Vecchie storie su Gipo

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Mi dicono che sono pigro, che non pubblico più su Fb e blog come qualche anno fa. In parte è vero, sono impigrito. Però scrivevo, scrivo lo stesso, anche senza pubblicare. Per questo ho deciso di tirar fuori note scritte, messe da parte perché incomplete o da rivedere, e poi dimenticate nel cassetto virtuale del Pc.
Questa è di due anni fa, scritta dopo la morte di Gipo Farassino. Su Facebook il Direttore del Centro Pannunzio Pier Franco Quaglieni scrisse quanto segue:
 
“ Tutti i morti sono belli, diceva Tolstoj: ad esempio, Gipo Farassino è stato celebrato oggi come un raffinato poeta. Non era così. Rappresentava l’anima di
un Piemonte che finì per identificarsi con il linguaggio di Bossi. Dopo essere
stato vicino al PCI. I temi trattati da Farassino artista, il suo piemontesismo di barrierante di Porta Palazzo e dintorni erano in nuce coerenti con un ‘idea del Piemonte che trovò nel turpiloquio di Bossi il suo naturale alleato. Un cantante come lui, che creò persino un suo ristorante dove si esibiva, non era affatto un artista. L’arte è altra cosa, totalmente altra cosa. Il Piemonte degno di essere ricordato è quello dei Baretti, dei Vasco, dei Cavour, dei d’Azeglio, dei Lanza, dei Sella, dei Giolitti, dei Soleri, tanto per citare qualche nome. Non quello plebeo (ed orgoglioso di essere tale) espresso da altri in un dialetto piemontese che rasenta il ridicolo e non è certo una lingua. Il vero Piemonte è quello che guardava oltre le Alpi e le colline, e che fece l’Italia. Non ho mai apprezzato Farassino come artista, avendo assistito a suoi spettacoli in più occasioni. Nelle poche occasioni che ho avuto di parlargli non ne ho mai tratto un’idea positiva. Questo al di là della politica. Con questo chiudo il discorso. Aggiungo che avrei ignorato l’argomento, se sono intervenuto è solo perchè ho letto degli articoli iperelogiativi, fuori dal mondo. Le mitizzazioni degli incolti posso capirle, ma le mitizzazioni dei giornalisti sento il dovere di disprezzarle”
 
Ma pensa tu! Gipo il barrierante (che scheur!) Gipo il turpiloquente (bèciu!) creò persino un suo ristorante! Che assoluta volgarità! Ciò lo squalifica definitivamente! Lo esclude senza appello dal novero degli artisti! Qualcuno, deve dirlo a Guccini, per favore, che chiuda la sua osteria di Bologna finché è in tempo, o almeno la intesti a un prestanome!
Sei un noiosissimo snob, Quaglieni. Sei una spanna montata, come diceva Longanesi di Fanfani. Non so quanto sprema dalle casse pubbliche il tuo inutilissimo Centro, ma di sicuro Pannunzio si rivolta nella tomba sapendo che lo dirigi tu, un condannato per molestie telefoniche.
Un uomo degno di quel nome, un piemontese che appartenesse veramente al “Piemonte degno di essere ricordato, quello dei Baretti, dei Vasco, dei Cavour, dei d’Azeglio, dei Lanza, dei Sella, dei Giolitti, dei Soleri, tanto per citare qualche nome” si sarebbe dimesso, dopo quello scandalo. Sarebbe sparito. Avrebbe cercato in tutti i modi di essere dimenticato.
Ecco cosa scrissero i giornali dell’epoca: “CONDANNATO DIRETTORE DI CENTRO STUDI MOLESTIE A DONNA MAGISTRATO Il prof. Pier Franco Quaglieni, 52 anni, direttore del centro studi Pannunzio di Torino, ha risolto con un’oblazione di 500 mila lire la vicenda giudiziaria che lo vedeva imputato di molestie telefoniche a sfondo sessuale a una donna magistrato di Asti. Quaglieni ha anche presentato le sue scuse alla donna, che non conosce.”
Pensa che astuzia! Non solo faceva il maiale bavoso al telefono tra sospiri, parolacce e seghe, ma non sapeva neanche con chi lo faceva, tanto che si è imbattuto in una donna magistrato che lo ha subito intercettato, registrato e inchiodato.
E lui? Imperturbabile. Ha pagato la multa, ha chiesto scusa e ha continuato come se nulla fosse a dirigere il suo centro culturale, seduto su quella poltrona dalla quale oggi disprezza il ‘barrierante’ Farassino e i giornalisti che lo lodano.
Ma va là, fabiòc. E’ un termine piemontese classico, questo, oppure non lo capisci perché è “plebeo e rasenta il ridicolo”?
Sei tu, il ridicolo.
 
