe ispirarsi a Selenella, la patata al selenio, o a Iodì, quella allo iodio, i due tuberi-bidone che costano il triplo delle patate normali pur non avendo aggravi significativi nella lavorazione (selenio e iodio costano pochissimo, e sono aggiunti all’acqua dell’annaffiatura, che va fatta comunque). Ispirarsi come? Aggiungendo un sale qualsiasi, e lanciando la patata Salò “il tubero del vero camerata”. I compagni si precipiterebbero a comprarla. Finita l’eroina dell’odio antifascista, come metadone andrebbe bene anche una patata.

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