Archivi del mese: aprile 2009

Forrest pulp

 

Il falso moralismo delle Iene mi sta francamente sul cazzo. Da un lato fanno servizi contro il fumo nei locali pubblici, stazioni, università, aereoporti (e anche uno, molto sforzato, sui tabaccai che vendono sigarette agli under 16, come se non esistessero i distributori automatici…), e dall’altro sdoganano gli spinelli facendo ammettere al simpaticone intervistato di fumarli («quando l’ultimo?» – «ieri sera») o uscendo in frasi come: «Berlusconi nei suoi tanti processi continua a dirsi innocente, incolpando i PM di “fumus persecutionis”. Ma cos’è ‘sto fumus? No, perché un fumo che ti fa veder tutto così distorto dev’essere proprio roba buona, ditemi dove posso trovarlo».

Autori e attori rossi (cioè quasi tutti) son bravi a tirare il sasso e nascondere la mano. Come quando, per sembrare equidistanti, lanciano due frecciate alla sinistra ogni dieci tirate al Pdl. Peccato che le prime riguardino sempre solo la litigiosità della sinistra o la magrezza di Fassino, mentre le altre spaziano da Previti ai condoni, dalle rogatorie alla Pidue. Circostanziate, aggiornate, squisitamente politiche. Anche se mischiate agli stucchevoli tormentoni sulla calvizie o sulla statura del cav. O sui suoi trascorsi giovanili come animatore sulle navi da crociera. La Gialappa, che fra caccole, scoregge e culi nudi non sa più come far audience, ci è tornata sopra nel suo programma “Mai dire Grande Fratello”.

Dopo un filmato sulle paralimpiadi, il trio ha finto d’indignarsi: «non è bello ridicolizzare dei poveri handicappati sottoponendoli a prove così difficili!», ma la frase preparava solo la squallida battuta finale del “mago” Forrest: «potrebbero almeno farli suonare sulle navi da crociera, così magari diventano premier, è già successo!» L’avesse detta un comico di destra, una cagata simile, guai! I guitti di regime, invece, possono. In un sol colpo insultano mongoloidi, orchestrali e buon gusto. Non solo mordono la mano che li sfama, ma sono così vigliacchi da irridere chi studiando s’arrabatta per guadagnare onestamente qualche lira. Meglio parassitare papà fino alla laurea e lo Stato dopo, come fa la maggior parte degli “intellettuali organici” che li applaudono o gli scrivono le battute.

 

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Letteronze candidate

Non capisco (ma fo per dire: in realtà lo capisco fin troppo bene…) perché la sinistra e i suoi giornali polemizzino tanto contro la candidatura di alcune attricette nelle liste Pdl per le europee. E’ uno dei tanti argomenti con cui i compagni credono di demolire l’immagine pubblica dell’odiato Cavaliere, senza rendersi conto che così facendo gli portano consensi. Perché gli elettori misarcori (cioè odiatori del nano di Arcore) voterebbero per chiunque si candidasse contro il Berlusca, foss’ anche Totò Rijna, e non hanno bisogno di queste gocce per alimentare la bile che gli rode il fegato giorno e notte, estate e inverno. Ma gli altri italiani (che sono la maggioranza, piaccia o non piaccia alla ex meglio gioventù che mal invecchia nelle redazioni) se ne fanno un baffo.

Anzi, più i cabarettisti di regime (vale a dire quasi tutti) si affannano a sfotterlo per i suoi pochi capelli, i suoi tacchi, il suo cerone, le sue donnine, le sue ville, le sue barzellette, le sue corna, le sue canzoni e i suoi gesti da monello alle riunioni dei governamondo, più loro lo trovano simpatico, amano il suo successo, invidiano i suoi miliardi, sognano le sue ville, ammirano il suo efficientismo, e vorrebbero stare come sta lui a 70 anni suonati. Ma i compagni, tetragoni, non cessano il loro fuoco di sbarramento monotono e continuo. Qualsiasi argomento gli sembra buono, qualsiasi proietto gli va bene, dalle calunnie ai treppiedi. Se avessi un euro per ogni volta che un rosso ha tentato di estorcere a Veronica Lario un commento, uno sbuffo, una confidenza, una battuta, un gesto, uno sguardo, uno sfogo, una foto, una qualsiasi cosa da utilizzare contro il nano, sarei ricco.

