Archivi del mese: dicembre 2008

Buon inizio (almeno quello!) di 2009

Ringrazio ed auguro buon anno a chi ha la pazienza di seguire questo mio blog, ma non resisto alla tentazione, visto che ho acceso il Pc, di buttare un occhio anche su Facebook. Anzi, la trasformo in post, quest’occhiata, così chi non è ancora entrato nel nuovo grande gioco di FB (FaceBook) se ne fa un’idea. In questo istante, ad esempio, sulla mia HP (Home Page) leggo che Jacopo e Uca sotto la neve con spritz “leggero” fanno gli auguri a tutti. Non so chi siano ‘sti due, ma se figurano sulla mia HP vuol dire che li ho “fatti amici”, e questo vi dà già la misura di quanto sia distorto su “faccialibro” il concetto di amicizia. Ma proseguiamo con le notizie SLQNPD (Senza Le Quali Non Potrei Dormire): Ale passa il capodanno a casa con amici. Toni, criptico, fa auguri particolari agli isolani (siculi, sardi, elbani, capresi?) con charme da Mobilificio Aiazzone (consegna in tutta Italia, isole comprese).

Poi c’è un’orgia di targhette da taxi (libero/occupato), per non voler fare il cattivo parlando di altre targhette analoghe solitamente presenti su altre porte. Alludo a tutti quelli che ritengono doveroso annunciare alla piazza virtuale di FB di essere passati da fidanzati a single, o viceversa. Ma in fondo può servire anche quello. A trovare un rimpiazzo nel primo caso, o a scoraggiare gli spasimanti nel secondo. L’autoreferenzialità affligge la maggioranza di chi va in FB: c’è chi mette le foto della gita al mare o del dolce appena sfornato, c’è chi cambia frase ogni mezz’ora nel suo box “che fai ora?” (e ci dice che ha sonno, che ha freddo, che sta studiando, che sbadiglia, che va a far shopping… ma mai la cosa che gli augurano tutti, cioè che va a cagare), poi c’è chi pubblica il video di qualche sua performance inaudita (come guidare la moto…) e chi incolla nelle “note” versi di poesie non sue, brani interi di libri ed altra roba, per far vedere che è colto.

Oggi, ad esempio, ho trovato questa sbrodolata (alla “IF” di Kipling), che ho battezzato “Appello alla laica santità”. Sentite che roba: Siate degli attenti; siate degli appassionati; siate sempre rispettosi di chiunque e della sua natura, anche dei vostri stessi errori o difetti che meritano pazienza per il miglioramento; siate in armonia con la natura e con i suoi spazi e le sue regole; siate in silenzio piuttosto che creare disarmonie; siate colti senza sembrarlo, semplicemente lasciando che le cose vi raggiungano e sedimentino dentro di voi; siate saggi nel mettere in pratica ciò che scoprite di positivo e diventate silenziosamente esempio senza bisogno di dare insegnamenti; e sappiate “ascoltare”, con la coscienza e con il corpo, perché tutto intorno a voi parla e vi parla, non soltanto le voci delle persone, ma gesti, rumori, colori, calori, spazi, vuoto e bellezze inimmaginabili, se si ascolta e si guarda davvero intorno: come in un viaggio in motocicletta, senza barriere, senza artefatte protezioni, senza aiuti caritatevoli o prezzolati per la manutenzione: nell’enigma della vita siamo soli, e singolarmente dobbiamo risolverla per poter trasmettere ad altri la nostra serenità.

Mettere i due punti per due volte nella stessa frase è un errore blu. Cosa dite? Pignolo, io? Ma è l’autrice del brano che mi ha ordinato di esserlo nell’incipit: “siate degli attenti”. Io obbedisco, sto attento, e segno l’errore col lapis blu. Pensando però a come cazzo sarà stato grosso quel bacio Perugina, per poter contenere sotto la stagnola dell’involucro un brano così lungo.

 

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Sesso in corsia

Ieri parlavo delle ruote degli esposti, posando nelle quali (fin dal medioevo) i neonati indesiderati si dava loro almeno una chance di vita, quella chance che invece l’aborto nega. Questa mia tenerezza senile verso ogni forma di vita ha (l’ho già detto) origine nel lutto feroce che mi ha mutilato tre anni fa, ma anche nel dna. Mio padre (che morì a 61 anni con tutti e tre noi figli vivi e sani) negli ultimi anni era attratto anche lui dai bambini piccoli, come mai prima. Sarà perché, come dice il vecchio proverbio piemontese, “quand che la vita a së scursa, l’anima a s’ lustra”? Magari anche.

