Originale v/s banale

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Amo dire e fare cose banali per scelta, avendo capito che nulla è più banale che il cercare di essere originali ad ogni costo.
“Banale” deriva dalla radicale celtica ban (la stessa di bando) che indicava le prerogative del feudatario. Tra di esse c’era quella di emanare disposizioni che, stante il generale analfabetismo, venivano “gridate” dal banditore, prima di essere affisse in forma scritta.
L’aggettivo banale quindi indicò inizialmente una cosa (legge, consuetudine, credenza…) che riguardava tutti, condivisa da tutti. Una cosa ovvia (e infatti ovvio – da “ob viam”, cioè per via, per strada – è sinonimo di banale), eppure è diventato screditante. Bisogna per forza essere brillanti, originali. Lo si vede bene nelle discussioni in rete, dove capita spesso di sentir bollare dagli avversari come “ovvietà, luoghi comuni, tesi qualunquiste, banali generalizzazioni” i propri argomenti. Come se bastasse di per sé a squalificarli.
Se ci si pensa bene, ovvio è tutto. Persino, come dicevo in apertura, il suo contrario concettuale, cioè la novità. L’originalità, quando è perseguita esclusivamente e ossessivamente, diventa banale e scontata.
Però la novità resta il motore dell’evoluzione, l’innesco della mutazione, e quindi va tenuta nella giusta considerazione. Basta che lo si faccia restando consapevoli della sua complementarità con l’ovvio.
Se la novità è il motore, l’ovvio è ciò che dal motore viene mosso. Entrambe le metafore sono concepibili isolatamente (un motore che gira in folle, o un carro fermo), ma combinate insieme esse danno luogo al movimento, cioè alla vita. A patto di non sopravvalutare l’una a scapito dell’altra: non puoi spostare un Tir stracarico col motore di un tosaerba, e non puoi più usare il tosaerba se ci monti sopra un motore da Tir, che lo renderebbe inadoperabile.
I due concetti (ovvietà e originalità) sfumano l’uno nell’altro. Si compenetrano, tanto che molte avanguardie, nella pittura e nell’architettura, si ispirarono nel loro afflato innovativo alla banale semplicità delle figure geometriche (pensate al cubismo o alla piramide di Pei al Louvre). Basta, come sempre, non sopravvalutare i contrari. Il mondo non è per forza bianco o nero, anzi, di sfumature di grigio ce ne sono ben più di 50.
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Filastrocche