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L’oss ëd Casalegno

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L’osso di Casalegno era una maniera con cui i vecchi piemontesi chiamavano la poca voglia di lavorare: “chiel lì – dicevano degli sfaticati – a l’ha l’oss ëd Casalegno”.
Ora però che la crisi c’è per davvero (e l’osso di Casalegno dovrebbe quasi sparire) le Tv ci pascolano, con servizi accorati sui “nuovi poveri” che vivono di pubblica assistenza o mendicano per strada. L’altro giorno intervistavano un 62enne romano ex-negoziante di mobili fallito e costretto (diceva lui) a mangiare alla mensa Caritas coi barboni. Ma dopo pranzo, durante l’intervista, ha estratto una Marlboro dal pacchetto…
Io preferirei mille volte fare il lavapiatti in nero, gamalar cassette nei mercati, tosare prati, verniciar cancellate anche al freddo, piuttosto che esibire di persona al Tg1 la mia miseria, vera o presunta che sia. Figuriamoci poi chieder l’elemosina in ginocchio, mentendo su una fame che non può esistere.
Dico che la fame in sé non può esistere perché in ogni città italiana vi sono enti laici o religiosi che danno pasti gratis ai bisognosi. A Torino sono addirittura cinque le mense gratuite feriali e quattro le festive, e chi le frequenta non è sempre alla canna del gas. Sono piene di furbi e furbetti, chiedetelo ai volontari che vi prestano opera.
Ma anche in provincia, dove non ci sono mense di enti benefici, nessun oste negherebbe i suoi avanzi a chi avesse veramente fame.
Quanto al vestirsi, c’è una tale abbondanza di abiti usati che persino la Caritas si rifiuta di raccoglierli. La gente butta i cappotti e le giacche a vento nei cassonetti, e c’è chi li pesca per andarli a rivendere al Balon a un euro al pezzo.
No, la fame e il freddo non c’entrano. La verità è che elemosinare rende. Moneta dopo moneta si fanno cappellate di soldi in poche ore. Quel ‘mestiere’ rende così tanto che i posti migliori (davanti alle chiese, gli ospedali, i supermercati) vengono “affittati” dalle gang o disputati a coltellate. E di quel mestiere fanno parte le finte vendite di paccottiglia ai semafori, di rose al ristorante, di giargiàtole ai passanti. Infatti, dopo il nostro no all’acquisto, arriva subito la richiesta di “un euro per mangiare”.
In tutto questo non c’è nulla di nuovo. E’ sempre esistita fra gli uomini una disponibilità di base ad aiutare il prossimo, una specie di “bonus” di carità a disposizione di chi ne ha bisogno. E c’è sempre stato chi ne ha approfittato senza averne reale e impellente bisogno. Fare l’elemosina, oltretutto, permette a chi la fa di cavarsela con poco. E’ più facile placarsi la coscienza dando una monetina che fare – tanto per dire – volontariato.
C’è una specie di affinità fra l’accattonaggio ‘abusivo’ (cioè fatto in condizioni di falso bisogno, simulando menomazioni fisiche o esibendole per impietosire ) e il furto. In fondo, si sottrae la carità a chi ne avrebbe davvero bisogno, attingendo al “bonus” come furbastri parassiti. Ma si è parenti, nel farlo, dei falsi invalidi, dei clienti delle mense Caritas con stipendio, degli inquilini benestanti di case popolari, degli assenteisti, degli scrocconi in genere, e quindi dei ladri.
L’accattonaggio è solo una forma di scrocco più oscena ed umiliante.
E infatti i clandestini, appena possono, se ne affrancano. Solo gli zingari, ladri per vocazione (anche se loro preferiscono dire per tradizione), ne approfittano alla grande, senza provar la minima vergogna. Anzi, quasi pretendendo l’elemosina, e maledicendoti se non glie la dai.
Bisognerebbe davvero che io imparassi a dare oboli in modo indiscriminato, “a pioggia”, senza preoccuparmi del reale bisogno di chi li chiede. Per sentirmi buono. Per vergognarmi meno di avere, di fronte a chi non ha.
Ma non ce la faccio. Preferisco fare carità mirata, e sapere dove va a finire quel che do.
Sono avaro, o allergico agli scrocconi?
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Il trucco del cricket