Il portavoce di Prodi andava a travestiti, Togliatti cornificava la moglie con la Jotti, Pasolini inculava a suon di cazzotti i giovani proletari disperati, mezza direzione nazionale del Pci era fatta di puttanieri e sciupafemmine sposati, eppure loro vanno a fare le pulci sulle attricette candidate. Di più: le chiamano letteronze (che vuol dire letterine stronze) alla faccia della dignità femminile, delle quote rosa, delle pari opportunità, o anche solo del rispetto per delle lavoratrici che fanno lo stesso mestiere della senatrice Franca Rame o dell’onorevole (si fa per dire) Vladimir Luxuria. Dicono che quelle non ne sanno un cazzo di politica, che il Berlusca le candida solo per far vetrina. Ma non si ricordano di aver candidato solo l’anno scorso uno che di politica ne capiva ancora meno, solo perché era scampato al rogo della Tyssen-Krupp e il suo viso ustionato aveva fatto il giro dei Tg. Continuate, compagni. Continuate pure. Il nano ringrazia.

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Arrivederci, Oreste

E’ morto Oreste, il “matto del villaggio” di Cavoretto, ed io l’ho saputo troppo tardi per comporgli l’elogio funebre. Lascio quindi la parola ad Andrea Nejrotti, che ha messo su Facebook un toccante scritto di congedo: «Cavoretto è un quartiere di Torino che sembra un paese, che era un paese fin dal medioevo e che resta un paese, un universo ancora fuori del tempo dove la vicinanza con la città induce gli abitanti a far finta di niente, a fingere di non sapere più tutto di tutti, come accadeva una volta. E’ l’autunno del 1983 quando Oreste mi si avvicina per la prima volta, con un sacchetto dorato di caffè da bar infilato in testa come la mitria d’un vescovo, e il bastoncino del comando in mano, vestito con abiti dai colori sgargianti che ogni giorno la gente del paese gli regala e che lui indossa con un senso del colore che farebbe invidia a Benetton. “Babboo – mi apostrofa con la voce roca dei suoi cinquant’anni passati a fumare e bere senza freni, incosciente del rischio – ciao, babboo, ce l’hai cinquecento lire?” – “Ciao, Oreste, sì, ma non te le bere subito”. Lui prende la banconota, mi guarda storto e bofonchia parole incomprensibili con una luce strana negli occhi, come se mi dicesse telepaticamente: “Ma sei poi ben sicuro che mi faccia male?” E infatti va subito al bar, a bersi un altro bicchiere, veicolo di allegria e di battute con quelli che stazionano seduti ai tavolini o in piedi al bancone, e non sembrano poi tanto diversi da lui…

Questo il mio primo incontro con Oreste, un “matto” così speciale che molti lo chiamavano “signor sindaco” e lui tutto contento saliva sullo scalone del vecchio municipio a fare un discorso dei suoi, sconclusionato, pieno di ponti, miliardi e paroloni strani. Era una specie di cavaliere appiedato, un sognatore ad occhi aperti, l’osservatore di un mondo che solo lui poteva vedere, ma con cui aveva molto da dire e molto da litigare. Era il guardiano di un varco aperto su un’altra dimensione insondabile e abitata da chissà chi. A volte stava per ore con gli occhi rivolti all’angolo d’un muro, a parlare e gesticolare contro qualcuno o qualcosa che lo importunavano, come a volte fanno i gatti che si inarcano e rizzano il pelo verso un angolo vuoto, così, senza ragione…

C’era chi diceva che era stato un ingegnere con una storia infelice alle spalle, uscito dal manicomio di Collegno per la legge Basaglia… chi parlava di tradimenti, di amori infelici, di tutte le tristezze della vita che possono sconvolgere una mente sensibile di artista… Ma erano solo voci di borgata. Ipotesi tante, conferme nessuna. Cavoretto lo aveva accolto e discretamente lo aiutava a vivere, senza clamori. Chi lo incontrava faceva quello che sentiva, lo salutava o gli dava un obolo, e lui rispondeva a tutti “Grazie, babboo, grazie mamaa!!!”. Non voleva legami, non voleva rifugi, viveva sotto le arcate del viadotto di Viale XXV Aprile, estate e inverno. Viveva “libero come un cane” e infatti i cani randagi lo amavano, lo seguivano. E lo proteggevano. Lui ricambiava a modo suo Cavoretto e la sua gente. D’inverno con una pala tutta storta toglieva la neve dalla piazza e d’estate con una scopa spelacchiata ramazzava i marciapiedi. A volte si spingeva in viaggi “lontani”, il cavaliere-sognatore, fino in piazza Zara, ai piedi della collina, ma lì si sentiva un po’ sperduto, e la sera aspettava il pullman per tornare nella sua Cavoretto. Gli autisti lo facevano salire e come biglietto si accontentavano del suo “Grazie, babboo”.