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Più divento vecchio, più volentieri parlo in piemontese, la lingua che sentivo di più in famiglia e per strada quand’ero bambino. Proprio vero che invecchiando si ritorna bimbi (e infatti la più bella canzone di Piero Finà si intitola “quando saremo bimbi”).
Oggi, ad esempio, mi è tornata in mente una filastrocca che recitavamo da gorbe per decidere chi doveva ‘star sotto’ nel gioco del nascondino. Qualche altra me la sono ricordata. Le rimanenti le ho trovate in rete.
Chissà se oggi i bambini non le recitano più. L’ho chiesto ai miei nipotini, e non ne conoscevano. Forse tra game boy, telefonini, playstation e altre diavolerie non giocano neanche più a nascondino o a mosca cieca… non so.
Se a qualcuno fa piacere risentirle, glie le regalo
Pimpundoru la lincia e la lancia,
quanti giorni sei stato in Francia
il lunedì, il martedì,
pimpundoru ‘t ses pròpe sota tì
Bum ! Cade la bomba in mezzo al mare,
mamma mia, mi sento male
mi sento male d’agonia
prendo la barca e fuggo via.
Fuggo via di là dal mare
dove sono i marinai
che lavoran notte e dì
a bi ci di, ‘t ses pròpe sota tì
Ambarabà cicì cocò
tre civette sul comò
che facevano l’amore
con la figlia del dottore
il dottore si ammalò
ambarabà cicì cocò.
Aulì aulè che t’amusé
Che t’aprufite a lusinghé
sacripante carcadè
barbagianni scimpanzé
a star fuori tocca a te.
Lava lava le scodelle
per mangiar le tagliatelle
lava bene lava male
butta l’acqua nel canale
tulilem blem blem
tulilem blem blu
Sette quattordici ventuno ventotto
questa è la conta del paperotto.
Il paperotto è andato in cantina
a cercare la regina.
La regina è andata a Roma
a cercare la corona.
La corona ce l’ha il re.
A star sotto tocca a te.
Sotto il ponte ci son tre bombe,
passa il lupo e non le rompe,
passa il re e ne rompe tre,
passa la regina e ne rompe una dozzina,
passa il reggimento e ne rompe cinquecento.
Questa è la conta dei tre somarelli
che si baciavano sotto gli ombrelli
e un giorno chiesero al re che passava
perché rideva e non li contava
non son capace a contar fino a tre
ma vi comando di farlo per me
Uno due e tre
esci proprio te
Passa paperino
con la pipa in bocca
guai a chi la tocca
l’hai toccata tu
esci fuori prima tu!
A bì bo chi sta sotto non lo so
ma ben presto lo saprò A bì bo.
L’uccellin che vien dal mare
quante penne può portare,
può portarne ventitré
uno due tre stai sotto proprio te
Nel giardino di mia nonna
c’era un fiore che si chiamava x
paradix paradox acaia,
chi mi sa dire questo nome
uscirà da qui, uscirà da qui.
Sotto il ponte di baracca
c’è pierin che fa la cacca,
la fa dura dura dura,
il dottore la misura,
la misura è trentatre,
uno due e tre,
a star fuori tocca a te
La balena senza culo
sa contar fino a ventuno
1 , 2 , 3……20, 21
Sotto la cappa del camino
c’era un vecchio contadino
che suonava la chitarra
uno due tre sbarra.
7 14 21 28
questa è la storia di paperotto
questa è la storia di paperino
venga fuori il più piccino!
A bi bo
Chi sta sotto non lo so
Ma al più presto la saprò
A bi bo 
Punto rosso fuori sotto!
Sotto il ponte di Verona
c’è una vecchia scorreggiona
che cuciva le mutande
per non fare il buco grande
ma quel buco si allargò
proprio a te di uscir toccò.
Pimpiripetta annusa
annusa le patate
pimpiripetta annusa
annusa i pomodor!
Goccia di limone
cala il pantalone
goccia d’arancia
o che mal di pancia
punto rosso
punto blu
esci fuori proprio tu!
Lo Sceriffo Biribi
vuole fare la pipi
la vuol far di tre colori
rosso, giallo, verde… fuori!
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Il disegno nascosto

PAPA' TONDO

L’altra sera sul tardi pensavo a Titti con particolare magone (mi capita ancora anche se sono passati più di dieci anni) e al momento di andare a letto sono andato a riporre sullo scaffale il libro finito la sera prima, per prenderne uno dei tanti in lista d’attesa. Ne ho presi in mano due o tre, poi ho deciso per uno di Wodehouse, comprato nei primi anni ’90 e mai aperto.
A letto, mentre lo leggevo, il pensiero inconscio di Titti continuava a farsi sentire come una nota di fondo, un profumo tenue.
Finché, mentre giravo la pagina, mi è caduto proprio sul cuore quel foglio bianco piegato in quattro.
L’ho aperto: era un mio ritratto con la pipa in bocca, disegnato da Maria Claudia nel ’94, a cinque anni. Me ne aveva fatto un altro a otto anni in cui sono in poltrona col giornale in mano, ma quello con la pipa non l’avevo mai visto. Forse per farmi una sorpresa l’aveva infilato fra le pagine del libro di Wodehouse quando l’avevo portato a casa, e poi se n’era dimenticata.
Fatto sta che me l’ha fatto trovare dopo ventun anni, guidandomi alla scelta di quel libro proprio in una sera in cui la pensavo con magone.
E’ stata come una sua carezza.
So bene che sul piano razionale sono solo illusioni, che è il cuore a farmi vedere e sentire ciò che desidero, ma mi fa bene.
Mi aiuta a tirare avanti.

