La maionese

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E’ sconcertante il facilismo buonista, istintivamente generoso ma antropologicamente miope, con cui oggi si loda il mescolarsi degli uomini sulla terra (moto orizzontale) in nome della loro formale uguaglianza, dimenticando la loro sostanziale differenza di evoluzione (moto verticale), che impedisce di fatto o rende difficile l’amalgama.
La domanda è: chi deve integrarsi nelle migrazioni? La parte al tutto o viceversa? Insomma, chi deve adattarsi a chi?
E’ come mettere tutte le mele che si trovano (acerbe, dure, mature, buone, marce, bacate) nello stesso cesto, e poi pretendere che diventino tutte uguali IN QUANTO MELE, aspettandosi persino che a seconda dell’uso cui sono destinate (succo, torta, macedonia, cibo per maiali, base per cosmetici, modello per pittori…) appena messe nel cesto le mele acerbe maturino, o le mature inacerbiscano, o le marce guariscano.
La mutazione etica, invece, è lentissima, ha un andamento sinusoidale ed è pericolosamente palindroma, cioè può anche tornare indietro. Ciò vale anche per tutte le vessazioni (burqa, percosse, segregazione, infibulazione…) cui viene sottoposta ancora oggi la donna in certe famiglie islamiche, anche già immigrate da noi. Tenersi aggrappati alle usanze del paese d’origine conferisce identità, aiuta a superare il trauma del trapianto. Magari, appena arrivati qui, i maschi si trattengono, “studiano il terreno”, ma dopo un po’ in molti di loro il dna emerge, e soprattutto il trovarsi ogni giorno più numerosi dà loro sicurezza.
Paradossalmente, nel rivendicare con orgoglio la loro differenza etnica ed etica, i primi razzisti sono loro, gli estremisti islamici. Che ci vorrebbero proibire i crocifissi, la celebrazione di Natale e Pasqua, la carne di maiale nelle mense…
Ricordano certi movimenti ultras come “orgoglio sordo” che rifiuta la denominazione politically correct di “non udenti” e sostiene a spada tratta la superiorità dello status di sordi, la ricchezza della comunicazione alternativa a quella fonica e di conseguenza (ecco il razzismo alla rovescia) l’inferiorità degli udenti.
La maionese è una salsa difficile. Ci vogliono pazienza e tempo per farla, e quando impazzisce non sempre si riesce a riprenderla. Bisogna buttarla via e ricominciare, oppure cambiare menu.
Mica siamo obbligati a mangiare maionese.
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Vecchie storie su Gipo

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Mi dicono che sono pigro, che non pubblico più su Fb e blog come qualche anno fa. In parte è vero, sono impigrito. Però scrivevo, scrivo lo stesso, anche senza pubblicare. Per questo ho deciso di tirar fuori note scritte, messe da parte perché incomplete o da rivedere, e poi dimenticate nel cassetto virtuale del Pc.
Questa è di due anni fa, scritta dopo la morte di Gipo Farassino. Su Facebook il Direttore del Centro Pannunzio Pier Franco Quaglieni scrisse quanto segue:
 
“ Tutti i morti sono belli, diceva Tolstoj: ad esempio, Gipo Farassino è stato celebrato oggi come un raffinato poeta. Non era così. Rappresentava l’anima di
un Piemonte che finì per identificarsi con il linguaggio di Bossi. Dopo essere
stato vicino al PCI. I temi trattati da Farassino artista, il suo piemontesismo di barrierante di Porta Palazzo e dintorni erano in nuce coerenti con un ‘idea del Piemonte che trovò nel turpiloquio di Bossi il suo naturale alleato. Un cantante come lui, che creò persino un suo ristorante dove si esibiva, non era affatto un artista. L’arte è altra cosa, totalmente altra cosa. Il Piemonte degno di essere ricordato è quello dei Baretti, dei Vasco, dei Cavour, dei d’Azeglio, dei Lanza, dei Sella, dei Giolitti, dei Soleri, tanto per citare qualche nome. Non quello plebeo (ed orgoglioso di essere tale) espresso da altri in un dialetto piemontese che rasenta il ridicolo e non è certo una lingua. Il vero Piemonte è quello che guardava oltre le Alpi e le colline, e che fece l’Italia. Non ho mai apprezzato Farassino come artista, avendo assistito a suoi spettacoli in più occasioni. Nelle poche occasioni che ho avuto di parlargli non ne ho mai tratto un’idea positiva. Questo al di là della politica. Con questo chiudo il discorso. Aggiungo che avrei ignorato l’argomento, se sono intervenuto è solo perchè ho letto degli articoli iperelogiativi, fuori dal mondo. Le mitizzazioni degli incolti posso capirle, ma le mitizzazioni dei giornalisti sento il dovere di disprezzarle”
 