Era matto, ma innocuo. Non faceva male a nessuno, usava solo altri registri per rapportarsi al mondo. Come quando buttò in Po la bicicletta che gli avevano regalato perché nessuno glie la potesse rubare. Come quella notte di Natale che in chiesa, nella navata laterale, suonò, o meglio grattò, una chitarra mezza sfondata, con gli occhi rivolti ad un angolo buio a lato dell’altare: chissà per quale dio suonava. Beveva e fumava troppo, Oreste, perché tutta Cavoretto lo viziava, quasi a scusarsi di non capirlo, di non vedere quello che lui vedeva coi suoi occhi. Anche stavolta non siamo riusciti a dargli un rifugio per l’agonia, ma in fondo è stato meglio così. Appena messo in un letto d’ospedale è subito scappato, è tornato a Cavoretto e si è seduto su quei gradini dove lo vedremo sempre, con il bastone del comando in mano e il cappellaccio in testa. All’ospedale ha lasciato solo il suo corpo vecchio e stanco. Continua a leggere

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Febbre porca

Chissà se questa ridicola pandemia di febbre maiala, gonfiata dai media in carenza da tsunami e terremoti, riuscirà a spaventare la gente. Ci stiamo facendo il callo, amici! Terrorizzarci è sempre più difficile. La gente sa che, se il focolaio è Città del Messico (20 milioni di abitanti), i casi sono circa 2000 e i morti 100, vuol dire che anche là si ammala uno su mille, e tra chi si ammala ne muore il 5%. In pratica si crepa più facilmente di caghetta, laggiù. Non so se questa epidemia darà la scusa agli israeliani per dolersi della legge del 2004 che consente lo spaccio di carne suina, fuorché nei quartieri a maggioranza ebraico-fondamentalista.

Di sicuro ne godranno i musulmani, della serie “l’aveva detto, Maometto, che il maiale è un animale impuro. E mo’ beccatevi ‘sta febbre, infedeli!”. Ma è proprio quella la differenza fra ebrei e mussulmani. Entrambi bandiscono dal loro vitto la carne di porco, ma mentre Israele non obbliga gli ebrei ortodossi a mangiare il maiale, l’Islam obbliga tutti, anche i non mussulmani, a non mangiarlo. Che sia sesso, che sia cibo, che siano embrioni, il discorso non cambia: la differenza fra il pensiero liberale e quello confessionale è che il primo non ti obbliga a fare una cosa contraria alle tue convinzioni, il secondo sì.

L’occidente non obbliga i maomettani a bere alcolici, ma nei paesi islamici gli occidentali vengono obbligati a non berne. Pena la flagellazione. Uno dice: sì, però solo in teoria… Un cazzo. In pratica. Sentite la testimonianza di Mons. Mazzolari, vescovo in Sudan: “Ad un anziano missionario, cui avevano trovato in fondo ad un container di medicinali una bottiglia di whisky mezza vuota dimenticata dal camionista, inflissero di fronte a me 50 nerbate. Invano, dopo 25, un confratello più giovane disse basta, i colpi rimanenti dateli a me. Andarono fino in fondo”. Godiamoci il nostro vino, allora, finché ce lo lasceranno bere. Mai come dopo queste testimonianze suona giusto, per esso, l’appellativo “vino da meditazione”.

 

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Liberati dalla liberazione

Visto che ormai la data del 25 aprile è stata sequestrata dai rossi, che nei cortei considerano “provocatorie” persino le bandiere italiane, americane o israeliane, bèh, se la tengano pure. Gli italiani non rossi (ben più della metà) potrebbero scegliere il 10 febbraio, anniversario della conferenza di Yalta, per festeggiare la “liberazione dalla liberazione”. Fu infatti grazie agli accordi di Yalta del 1945 fra Churchill, Roosevelt e Stalin, che l’Italia rimase, dopo la guerra, al di qua della cortina di ferro. Ma mancò poco che finisse al di là. Stalin voleva un’Italia comunista, e i partigiani rossi anche. Sperando nell’agognata rivoluzione i bellaciao nostrani nascosero addirittura le armi, invece di deporle nell’aprile del ’45, e le tennero pronte per anni. Anzi, nel triangolo rosso dell’Emilia le usarono anche, assassinando 20mila persone dal ’45 al ’50.