PAPA' IN POLTRONA

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La maionese

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E’ sconcertante il facilismo buonista, istintivamente generoso ma antropologicamente miope, con cui oggi si loda il mescolarsi degli uomini sulla terra (moto orizzontale) in nome della loro formale uguaglianza, dimenticando la loro sostanziale differenza di evoluzione (moto verticale), che impedisce di fatto o rende difficile l’amalgama.
La domanda è: chi deve integrarsi nelle migrazioni? La parte al tutto o viceversa? Insomma, chi deve adattarsi a chi?
E’ come mettere tutte le mele che si trovano (acerbe, dure, mature, buone, marce, bacate) nello stesso cesto, e poi pretendere che diventino tutte uguali IN QUANTO MELE, aspettandosi persino che a seconda dell’uso cui sono destinate (succo, torta, macedonia, cibo per maiali, base per cosmetici, modello per pittori…) appena messe nel cesto le mele acerbe maturino, o le mature inacerbiscano, o le marce guariscano.
La mutazione etica, invece, è lentissima, ha un andamento sinusoidale ed è pericolosamente palindroma, cioè può anche tornare indietro. Ciò vale anche per tutte le vessazioni (burqa, percosse, segregazione, infibulazione…) cui viene sottoposta ancora oggi la donna in certe famiglie islamiche, anche già immigrate da noi. Tenersi aggrappati alle usanze del paese d’origine conferisce identità, aiuta a superare il trauma del trapianto. Magari, appena arrivati qui, i maschi si trattengono, “studiano il terreno”, ma dopo un po’ in molti di loro il dna emerge, e soprattutto il trovarsi ogni giorno più numerosi dà loro sicurezza.
Paradossalmente, nel rivendicare con orgoglio la loro differenza etnica ed etica, i primi razzisti sono loro, gli estremisti islamici. Che ci vorrebbero proibire i crocifissi, la celebrazione di Natale e Pasqua, la carne di maiale nelle mense…
Ricordano certi movimenti ultras come “orgoglio sordo” che rifiuta la denominazione politically correct di “non udenti” e sostiene a spada tratta la superiorità dello status di sordi, la ricchezza della comunicazione alternativa a quella fonica e di conseguenza (ecco il razzismo alla rovescia) l’inferiorità degli udenti.
La maionese è una salsa difficile. Ci vogliono pazienza e tempo per farla, e quando impazzisce non sempre si riesce a riprenderla. Bisogna buttarla via e ricominciare, oppure cambiare menu.
Mica siamo obbligati a mangiare maionese.
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Vecchie storie su Gipo

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Mi dicono che sono pigro, che non pubblico più su Fb e blog come qualche anno fa. In parte è vero, sono impigrito. Però scrivevo, scrivo lo stesso, anche senza pubblicare. Per questo ho deciso di tirar fuori note scritte, messe da parte perché incomplete o da rivedere, e poi dimenticate nel cassetto virtuale del Pc.
Questa è di due anni fa, scritta dopo la morte di Gipo Farassino. Su Facebook il Direttore del Centro Pannunzio Pier Franco Quaglieni scrisse quanto segue:
 
“ Tutti i morti sono belli, diceva Tolstoj: ad esempio, Gipo Farassino è stato celebrato oggi come un raffinato poeta. Non era così. Rappresentava l’anima di
un Piemonte che finì per identificarsi con il linguaggio di Bossi. Dopo essere
stato vicino al PCI. I temi trattati da Farassino artista, il suo piemontesismo di barrierante di Porta Palazzo e dintorni erano in nuce coerenti con un ‘idea del Piemonte che trovò nel turpiloquio di Bossi il suo naturale alleato. Un cantante come lui, che creò persino un suo ristorante dove si esibiva, non era affatto un artista. L’arte è altra cosa, totalmente altra cosa. Il Piemonte degno di essere ricordato è quello dei Baretti, dei Vasco, dei Cavour, dei d’Azeglio, dei Lanza, dei Sella, dei Giolitti, dei Soleri, tanto per citare qualche nome. Non quello plebeo (ed orgoglioso di essere tale) espresso da altri in un dialetto piemontese che rasenta il ridicolo e non è certo una lingua. Il vero Piemonte è quello che guardava oltre le Alpi e le colline, e che fece l’Italia. Non ho mai apprezzato Farassino come artista, avendo assistito a suoi spettacoli in più occasioni. Nelle poche occasioni che ho avuto di parlargli non ne ho mai tratto un’idea positiva. Questo al di là della politica. Con questo chiudo il discorso. Aggiungo che avrei ignorato l’argomento, se sono intervenuto è solo perchè ho letto degli articoli iperelogiativi, fuori dal mondo. Le mitizzazioni degli incolti posso capirle, ma le mitizzazioni dei giornalisti sento il dovere di disprezzarle”
 