cricket-1000x500Vi è mai capitato nelle conversazioni di settore (musica, arte, sport) di incontrare quelli che citano un nome ignoto ai più, e poi si fermano guardandoti, per capire se sai chi è?
Di solito, se li guardi negli occhi con un lieve cenno d’intesa, vanno avanti, ma se ti tradisci corrugando le sopracciglia si fermano. E’ la loro occasione per cercare di metterti in imbarazzo, di scavalcarti nella classifica della stima da parte di chi ascolta: “Ma coooome? Non hai lettoTizio? Ma come si fa a non conoscere Tizio?”
Segue occhiata panoramica per ottenere dagli astanti una solidarietà che viene subito data con cenni evidenti se a chiederla è un ricco, un potente o comunque dominante nel gruppo.
Ma è solo un trucco vecchio come il mondo, citato in tutti i manuali di dialettica al capitolo “come screditare e mettere a disagio l’interlocutore”. Un espediente – per capirci – simile a quello di fingere di non ricordare il nome dell’avversario (“Fassina chi?”).
A me capita di rado, ormai, un po’ perché effettivamente leggo molto, un po’ perché la mia barba bianca e il mio sguardo penetrante bluffano bene. Però quando succede guardo fisso negli occhi l’autore della pantomima e spariglio: “E tu allora sai chi è la nazione campione del mondo di cricket, e chi ha per capitano?”.
La risposta è sempre negativa e infastidita, accompagnata da uno sdegnoso “Stiamo parlando di letteratura, cosa c’entra il cricket?”.
Ma io incalzo, implacabile: “Come sarebbe a dire cosa c’entra? C’entra, tranquillo, c’entra!” e ripeto pari pari la scena iniziale cercando di imitare al meglio l’aspirante sopraffattore: “TU, proprio TU che ti stupisci perché non conosco il tuo romanziere della mutua, non sai chi ha vinto i mondiali di cricket? Tutti sanno che li ha vinti l’Australia guidata da Steve Williams, detto la lepre del deserto!”
Naturalmente dico Australia solo perché ricordo vagamente che nel cricket gli australiani sono fortissimi, come i neozelandesi nel rugby. Il nome del capitano me lo invento (Steve Williams va bene come qualsiasi altro nome anglofono) e il soprannome di lepre del deserto, infine, lo aggiungo di fantasia, è il tocco ad effetto che ci vuole.
In realtà (l’ho controllato ora su Google, ammetto) gli ultimi mondiali di cricket li ha vinti l’India guidata da Singh Doni.
Ma non è importante. Se l’aspirante umiliatore capisce e glissa, si va avanti a parlare di libri.
Se invece insiste “Ok, ma spiegami cosa c’entra il cricket con la letteratura” io porto la discussione su cosa è davvero importante sapere nella vita, sul significato del termine cultura, sulla funzione della letteratura, e me lo sbrano.
Così impara.