Ma Churchill aveva convinto Roosevelt ad aprire il fronte meridionale, sbarcando in Sicilia e risalendo la penisola per occuparla prima di Stalin. L’Italia è un’enorme portaerei naturale stesa nel mediterraneo, e Churchill non aveva alcuna intenzione di lasciarla ai rossi. A salvarci da baffone non fu quindi il Vaticano, come si favoleggia, ma la nostra posizione geografica. Sir Winston aveva già capito da anni che i sovietici avevano mire espansionistiche sull’Europa occidentale, lo aveva capito da come avevano innescato, appoggiato e foraggiato i comunisti nella guerra civile spagnola. E sapeva anche che la guerra successiva gli alleati avrebbero dovuto combatterla contro di loro (come in effetti avvenne, anche se fu guerra ‘fredda’).

Ma un’insurrezione rossa in Italia, ancorché appoggiata militarmente dall’Urss (come prevedeva il piano rivelato 50 anni dopo da Mitrockhin) sarebbe stata un massacro pauroso, con gli americani armati ancora tutti qui. Stalin lasciò perdere, e Togliatti, capendo che senza l’aiuto di baffone la programmata “liberazione” sarebbe abortita, abbozzò. Così la scampammo. Ci restò, è vero, il partito comunista più forte dell’ovest (e con la strategia gramsciana da esso perseguita ci resta pure il regime semibolscevico in cui viviamo), ma la dittatura del proletariato, almeno, con le sue delizie (gulag, Lubianka, purghe, torture, carestie…) ce la siamo risparmiata. Churchill, tenendo duro nel febbraio del ’45 a Yalta, ci salvò dalla “liberazione” rossa. Non sarebbe da festeggiare?

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Primiera, setteballe e scoop

Come nella vinificazione genuinità non è sinonimo di bontà (capita spesso di bere vini sicuramente non adulterati, eppure cattivi perché chi li ha fatti non sapeva farli) così nell’informazione libertà non è sinonimo di credibilità (capita spesso di leggere notizie sicuramente non manipolate, eppure insulse perché chi le ha divulgate non sapeva farlo). Un esempio? Sul sito http://www.byteliberi.com (un nome, un programma…) si legge: «In Gomorra, Saviano ci aveva avvertito che le case degli abruzzesi erano piene di sabbia. Leggete a pag.236: Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezz’Italia. File infinite di camion che depredavano il Volturno della sua sabbia. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova… Indovinate da chi è stato costruito il nuovo ospedale dell’Aquila venuto giù come se fosse di cartapesta? Dall’Impregilo!»

E’ bastato questo falso “scoop” perché un cocomero paranoico si precipitasse a fare una catena di e-mail (urgente: fate girare) dal titolo BISOGNA CHE TUTTI SAPPIANO «Impregilo! Sì, sempre lei.
La stessa che ha causato l’emergenza rifiuti a Napoli, che è riuscita a incrementare esponenzialmente le spese per i lavori della TAV con i quali ha causato danni ambientali enormi, che dovrà costruire sul nostro territorio le centrali nucleari e il ponte di Messina, e i cui vertici sono stati indagati a tutto spiano. Anche questa volta la passerà liscia?

Rabbia. Rabbia. Rabbia!»

A parte il tono isterico, bastano poche obiezioni a far capire quanto costui sia prevenuto, e quindi cattivo informatore, anche se libero. Saviano dice solo che per la sabbia da costruzione è stato “depredato il Volturno”. E io dico: magari si “depredassero” tutti i fiumi della loro sabbia! Il problema di molte alluvioni nasce proprio dal fatto che oggi i verdi non lasciano più dragare i fondali dei fiumi né prelevare pietrame dai loro letti asciutti, così che nelle piene accadono disastri. Ma, a parte questo, le sabbie da costruzione sono TUTTE fluviali. L’uso di sabbia marina sarebbe stato dannoso, ma è impossibile che sia avvenuto. La sua estrazione costerebbe uguale, e in più sarebbe rischiosissima, perché ormai le spiagge sono tutte “balneate” e sorvegliate. La causa di certi crolli invece, è stata la formula “magra” del cemento armato: troppa sabbia (che costa meno) rispetto al cemento nell’impasto, e troppo scarsi (per numero e diametro) i tondini di ferro nell’armatura.