Ma pensa tu! Gipo il barrierante (che scheur!) Gipo il turpiloquente (bèciu!) creò persino un suo ristorante! Che assoluta volgarità! Ciò lo squalifica definitivamente! Lo esclude senza appello dal novero degli artisti! Qualcuno, deve dirlo a Guccini, per favore, che chiuda la sua osteria di Bologna finché è in tempo, o almeno la intesti a un prestanome!
Sei un noiosissimo snob, Quaglieni. Sei una spanna montata, come diceva Longanesi di Fanfani. Non so quanto sprema dalle casse pubbliche il tuo inutilissimo Centro, ma di sicuro Pannunzio si rivolta nella tomba sapendo che lo dirigi tu, un condannato per molestie telefoniche.
Un uomo degno di quel nome, un piemontese che appartenesse veramente al “Piemonte degno di essere ricordato, quello dei Baretti, dei Vasco, dei Cavour, dei d’Azeglio, dei Lanza, dei Sella, dei Giolitti, dei Soleri, tanto per citare qualche nome” si sarebbe dimesso, dopo quello scandalo. Sarebbe sparito. Avrebbe cercato in tutti i modi di essere dimenticato.
Ecco cosa scrissero i giornali dell’epoca: “CONDANNATO DIRETTORE DI CENTRO STUDI MOLESTIE A DONNA MAGISTRATO Il prof. Pier Franco Quaglieni, 52 anni, direttore del centro studi Pannunzio di Torino, ha risolto con un’oblazione di 500 mila lire la vicenda giudiziaria che lo vedeva imputato di molestie telefoniche a sfondo sessuale a una donna magistrato di Asti. Quaglieni ha anche presentato le sue scuse alla donna, che non conosce.”
Pensa che astuzia! Non solo faceva il maiale bavoso al telefono tra sospiri, parolacce e seghe, ma non sapeva neanche con chi lo faceva, tanto che si è imbattuto in una donna magistrato che lo ha subito intercettato, registrato e inchiodato.
E lui? Imperturbabile. Ha pagato la multa, ha chiesto scusa e ha continuato come se nulla fosse a dirigere il suo centro culturale, seduto su quella poltrona dalla quale oggi disprezza il ‘barrierante’ Farassino e i giornalisti che lo lodano.
Ma va là, fabiòc. E’ un termine piemontese classico, questo, oppure non lo capisci perché è “plebeo e rasenta il ridicolo”?
Sei tu, il ridicolo.
 
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L’oss ëd Casalegno

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L’osso di Casalegno era una maniera con cui i vecchi piemontesi chiamavano la poca voglia di lavorare: “chiel lì – dicevano degli sfaticati – a l’ha l’oss ëd Casalegno”.
Ora però che la crisi c’è per davvero (e l’osso di Casalegno dovrebbe quasi sparire) le Tv ci pascolano, con servizi accorati sui “nuovi poveri” che vivono di pubblica assistenza o mendicano per strada. L’altro giorno intervistavano un 62enne romano ex-negoziante di mobili fallito e costretto (diceva lui) a mangiare alla mensa Caritas coi barboni. Ma dopo pranzo, durante l’intervista, ha estratto una Marlboro dal pacchetto…
Io preferirei mille volte fare il lavapiatti in nero, gamalar cassette nei mercati, tosare prati, verniciar cancellate anche al freddo, piuttosto che esibire di persona al Tg1 la mia miseria, vera o presunta che sia. Figuriamoci poi chieder l’elemosina in ginocchio, mentendo su una fame che non può esistere.
Dico che la fame in sé non può esistere perché in ogni città italiana vi sono enti laici o religiosi che danno pasti gratis ai bisognosi. A Torino sono addirittura cinque le mense gratuite feriali e quattro le festive, e chi le frequenta non è sempre alla canna del gas. Sono piene di furbi e furbetti, chiedetelo ai volontari che vi prestano opera.
Ma anche in provincia, dove non ci sono mense di enti benefici, nessun oste negherebbe i suoi avanzi a chi avesse veramente fame.
Quanto al vestirsi, c’è una tale abbondanza di abiti usati che persino la Caritas si rifiuta di raccoglierli. La gente butta i cappotti e le giacche a vento nei cassonetti, e c’è chi li pesca per andarli a rivendere al Balon a un euro al pezzo.
No, la fame e il freddo non c’entrano. La verità è che elemosinare rende. Moneta dopo moneta si fanno cappellate di soldi in poche ore. Quel ‘mestiere’ rende così tanto che i posti migliori (davanti alle chiese, gli ospedali, i supermercati) vengono “affittati” dalle gang o disputati a coltellate. E di quel mestiere fanno parte le finte vendite di paccottiglia ai semafori, di rose al ristorante, di giargiàtole ai passanti. Infatti, dopo il nostro no all’acquisto, arriva subito la richiesta di “un euro per mangiare”.
In tutto questo non c’è nulla di nuovo. E’ sempre esistita fra gli uomini una disponibilità di base ad aiutare il prossimo, una specie di “bonus” di carità a disposizione di chi ne ha bisogno. E c’è sempre stato chi ne ha approfittato senza averne reale e impellente bisogno. Fare l’elemosina, oltretutto, permette a chi la fa di cavarsela con poco. E’ più facile placarsi la coscienza dando una monetina che fare – tanto per dire – volontariato.
C’è una specie di affinità fra l’accattonaggio ‘abusivo’ (cioè fatto in condizioni di falso bisogno, simulando menomazioni fisiche o esibendole per impietosire ) e il furto. In fondo, si sottrae la carità a chi ne avrebbe davvero bisogno, attingendo al “bonus” come furbastri parassiti. Ma si è parenti, nel farlo, dei falsi invalidi, dei clienti delle mense Caritas con stipendio, degli inquilini benestanti di case popolari, degli assenteisti, degli scrocconi in genere, e quindi dei ladri.
L’accattonaggio è solo una forma di scrocco più oscena ed umiliante.
E infatti i clandestini, appena possono, se ne affrancano. Solo gli zingari, ladri per vocazione (anche se loro preferiscono dire per tradizione), ne approfittano alla grande, senza provar la minima vergogna. Anzi, quasi pretendendo l’elemosina, e maledicendoti se non glie la dai.
Bisognerebbe davvero che io imparassi a dare oboli in modo indiscriminato, “a pioggia”, senza preoccuparmi del reale bisogno di chi li chiede. Per sentirmi buono. Per vergognarmi meno di avere, di fronte a chi non ha.
Ma non ce la faccio. Preferisco fare carità mirata, e sapere dove va a finire quel che do.
Sono avaro, o allergico agli scrocconi?
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Il trucco del cricket