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Nonna Messner

Cecilia,Manlio e Kalimero

Era seduta con un’amica, i mariti e i cagnetti, fuori dal bar di Valnontey.
Nella vallata di destra, oltre Cogne, dove finisce la strada asfaltata e partono gli escursionisti verso i ghiacciai del Gran Paradiso. Spalle al muro, guardava la montagna con la sigaretta in mano, mentre il vento giocava coi suoi capelli grigi.
Aveva 90 anni e un viso azteco.
Era una famosa scalatrice – mi dissero poi – che aveva arrampicato in solitaria fino a pochi anni prima, ben oltre gli 80 anni. A Cogne la conoscevano tutti, ci era venuta in vacanza per tutta la vita finché un giorno era partita da Genova dicendo “vado a Cogne, ma forse non torno”. Suo marito aveva creduto che scherzasse, e invece non scherzava. Tre mesi dopo l’aveva raggiunta, e si erano stabiliti lassù.
“La montagna va frequentata da soli – mi disse – è solo questione di volontà”.
Io vado in giro, incontro, parlo, vedo, e poi la sera rumino le mie giornate, ne filtro il succo. Capita spesso che rimanga nel colino un volto, una storia, un momento di poesia, un interrogativo irrisolto.
Lei ci era rimasta, col suo viso azteco, la sua storia incredibile e le sue 40 sigarette al giorno ora ridotte a 20 perché, come per le scalate “è solo questione di volontà”.
Aveva smesso di arrampicarsi perché le gambe non la portavano più, o almeno non la portavano più là dove lei avrebbe voluto e come avrebbe voluto. “Non è per il fiato, né per la volontà – aveva mormorato quasi parlando a se stessa – ma perché le gambe non ce la fanno”.
Nel ripassare il film, mi sono accorto che non stava lì (come avevo pensato sul momento) per guardare i “suoi” ghiacciai, le “sue” cime, almeno da lontano. Avrebbe potuto farlo dal balcone di casa sua. la-partenza-flickr
No, lei era lì per guardare gli scalatori che partivano e tornavano. Ne capiva l’abilità dal passo, dall’attrezzatura, dalle mosse nel frugare gli zaini. Ne immaginava le escursioni. Partiva con loro nella fantasia.
Come un vecchio velista, campione di regate in solitaria, che non se ne sta a guardare il mare dalla spiaggia o dalla finestra, ma va al porto a veder partire e tornare le barche, e capisce il valore dei marinai dalle manovre, salpa o attracca con loro mentalmente.
Siamo tutti scalatori o velisti, da vecchi, quando la vita che avanza ci toglie una fetta di quel che riuscivamo a fare fino a poco tempo prima.
Guardiamo una coppia d’innamorati, e ripensiamo a quando… guardiamo giocare a calcio e ripensiamo a quando… guardiamo correre in moto e ripensiamo a quando…
Per non cedere alla malinconia, bisogna concentrarsi su quel che riusciamo ancora a fare. Si cammina svelti? Bisogna pensare “meno male che ancora…”. Si mangia la bagna caoda, si suona la chitarra, si canta, si fanno le ore piccole, si fa l’amore, si legge e si scrive? Occorre sempre ripetersi “meno male che ancora…”
Questo avrei detto, alla nonna Messner di Cogne, se fossimo stati soli. Ma sono sicuro che lo sapeva.
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Requiem per un vespasiano

VESPASIANO

Qualche lettore mi rimprovera via e-mail o su Facebook di trascurare il blog. E’ vero. Un po’ è la pigrizia senile, un po’ il trauma da trasloco, dal quale stento a riprendermi. Ma non è che non scrivo. A volte scrivo, e poi metto i pezzi lì da parte sul Pc, come faceva mio nonno Federico coi quadri che dipingeva.
Mi stupisce sempre il fatto che alla gente interessino le mie opinioni , le mie descrizioni, le mie elucubrazioni. Tanto più che a volte mi sorprendo a scrivere cose strane, come un requiem per un vespasiano.
Bon. Visto che l’ho citato, lo recupero e ve lo propongo
Non ci ho pisciato molte volte, nel vespasiano n. 128 detto “del Ponte Isabella” , ma ci ero affezionato. Anni fa gli avevo persino dedicato una delle rubriche surreal-demenziali di Fegato Granata, il mio giornale di satira calcistica: “Fegato turismo, rassegna dei monumenti da salvare nella Torino segreta”. Vi recensivo gli oggetti più impensabili (tombini, strisce pedonali, cartelloni stradali, e quella volta appunto il vespasiano…) per sfottere sia la banalità di certi oggetti e installazioni spacciati per arte moderna, sia il linguaggio complicato e altisonante dei critici che li recensivano.
25042013Resti VespasianoOra che l’hanno demolito, il mio caro pisciatoio merita qualche parola di ricordo. Nel database del Settore Urbanistica Commerciale, piano servizi igienici della città, si legge: Numero 128. Utilizzato. Gestione: Amiat. Stato di conservazione: buono. Azione: da eliminare. In pratica aveva la sua condanna a morte già firmata, anche se era ben conservato. Dovevano solo decidere quando demolirlo, e l’hanno fatto negli ultimi giorni del 2012.
Penso al funzionario anonimo che ha scritto la parola fatale ‘da eliminare’ perché qualcuno in alto aveva deciso che non serviva più. Eutanasia di un cesso pubblico.
Fa venire i brividi, la parola eutanasia, se spostiamo il concetto all’uomo, ma anche per un cavallo zoppo o per un albero malato la condanna a morte fa male. Invece quella del vespasiano è stata eseguita nell’indifferenza generale, al massimo col borbottìo di qualche vecchio prostatico come me.
Sit tibi discarica levis, pissor.