Ma pensa tu! Gipo il barrierante (che scheur!) Gipo il turpiloquente (bèciu!) creò persino un suo ristorante! Che assoluta volgarità! Ciò lo squalifica definitivamente! Lo esclude senza appello dal novero degli artisti! Qualcuno, deve dirlo a Guccini, per favore, che chiuda la sua osteria di Bologna finché è in tempo, o almeno la intesti a un prestanome!
Sei un noiosissimo snob, Quaglieni. Sei una spanna montata, come diceva Longanesi di Fanfani. Non so quanto sprema dalle casse pubbliche il tuo inutilissimo Centro, ma di sicuro Pannunzio si rivolta nella tomba sapendo che lo dirigi tu, un condannato per molestie telefoniche.
Un uomo degno di quel nome, un piemontese che appartenesse veramente al “Piemonte degno di essere ricordato, quello dei Baretti, dei Vasco, dei Cavour, dei d’Azeglio, dei Lanza, dei Sella, dei Giolitti, dei Soleri, tanto per citare qualche nome” si sarebbe dimesso, dopo quello scandalo. Sarebbe sparito. Avrebbe cercato in tutti i modi di essere dimenticato.
Ecco cosa scrissero i giornali dell’epoca: “CONDANNATO DIRETTORE DI CENTRO STUDI MOLESTIE A DONNA MAGISTRATO Il prof. Pier Franco Quaglieni, 52 anni, direttore del centro studi Pannunzio di Torino, ha risolto con un’oblazione di 500 mila lire la vicenda giudiziaria che lo vedeva imputato di molestie telefoniche a sfondo sessuale a una donna magistrato di Asti. Quaglieni ha anche presentato le sue scuse alla donna, che non conosce.”
Pensa che astuzia! Non solo faceva il maiale bavoso al telefono tra sospiri, parolacce e seghe, ma non sapeva neanche con chi lo faceva, tanto che si è imbattuto in una donna magistrato che lo ha subito intercettato, registrato e inchiodato.
E lui? Imperturbabile. Ha pagato la multa, ha chiesto scusa e ha continuato come se nulla fosse a dirigere il suo centro culturale, seduto su quella poltrona dalla quale oggi disprezza il ‘barrierante’ Farassino e i giornalisti che lo lodano.
Ma va là, fabiòc. E’ un termine piemontese classico, questo, oppure non lo capisci perché è “plebeo e rasenta il ridicolo”?
Sei tu, il ridicolo.
 