cricket-1000x500Vi è mai capitato nelle conversazioni di settore (musica, arte, sport) di incontrare quelli che citano un nome ignoto ai più, e poi si fermano guardandoti, per capire se sai chi è?
Di solito, se li guardi negli occhi con un lieve cenno d’intesa, vanno avanti, ma se ti tradisci corrugando le sopracciglia si fermano. E’ la loro occasione per cercare di metterti in imbarazzo, di scavalcarti nella classifica della stima da parte di chi ascolta: “Ma coooome? Non hai lettoTizio? Ma come si fa a non conoscere Tizio?”
Segue occhiata panoramica per ottenere dagli astanti una solidarietà che viene subito data con cenni evidenti se a chiederla è un ricco, un potente o comunque dominante nel gruppo.
Ma è solo un trucco vecchio come il mondo, citato in tutti i manuali di dialettica al capitolo “come screditare e mettere a disagio l’interlocutore”. Un espediente – per capirci – simile a quello di fingere di non ricordare il nome dell’avversario (“Fassina chi?”).
A me capita di rado, ormai, un po’ perché effettivamente leggo molto, un po’ perché la mia barba bianca e il mio sguardo penetrante bluffano bene. Però quando succede guardo fisso negli occhi l’autore della pantomima e spariglio: “E tu allora sai chi è la nazione campione del mondo di cricket, e chi ha per capitano?”.
La risposta è sempre negativa e infastidita, accompagnata da uno sdegnoso “Stiamo parlando di letteratura, cosa c’entra il cricket?”.
Ma io incalzo, implacabile: “Come sarebbe a dire cosa c’entra? C’entra, tranquillo, c’entra!” e ripeto pari pari la scena iniziale cercando di imitare al meglio l’aspirante sopraffattore: “TU, proprio TU che ti stupisci perché non conosco il tuo romanziere della mutua, non sai chi ha vinto i mondiali di cricket? Tutti sanno che li ha vinti l’Australia guidata da Steve Williams, detto la lepre del deserto!”
Naturalmente dico Australia solo perché ricordo vagamente che nel cricket gli australiani sono fortissimi, come i neozelandesi nel rugby. Il nome del capitano me lo invento (Steve Williams va bene come qualsiasi altro nome anglofono) e il soprannome di lepre del deserto, infine, lo aggiungo di fantasia, è il tocco ad effetto che ci vuole.
In realtà (l’ho controllato ora su Google, ammetto) gli ultimi mondiali di cricket li ha vinti l’India guidata da Singh Doni.
Ma non è importante. Se l’aspirante umiliatore capisce e glissa, si va avanti a parlare di libri.
Se invece insiste “Ok, ma spiegami cosa c’entra il cricket con la letteratura” io porto la discussione su cosa è davvero importante sapere nella vita, sul significato del termine cultura, sulla funzione della letteratura, e me lo sbrano.
Così impara.

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