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CharlieHebdo

La più bella risposta all’attentato terroristico di Parigi sarebbe la pubblicazione in prima pagina, domani, da parte di TUTTI i giornali europei, di almeno una delle vignette che hanno fatto così incazzare gli integralisti islamici. Invece non succederà, con le scuse più varie, riassumibili nel classico “tengo famiglia”. La violenza paga. Io però, nel mio infinitamente piccolo, lo faccio

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DNANS CH’ A FASSA NEUIT (prima che faccia notte)

 

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Ce n’è, ce n’è ancora…
Una piola come quelle che cerco, come quelle della mia giovinezza, l’ho trovata a Rivalba, a 20 km da Torino, dietro Gassino.
Chi ha letto sul mio blog o su Facebook la mia descrizione delle vecchie piole piemontesi, capirà che quando ne scopro una la mia valutazione è tanto più alta quanto più essa vi aderisce, escludendo le ricostruzioni ex novo.
Per spiegare meglio questo concetto, a Torino hanno aperto in Corso Moncalieri 216 (Pilonetto) una nuova “piola”, la trattoria Cirio, Trattoria Cirio esterno

che sembra arredata col mio testo in mano: pavimento ad assi parallele, zoccolo in legno alle pareti decorate a rullo, vini alla spina dietro il banco, arredamento sobrio d’epoca giusta, tavoli in noce con le gambe tornite, sedie impagliate, vecchia radio, pendola, telefono nero al muro, eccetera…
Eppure non mi fa ‘vibrare’.

E’ una ricostruzione astratta. A parte le incongruenze (per entrare devi suonare, ha tovaglie sontuose, è aperta solo di sera, e anche di sera non fa servizio bar) ha il fascino posticcio che hanno i rifacimenti più o meno filologici. Nel mondo delle auto d’epoca si chiamerebbe ‘replica’. Trattoria Cirio interno

Io invece cerco piole originali, o rifatte il meno possibile, per quanto riguarda l’arredamento, i cibi e le abitudini di servizio. Poi ci voglio dentro i veri clienti da osteria, non i fighetti slowfoodari o i radical chic in cerca di frissons prolétaires. La mia – lo ammetto – è una recherche du temps perdu vagamente proustiana, e quel che più m’interessa nelle piole è l’atmosfera (luce, odori, silenzi, rumori, arredi, personaggi…), che influisce sulla mia valutazione più del cibo e delle bevande.

So bene che in quei posti si va soprattutto per mangiare e bere. So pure che quando quelle due cose sono scadenti non c’è risparmio che valga.
Ma per me, tante volte, anche sì.
Non vado in piola a riempirmi lo stomaco – voglio dire – ma a placarmi l’anima. E la mia è assetata di gioventù più che di vino, affamata più di ricordi che agnolotti.
Parliamo allora di questa piola di Rivalba, la “Società agricola militare di mutuo soccorso”.20:11:2014 Osteria di Rivalba, il vicolo e le insegne ritagl

 

Ho scoperto in rete, da una recensione di almeno 15 anni fa (il conto è riportato in lire…) che una volta era chiamata “la pettoruta”, forse alludendo alle forme giunoniche di mamma Lucia, l’ostessa. Oggi Lucia, ormai ultraottantenne, se ne sta rintanata in cucina, dove comanda da seduta, e a mandare avanti la baracca è Tiziana, sua figlia.
La loro osteria è un bel posto.
Già solo per il fatto che si trova a pochi passi da una chiesa del ‘200, fra vicoli, torri e mura medioevali, in un paese di un migliaio d’anime aggrappato alle prime colline del Monferrato.