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L’oss ëd Casalegno

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L’osso di Casalegno era una maniera con cui i vecchi piemontesi chiamavano la poca voglia di lavorare: “chiel lì – dicevano degli sfaticati – a l’ha l’oss ëd Casalegno”.
Ora però che la crisi c’è per davvero (e l’osso di Casalegno dovrebbe quasi sparire) le Tv ci pascolano, con servizi accorati sui “nuovi poveri” che vivono di pubblica assistenza o mendicano per strada. L’altro giorno intervistavano un 62enne romano ex-negoziante di mobili fallito e costretto (diceva lui) a mangiare alla mensa Caritas coi barboni. Ma dopo pranzo, durante l’intervista, ha estratto una Marlboro dal pacchetto…
Io preferirei mille volte fare il lavapiatti in nero, gamalar cassette nei mercati, tosare prati, verniciar cancellate anche al freddo, piuttosto che esibire di persona al Tg1 la mia miseria, vera o presunta che sia. Figuriamoci poi chieder l’elemosina in ginocchio, mentendo su una fame che non può esistere.
Dico che la fame in sé non può esistere perché in ogni città italiana vi sono enti laici o religiosi che danno pasti gratis ai bisognosi. A Torino sono addirittura cinque le mense gratuite feriali e quattro le festive, e chi le frequenta non è sempre alla canna del gas. Sono piene di furbi e furbetti, chiedetelo ai volontari che vi prestano opera.
Ma anche in provincia, dove non ci sono mense di enti benefici, nessun oste negherebbe i suoi avanzi a chi avesse veramente fame.
Quanto al vestirsi, c’è una tale abbondanza di abiti usati che persino la Caritas si rifiuta di raccoglierli. La gente butta i cappotti e le giacche a vento nei cassonetti, e c’è chi li pesca per andarli a rivendere al Balon a un euro al pezzo.
No, la fame e il freddo non c’entrano. La verità è che elemosinare rende. Moneta dopo moneta si fanno cappellate di soldi in poche ore. Quel ‘mestiere’ rende così tanto che i posti migliori (davanti alle chiese, gli ospedali, i supermercati) vengono “affittati” dalle gang o disputati a coltellate. E di quel mestiere fanno parte le finte vendite di paccottiglia ai semafori, di rose al ristorante, di giargiàtole ai passanti. Infatti, dopo il nostro no all’acquisto, arriva subito la richiesta di “un euro per mangiare”.
In tutto questo non c’è nulla di nuovo. E’ sempre esistita fra gli uomini una disponibilità di base ad aiutare il prossimo, una specie di “bonus” di carità a disposizione di chi ne ha bisogno. E c’è sempre stato chi ne ha approfittato senza averne reale e impellente bisogno. Fare l’elemosina, oltretutto, permette a chi la fa di cavarsela con poco. E’ più facile placarsi la coscienza dando una monetina che fare – tanto per dire – volontariato.
C’è una specie di affinità fra l’accattonaggio ‘abusivo’ (cioè fatto in condizioni di falso bisogno, simulando menomazioni fisiche o esibendole per impietosire ) e il furto. In fondo, si sottrae la carità a chi ne avrebbe davvero bisogno, attingendo al “bonus” come furbastri parassiti. Ma si è parenti, nel farlo, dei falsi invalidi, dei clienti delle mense Caritas con stipendio, degli inquilini benestanti di case popolari, degli assenteisti, degli scrocconi in genere, e quindi dei ladri.
L’accattonaggio è solo una forma di scrocco più oscena ed umiliante.
E infatti i clandestini, appena possono, se ne affrancano. Solo gli zingari, ladri per vocazione (anche se loro preferiscono dire per tradizione), ne approfittano alla grande, senza provar la minima vergogna. Anzi, quasi pretendendo l’elemosina, e maledicendoti se non glie la dai.
Bisognerebbe davvero che io imparassi a dare oboli in modo indiscriminato, “a pioggia”, senza preoccuparmi del reale bisogno di chi li chiede. Per sentirmi buono. Per vergognarmi meno di avere, di fronte a chi non ha.
Ma non ce la faccio. Preferisco fare carità mirata, e sapere dove va a finire quel che do.
Sono avaro, o allergico agli scrocconi?
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Il trucco del cricket