Sta di fatto che mi commuovo, adesso, leggendo notizie come quella di Ludovica, la bimba nata sul marciapiede d’una clinica romana non per malasanità, una volta tanto, ma solo perché aveva fretta. Io la festeggio, quella creatura golosa di vita, come festeggio le pianticelle che sbucano caparbie dalle crepe del cemento. Brava anche sua mamma, che ha saputo restar calma come una squaw abituata a partorire da sola al ruscello. Bisogna gioire, quando le cose vanno bene, e non restare indifferenti come se tutto fosse dovuto.

Non c’è nulla, di dovuto. Prendi mio nipote Marco, ad esempio. Ha sei anni e mezzo ed è sanissimo, ma non sarebbe vivo se non fosse nato in quell’Ospedale Sant’Anna su cui appena tre mesi prima il mio giornale (Torino Cronaca) aveva fatto un’inchiesta a dir poco urticante. Il pediatra che, a fronte di un voto di 9/10 attribuito al neonato dall’ostetrico (gli esami non solo non finiscono mai, ma cominciano presto…), capì che Marco non respirava bene e lo mandò in rianimazione anziché in camera da mia figlia, gli salvò la vita. Il resto lo fecero le attrezzature modernissime e il premuroso personale del reparto immaturi nell’attiguo ospedale infantile, da cui vidi dimetter sano e vispo uno scricciolo che, appena nato, pesava quattro etti.

Eppure succedono cose curiose, negli ospedali. Un infermiere del reparto in cui aveva partorito mia figlia mi disse, proprio in quei giorni: «Lei non ha neanche idea di cosa son capaci, qui dentro, i parenti delle ricoverate. Guardi solo cosa accade durante la notte, qui nel reparto puerpere: discorsi ad alta voce, come se fosse ora di visita, telefonini che trillano, lamenti di pazienti fresche di cesareo, urla da doglie, crisi isteriche di madri e suocere, luci accese, gente che fuma di nascosto… Pensi che una volta ho persino sorpreso due che copulavano mentre la compagna di stanza, sgomenta, si era tirata le lenzuola sulla testa. Alle mie rimostranze, sa cos’ha risposto lui? Si calmi, è mia moglie! Che male c’è?»

 

 

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Ruote e cognomi

Leggo che dal 16 dicembre scorso l’ospedale Salesi di Ancona ha la sua ‘ruota degli esposti’. Naturalmente moderna, cioè non più la vecchia struttura cilindrica in legno dove le mamme inserivano i neonati indesiderati, sapendo che dall’altra parte qualcuno (di solito una suora) era pronto a ‘prenderli in consegna’. Quella di Ancona è un piccolo box, con culla riscaldata, saracinesca elettrica e telecamera per sorvegliare il piccolo (ma non chi lo posa). Il tutto è costato circa 30 mila euro a Regione e Comune. Sessanta milioni. Ad Ancona con quella cifra ci compri due garages in condominio, riscaldati e con saracinesca elettrica. Ma nel campo della sanità, si sa: le spese sono fuori controllo, nel senso che nessuno controlla quanto di esse va davvero in tasca al fornitore e quanto al committente, o agli intermediari.

Ma torniamo alla ruota degli esposti. Da questo termine derivano cognomi diffusissimi come Esposito, Degli esposti, Trovati, che hanno almeno il pregio di essere trasparenti. Perché quando arrivava un piccolo angelo le suore (di solito le ruote si trovavano presso i conventi) dovevano denunciarli all’anagrafe, inventandosi per loro un nome (e lì, col calendario dei santi, non era difficile), ma anche un cognome. Così, per non ripetersi troppo con “esposti” e “trovati” le sorelle iniziarono ad alludere alla ruota (ecco i cognomi Rota, Della Rota, Rotati…) e all’origine di quegli angioletti, che per loro non poteva essere che il cielo (ed ecco i cognomi De Angelis, De Angeli, Angeli, Angiolini, Bello, Belli, Bellini, Cielo, De Santis, De Maria, Di Maria, Delli Santi, Santini…)