Rivalba dal basso municipio Rivalba

 

 

 

 

Io giro per piole da una vita, e avevo già trovato società di mutuo soccorso e istruzione, unioni famigliari, circoli ricreativi, cooperative, dopolavori, fratellanze operaie, associazioni agricole, ma mai “militari”. E’ la prima volta che incontro quel termine, rarità dall’eco ottocentesca.
L’insegna a bandiera, sul vicolo, è proprio antica, non di quelle rifatte.16:11:2014 Osteria di Rivalba, insegna

Entri sotto l’androne, dove una volta passavano i cavalli, e sul lato mancino trovi la vecchia porta. Se vuoi andare al bar senza fare il giro dal cortile con la ghiaia e le tovaglie stese, devi passare da lì.20:11:2014 Osteria di Rivalba, il cortile con la stendua

Oltre il cortile c’è la terrazza con la legnaia, dove nella bella stagione si mangia all’ombra della tettoia guardando Superga all’orizzonte, dietro la fuga di colline.

Al primo piano c’è la sala grande con le foto antiche alle pareti e il pavimento in graniglia di due tipi diversi, segno che prima erano due salette separate poi unite abbattendo il muro divisorio.
Il campo da bocce è in un ripiano sotto il terrazzo, al fondo di una lunga scalinata, fra gli alberi. Al pianterreno ci sono il cortile, il terrazzo, il bar e la saletta. In questa c’è posto solo per sei tavoli, che hanno le gambe un po’ scrostate e la tela cerata sopra.
Attorno, alle pareti, sopra lo zoccolo in perlinato, c’è la regolare fascia paracolpi all’altezza della spalliera delle sedie, anche loro con i segni del tempo sulle gambe e gli schienali curvi. Il pavimento è di piastrelle in graniglia, e le finestre sono piccole, con le inferriate a quadri e le zanzariere.

16:11:2014 Osteria di Rivalba, saletta

La stufa a legna brontola nel vano della parete che divide la saletta dal bar, e la televisione dorme in alto, sopra il suo mensolone. Girando dietro al muro della stufa entri nel bar, che è una stanzetta come l’altra, ma sembra più piccola perché deve far spazio al bancone e al frigo dei gelati.

16:11:2014 Osteria di Rivalba, banco bar 16:11:2014 Osteria di Rivalba, stufa lato saletta

 

 

 

 

Ci stanno solo tre tavoli, sotto la finestra, e intorno al più grande giocano a carte o bevono in silenzio visi rubizzi, ispidi baffi e rughe di paese. Sopra la stufa corre una mensola coi molti mazzi di carte, e sopra ancora, inchiodata al muro, c’è la bacheca con i prezzi, le licenze, i regolamenti, le cartoline degli amici…

Ma è giunta l’ora di parlare anche di ciò che “va giù per bocca”.
Il vino è buono, ma d’altra parte, come diceva mio nonno, nel Monferrato per bere male devi conoscere. Dopo la domanda di rito (“rosso o bianco?”, che già da sé fa piola) si parte con gli antipasti (cotechino e purea, peperoni con bagna caoda, carne cruda, vitel tonné, tomino), si prosegue coi due primi (di solito tajarin e agnulòt, ma anche ghiotti minestroni con trippa dentro) e i due secondi (carni arrosto e contorni) fino all’atterraggio su macedonia, torta di nocciole, caffé e pussacaffé.
Quando comincio a cantare alla chitarra, anche Tiziana esce dalla cucina con le aiutanti ad ascoltare. “A l’ombreta del busson… Maria Gioana a l’era ans l’uss… A Turin a la reusa bianca…”

Al momento del conto (piacevolmente contenuto) tento di lasciare la mancia, ma lei rifiuta con gentile fermezza: “no, lasci, è per ringraziarla della musica – dice arrossendo leggermente – l’ha gradita anche mia mamma, si sentiva anche di là in cucina”.
Per fare en plein mi mancherebbe solo di poter fumare la pipa davanti al putagé, ma la felicità non è di questo mondo, o se vi appartiene è fuorilegge.
Pazienza.
Esco, e me l’accendo sotto le stelle.

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