cricket-1000x500Vi è mai capitato nelle conversazioni di settore (musica, arte, sport) di incontrare quelli che citano un nome ignoto ai più, e poi si fermano guardandoti, per capire se sai chi è?
Di solito, se li guardi negli occhi con un lieve cenno d’intesa, vanno avanti, ma se ti tradisci corrugando le sopracciglia si fermano. E’ la loro occasione per cercare di metterti in imbarazzo, di scavalcarti nella classifica della stima da parte di chi ascolta: “Ma coooome? Non hai lettoTizio? Ma come si fa a non conoscere Tizio?”
Segue occhiata panoramica per ottenere dagli astanti una solidarietà che viene subito data con cenni evidenti se a chiederla è un ricco, un potente o comunque dominante nel gruppo.
Ma è solo un trucco vecchio come il mondo, citato in tutti i manuali di dialettica al capitolo “come screditare e mettere a disagio l’interlocutore”. Un espediente – per capirci – simile a quello di fingere di non ricordare il nome dell’avversario (“Fassina chi?”).
A me capita di rado, ormai, un po’ perché effettivamente leggo molto, un po’ perché la mia barba bianca e il mio sguardo penetrante bluffano bene. Però quando succede guardo fisso negli occhi l’autore della pantomima e spariglio: “E tu allora sai chi è la nazione campione del mondo di cricket, e chi ha per capitano?”.
La risposta è sempre negativa e infastidita, accompagnata da uno sdegnoso “Stiamo parlando di letteratura, cosa c’entra il cricket?”.
Ma io incalzo, implacabile: “Come sarebbe a dire cosa c’entra? C’entra, tranquillo, c’entra!” e ripeto pari pari la scena iniziale cercando di imitare al meglio l’aspirante sopraffattore: “TU, proprio TU che ti stupisci perché non conosco il tuo romanziere della mutua, non sai chi ha vinto i mondiali di cricket? Tutti sanno che li ha vinti l’Australia guidata da Steve Williams, detto la lepre del deserto!”
Naturalmente dico Australia solo perché ricordo vagamente che nel cricket gli australiani sono fortissimi, come i neozelandesi nel rugby. Il nome del capitano me lo invento (Steve Williams va bene come qualsiasi altro nome anglofono) e il soprannome di lepre del deserto, infine, lo aggiungo di fantasia, è il tocco ad effetto che ci vuole.
In realtà (l’ho controllato ora su Google, ammetto) gli ultimi mondiali di cricket li ha vinti l’India guidata da Singh Doni.
Ma non è importante. Se l’aspirante umiliatore capisce e glissa, si va avanti a parlare di libri.
Se invece insiste “Ok, ma spiegami cosa c’entra il cricket con la letteratura” io porto la discussione su cosa è davvero importante sapere nella vita, sul significato del termine cultura, sulla funzione della letteratura, e me lo sbrano.
Così impara.

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Nonna Messner

Cecilia,Manlio e Kalimero

Era seduta con un’amica, i mariti e i cagnetti, fuori dal bar di Valnontey.
Nella vallata di destra, oltre Cogne, dove finisce la strada asfaltata e partono gli escursionisti verso i ghiacciai del Gran Paradiso. Spalle al muro, guardava la montagna con la sigaretta in mano, mentre il vento giocava coi suoi capelli grigi.
Aveva 90 anni e un viso azteco.
Era una famosa scalatrice – mi dissero poi – che aveva arrampicato in solitaria fino a pochi anni prima, ben oltre gli 80 anni. A Cogne la conoscevano tutti, ci era venuta in vacanza per tutta la vita finché un giorno era partita da Genova dicendo “vado a Cogne, ma forse non torno”. Suo marito aveva creduto che scherzasse, e invece non scherzava. Tre mesi dopo l’aveva raggiunta, e si erano stabiliti lassù.
“La montagna va frequentata da soli – mi disse – è solo questione di volontà”.
Io vado in giro, incontro, parlo, vedo, e poi la sera rumino le mie giornate, ne filtro il succo. Capita spesso che rimanga nel colino un volto, una storia, un momento di poesia, un interrogativo irrisolto.
Lei ci era rimasta, col suo viso azteco, la sua storia incredibile e le sue 40 sigarette al giorno ora ridotte a 20 perché, come per le scalate “è solo questione di volontà”.
Aveva smesso di arrampicarsi perché le gambe non la portavano più, o almeno non la portavano più là dove lei avrebbe voluto e come avrebbe voluto. “Non è per il fiato, né per la volontà – aveva mormorato quasi parlando a se stessa – ma perché le gambe non ce la fanno”.
Nel ripassare il film, mi sono accorto che non stava lì (come avevo pensato sul momento) per guardare i “suoi” ghiacciai, le “sue” cime, almeno da lontano. Avrebbe potuto farlo dal balcone di casa sua. la-partenza-flickr
No, lei era lì per guardare gli scalatori che partivano e tornavano. Ne capiva l’abilità dal passo, dall’attrezzatura, dalle mosse nel frugare gli zaini. Ne immaginava le escursioni. Partiva con loro nella fantasia.
Come un vecchio velista, campione di regate in solitaria, che non se ne sta a guardare il mare dalla spiaggia o dalla finestra, ma va al porto a veder partire e tornare le barche, e capisce il valore dei marinai dalle manovre, salpa o attracca con loro mentalmente.
Siamo tutti scalatori o velisti, da vecchi, quando la vita che avanza ci toglie una fetta di quel che riuscivamo a fare fino a poco tempo prima.
Guardiamo una coppia d’innamorati, e ripensiamo a quando… guardiamo giocare a calcio e ripensiamo a quando… guardiamo correre in moto e ripensiamo a quando…
Per non cedere alla malinconia, bisogna concentrarsi su quel che riusciamo ancora a fare. Si cammina svelti? Bisogna pensare “meno male che ancora…”. Si mangia la bagna caoda, si suona la chitarra, si canta, si fanno le ore piccole, si fa l’amore, si legge e si scrive? Occorre sempre ripetersi “meno male che ancora…”
Questo avrei detto, alla nonna Messner di Cogne, se fossimo stati soli. Ma sono sicuro che lo sapeva.
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Requiem per un vespasiano