La (giusta) preoccupazione di (alcune) monache era che il cognome del bastardino, se avesse alluso con troppa trasparenza alla sua origine… opaca, ne avrebbe potuto compromettere il futuro matrimonio o le future carriere ecclesiastiche, militari o civili. Ed ecco allora arrivare i cognomi-saluto e i cognomi-augurio: Bennato, Bennati, Benvenuto, Benvenuti, Benedetti, De Benedetti, Benarrivo, Diotallevi, Salimbene, Crescibene, Amato…

Poi magari questi ‘esposti’ hanno fatto fortuna, hanno fondato famiglie potenti, hanno ricevuto investiture e feudi, hanno coperto il loro blasone di gloria e di prestigio, ma questa è un’altra faccenda. L’inizio è stato quello: la ruota. Magari cinque, sei, sette secoli fa, ma quello. E ciò dovrebbe far meditare sulla fatuità dei discorsi razziali, campanilistici, identitari. Ecco una buona ragione per rallegrarsi del fatto che dal 16 dicembre ci sia (pure) ad Ancona la versione moderna (e carissima) della medioevale ruota. Un’opportunità va data a tutti. Poi ognuno se la gioca al suo meglio. Abortire, invece, è come lasciare il giocatore in panchina. Ma che dico in panchina, in spogliatoio. Ma che dico in spogliatoio, in tribuna. Insomma, non è giusto.

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Pinin ël minusié

Non se ne può più di sentire, sotto Natale, la logora retorica presepiale del Cristo che ha scelto di nascere al freddo, in una stalla, povero fra i poveri. Perché, pur accettando la vulgata che così narra (a fronte di un profilo biografico del Nazareno difficilmente ricostruibile in chiave storico-cronistica) bisogna riflettere sulle condizioni sociali dell’epoca prima di buttarla sul pauperismo. A quel tempo in Palestina i veri poveri erano gli schiavi, gli storpi e i mendicanti in genere. San Giuseppe, invece, era un artigiano che possedeva una casa, un laboratorio attrezzato, manteneva una famiglia, faceva studiare i figli, aveva l’automobile del tempo (l’asino) e quindi  in un certo senso poteva essere considerato un benestante.

Quanto alla stalla, si sa che il falegname più famoso della storia bussò invano a molte locande, prima di accomodarsi in quel luogo. E non chiedeva certo ospitalità gratuita, quindi aveva con sé i denari per pagare la stanza, ove trovata l’avesse. Il guaio è che c’era il “tutto esaurito” ovunque, a Betlemme, per via del censimento, e in questi casi ti devi accontentare. Quando c’è un grande accorrere di gente in un posto e pochi letti a nolo, capita anche oggi. A me è successo di dormire in un fienile appena fuori Siena (e l’altra coppia d’amici in automobile), dopo aver fatto una doppia fesseria. Uno: andare a vedere il Palio dell’Assunta senza prenotare una stanza. Due: mettermi a cercarla la sera della vigilia, come a l’ha fàit Pinin ël minusié a Betlèm.

Senza contare che “stalla” vuol dire comunque un tetto con porta, fieno, paglia, e riscaldamento animale. Al tempo di Giuseppe poteva considerarsi una sistemazione relativamente confortevole. I nostri montanari in fondo hanno svernato cucinando e dormendo nella stalla per millenni (e fino a pochi anni fa) perché le loro malghe erano monolocali, e il calore delle bestie li aiutava a sopravvivere di notte. Poi metti pure che per le spese del viaggio in Egitto Giuseppe si sia aiutato vendendo i doni dei Re Magi, ma insomma, il Rex Judeorum ha scelto di nascere popolano, non miserabile. Volerlo ad ogni costo povero fra i poveri è quasi come dire che gli odierni popolani volano a Sharm el Sheik dopo Natale per celebrare il soggiorno egiziano del mobiliere di Nazareth.

 

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Giostra di sicurezza

Quante realtà scompaiono da un momento all’altro, nell’indifferenza generale, e quasi senza che noi ce ne accorgiamo! Negli anni ’50, ad esempio, le automobili e i camion erano già padroni delle vie torinesi, eppure i carrozzoni gialli e blu di Gondrand e quelli marron del ghiaccio giravano ancora, trainati da cavalli enormi. Poi scomparvero quasi di botto, come le carrozzelle: l’ultimo “bërlandin” in bombetta si ritirò, decrepito, nei primi anni ’80, dopo aver prolungato coi servizi nuziali l’agonia di un mestiere (il suo, di “cocchiere su pubblica carrozza a traino equino”), colpito a morte dall’avvento dei taxi. C’erano ancora più di cento piole, negli anni ’60, ed oggi di veramente genuine ne resta forse una dozzina, non di più. 

E i lustrascarpe? Gli ultimi sei (me ne ricordo bene perché mi giovavo spesso delle loro eccellenti e poco costose prestazioni) resistevano al gelo appollaiati come corvi contro la balaustra del portico degli arrivi, alla stazione di Porta Nuova: Arneodo, Demaria e i Martino (distinti per “stranòm”: il mio preferito si chiamava “Martinàss”), tutti di Castelmagno, tutti ormai anziani e coi figli già grandi (e avviati in altri mestieri). Nell’80 morì Arneodo, il decano, e due anni dopo gli altri cinque mollarono di schianto tutti insieme: nel giro di pochi giorni chiusero le loro lise cassette e se ne andarono via tutti, come passeri ad una fucilata. Fra un po’ la stessa sorte toccherà alle vecchie botteghe e alle giostrine: la grande distribuzione sta già decimando i negozietti, e i luna park viaggianti faranno prima o poi la stessa fine per colpa di videogames, playstations e Gardaland varie.

In qualche piazza italiana, in qualche giardinetto esiste ancora (per fortuna) la giostrina fissa per i piccoli, e nelle sue vicinanze, guarda caso, non vedi bighellonare tossici o teppisti. Perché il giostraio sta lì e nota tutto, ricorda bene visi e movimenti, quindi rappresenta un deterrente per i malintenzionati (che infatti scelgono giardini più deserti). Invece di cacciare queste giostrine (come ogni tanto qualche assessore idiota annuncia di voler fare), bisognerebbe agire in senso esattamente contrario: far cioè montare un “mestiere” (così i giostrai chiamano le loro attrazioni, da noi vecchi piemontesi dette anche “baracon”), una giostrina obbligatoria, fissa, in ogni giardinetto. Così la cupa frase «per motivi di sicurezza» si vestirebbe, per una volta tanto, di poesia.

 

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I dribbling della suora

Il mio amico Piero ‘Kalimero’ Paltrinieri che stando in India ha conosciuto e visto più volte da vicino Madre Teresa a Calcutta, mi ha raccontato che lei, quando camminava in mezzo alla folla, sgusciava sorridente e svelta fra i mendicanti che cercavano di agguantarla da ogni parte, senza fermarsi e senza dar mai nulla. Questione di priorità. Fermandosi, la fondatrice delle Missionarie della Carità non avrebbe risolto i problemi di tutti quei postulanti: avrebbe solo privato di sé i suoi moribondi. Riflettete su questo comportamento della Nobelpremiata e beatificata suora albanese, adesso che anche qui in Italia imperversano, sempre più numerosi, postulanti d’ogni genere. Lavavetri, vu’cumprà, posteggiatori, fisarmonicisti… tutti insistenti e a volte persino minacciosi. 

Da quando è stato depenalizzato, inoltre, è ritornato a dilagare anche l’accattonaggio puro, senza infingimenti. Giovani ben piantati e donne ben in carne ci abbordano placidi e spavaldi ai semafori, ai posteggi, davanti alle chiese, negli ingressi degli ospedali e sulla porta dei supermarket, con o senza cartello volutamente sgrammaticato (“Ciò quatro filio, sanza lavoro, dà me qualcosa per mangia”), con o senza finte zoppìe… L’ultimo loro espediente è quello di mettersi in ginocchio per terra, zitti, con le mani giunte. Sotto Natale, sui marciapiedi delle vie più commerciali, ce n’erano a decine, in quella posizione. E uno, intenerito dall’atmosfera buonista del periodo, vorrebbe magari dar loro qualcosa, ma non può farlo con tutti, perché anche dando solo 1 euro a testa, farebbe 20 al giorno, 600 al mese (quasi uno stipendio) e con tutto ciò non risolverebbe il dramma dei miliardi di affamati di cui costoro rappresentano solo le avanguardie.