VESPASIANO

Qualche lettore mi rimprovera via e-mail o su Facebook di trascurare il blog. E’ vero. Un po’ è la pigrizia senile, un po’ il trauma da trasloco, dal quale stento a riprendermi. Ma non è che non scrivo. A volte scrivo, e poi metto i pezzi lì da parte sul Pc, come faceva mio nonno Federico coi quadri che dipingeva.
Mi stupisce sempre il fatto che alla gente interessino le mie opinioni , le mie descrizioni, le mie elucubrazioni. Tanto più che a volte mi sorprendo a scrivere cose strane, come un requiem per un vespasiano.
Bon. Visto che l’ho citato, lo recupero e ve lo propongo
Non ci ho pisciato molte volte, nel vespasiano n. 128 detto “del Ponte Isabella” , ma ci ero affezionato. Anni fa gli avevo persino dedicato una delle rubriche surreal-demenziali di Fegato Granata, il mio giornale di satira calcistica: “Fegato turismo, rassegna dei monumenti da salvare nella Torino segreta”. Vi recensivo gli oggetti più impensabili (tombini, strisce pedonali, cartelloni stradali, e quella volta appunto il vespasiano…) per sfottere sia la banalità di certi oggetti e installazioni spacciati per arte moderna, sia il linguaggio complicato e altisonante dei critici che li recensivano.
25042013Resti VespasianoOra che l’hanno demolito, il mio caro pisciatoio merita qualche parola di ricordo. Nel database del Settore Urbanistica Commerciale, piano servizi igienici della città, si legge: Numero 128. Utilizzato. Gestione: Amiat. Stato di conservazione: buono. Azione: da eliminare. In pratica aveva la sua condanna a morte già firmata, anche se era ben conservato. Dovevano solo decidere quando demolirlo, e l’hanno fatto negli ultimi giorni del 2012.
Penso al funzionario anonimo che ha scritto la parola fatale ‘da eliminare’ perché qualcuno in alto aveva deciso che non serviva più. Eutanasia di un cesso pubblico.
Fa venire i brividi, la parola eutanasia, se spostiamo il concetto all’uomo, ma anche per un cavallo zoppo o per un albero malato la condanna a morte fa male. Invece quella del vespasiano è stata eseguita nell’indifferenza generale, al massimo col borbottìo di qualche vecchio prostatico come me.
Sit tibi discarica levis, pissor.

FEGATO_TURISMO

 

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CharlieHebdo

La più bella risposta all’attentato terroristico di Parigi sarebbe la pubblicazione in prima pagina, domani, da parte di TUTTI i giornali europei, di almeno una delle vignette che hanno fatto così incazzare gli integralisti islamici. Invece non succederà, con le scuse più varie, riassumibili nel classico “tengo famiglia”. La violenza paga. Io però, nel mio infinitamente piccolo, lo faccio

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