Senza contare che fra i mendicanti è pieno d’impostori, finti poveri, simulatori d’invalidità, zingari, drogati e approfittatori a vario titolo del pubblico buon cuore, esattamente come succede fra le Onlus, le maratone televisive benefiche e le varie associazioni pro qualcuno o pro qualcosa che (specialmente in questi periodi) si fanno sotto, e sollecitano il messaggino/versamento (“manda ora un sms al numero xyz e darai due euro ai bimbi ciechi del Burundi”). Ecco perché uno, sfiancato dai dubbi, finisce per fare come Madre Teresa a Calcutta. A Natale dà 500 euro alla propria parrocchia (o al Cottolengo, che è una delle poche istituzioni serie), e per il resto dell’anno tira dritto. 

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Buon Natale ai nostri soldati

L’augurio di Buon Natale è un augurio di pace e deve essere indirizzato a tutti gli uomini di buona volontà. Ma dopo l’orgia di auguri a parenti ed amici fatti e ricevuti via posta, sms, e-mail, telefonate e messaggi su Facebook, ne voglio indirizzare uno su questo blog ad una categoria particolare: i soldati in missione. A tutti, ma in particolare agli alpini che se la stanno vedendo grigia in Afghanistan, dove i taliban si stanno riorganizzando e sono ogni giorno più pericolosi. Buon Natale, véci e bòcia, fatevi onore laggiù, come sempre e ovunque. Avete diviso le sinistre sulla vostra partenza, ma ormai spaccare le fazioni dei rossi è più facile che rispondere alle domande di Mara Venier a Domenica In.

Per regalarvi un sorriso, vi mando alcuni brani tratti dal “decalogo del vécio can” scritto nel 1916 sul Monte Cauriol e riscoperto dallo scrittore toscano Cesare Calamandrei. A me è piaciuto moltissimo, perché ha molti tratti in comune con la vecchia, buona  goliardia. Ascoltate. Siamo in piena guerra, al fronte, ed è l’alpino anziano che parla (il vecio can) per ammaestrare i giovani (i bòcia, le ultime reclute):

« Ama la Patria e la montagna: la Patria è l’Italia. Sii pronto a dare per lei la tua vecchia scorza. Fuma la pipa e il toscano: gli altri fumi sono leccornie indegne di un vécio can. Onora la barba: l’aveva Maometto, l’avrai anche tu. Sia bella o brutta, sarà sempre l’insegna del vécio can barbògio. Ama il vino, latte dei vecchi. Il fiasco è la mammella del mondo. Non disdegnare la grappa. I liquori più fini abbassano il vécio can al putrido livello del bòcia. Non avrai paura di pallottole e granate. Se però son fitte, va al coperto. Meglio un vécio can vivo, che due morti. Tratta affabilmente i compagni e gli inferiori. Non lasciarti però mancare di rispetto e inculca a suon di pedate la tua superiorità. Non andare mai a dormire la sera. Quando i bòcia dormono, il vécio can deve fare la guardia. Gli siano compagni il fiasco e il toscano. A mezzanotte mangerai salame e pane e la canterai lunga ancora per qualche ora. Non marcare mai visita. Col sole e la tempesta, sotto l’acqua o la tormenta, su per le crode come nei pantani, il vécio can deve crepare di salute. La sua faccia nera e brutta incuterà rispetto. Disprezza il nemico e tiragli sulla testaccia. Se si dà prigioniero prendilo a sberle, e poi dàgli da mangiare. Il tuo occhio sia vigile e pronto. I tuoi muscoli temprati e saldi. Tira dritto per la tua strada e strafottitene di tutti. Sii buono come il pane con gli inferiori, ma feroce come una jena con le carogne e coi vili. Amen»

Vi tenga compagnia questo Buon Natale particolare, cari alpini, e magari vi rechi un po’ d’allegria. Voi oltretutto siete in guerra (e dura…), ma non lo si può dire, perché per le alchimie politiche del mondo, non solo dell’Italia, siete in missione di pace, vi chiamano “peace keepers”, cioè in teoria sareste lì solo per farvi ammazzare mentre portate viveri ed aiuti. Mondo ipocrita e bislacco… Ma gli alpini di tutto il mondo vi sono vicini. E non solo loro. Ricordate quella strofa della canzone “Dove più aspra sarà la battaglia”, dove dice “Voi, care mamme, che tanto tremate – non disperate dei vostri figlioli – che qui sull’alpe non siamo mai soli – c’è tutta Italia che a fianco ci sta”. Basta che sostituiate l’Afghanistan all’alpe…

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