Quanto all’Impregilo, non saranno degli stinchi di santo (ma chi lo è in quel settore?), però i casini “sul campo” li hanno sempre fatti i subappaltatori, e non c’è bisogno di leggere Saviano per sapere che il sistema dei subappalti in Italia è in mano alla criminalità organizzata. Ai boss fa comodo che il nome sui cartelli edilizi sia quello di Impregilo (o di altre grandi SpA “pulite” del nord), per poter più agevolmente piantare i loro artigli sull’intera filiera dei lavori: subappalti, sub-subappalti, e giù a cadere… Certo, Impregilo lo sa. Ma non ha alternative: se un suo dirigente si mettesse in testa di fare il Savonarola e affidasse i subappalti solo ad imprese “pulite” del nord (sempre più rare, fra l’altro: oggi su Radio1 Nando Dalla Chiesa ammetteva che la grande edilizia lombarda è quasi tutta in mano alla ‘ndrangheta), le cosche non le lascerebbero lavorare. O con le buone (scioperi, ispezioni, interventi di giudici e funzionari conniventi) o con le cattive (attentati, sabotaggi dei macchinari) bloccherebbero i cantieri. Ecco perché Impregilo subisce e tace. E magari si ritaglia una fetta.

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Misure prudenziali

Di fronte ai problemi sollevati dai media è bene tenere un atteggiamento critico, evitando di farsi cogliere dall’angoscia. Però bisogna anche guardarsi dal pericolo opposto, che è il vezzo snob d’ignorare e minimizzare per principio ogni cosa, a colpi di “benaltrismo” e di “giàvistismo”. Il “benaltrismo” è quell’espediente dialettico che, per stornare l’attenzione da un problema, dice “ben altre sono le questioni che dovrebbero preoccuparci, come ad esempio (e via con l’enunciazione di uno o più problemi che spiazzano l’interlocutore). Il “giàvistismo” è il messaggio pseudo-tranquillizzante che dice: “niente paura, non è una novità, era già successo ben di peggio nel tal posto, nel tal anno”.

Come se potesse dar sollievo, a chi ha perso la casa in un’alluvione, sapere che in altre alluvioni ci sono stati anche dei morti. Oddìo, sul giornale e qui sul blog a volte l’ho fatto, in parte, anch’io. Con gli incendi estivi, le ondate di “freddo polare” e di “caldo africano”, le piogge di primavera… L’ho fatto un po’ anche col terremoto dell’Aquila, dove ho voluto sottolineare l’impossibilità di prevedere ed evitare al 100% le bizze della natura. Ma era solo per smascherare i catastrofisti professionali. Quelli che presentano quelle bizze come novità assolute, e li fanno seguire dalla tiritera del “vedete a che punto siamo arrivati con l’inquinamento, presto sarà il collasso planetario, eccetera”.

Calma. La via giusta, come (quasi) sempre, sta nel mezzo. Occorre evitare il catastrofismo da ecoterroristi, ma non stare con le mani in mano. Acquisire una coscienza ecologica migliore. Organizzare i consumi. Fare seria prevenzione. Per i sismi, in presenza di segni premonitori che non giustifichino l’ordine di evacuazione, impartire a tutti istruzioni prudenziali semplici e sagge. All’Aquila, per esempio, si sarebbero avuti meno disagi e meno panico (e forse anche meno morti e feriti) se dopo le prime scosse dello sciame si fosse detto alla gente di tenere una pila e una bottiglia d’acqua sul comodino e il cellulare carico nel taschino coi tasti bloccati, di parcheggiare almeno un’auto fuori dal garage con dentro una borsa, un plaid, una tuta, uno spazzolino da denti e una bottiglia d’acqua, di non chiudere a chiave i portoni di casa…. Invece c’è gente che è rimasta imprigionata per ore senza poter comunicare con l’esterno perché aveva il cellulare in un’altra stanza, o perché non trovava al buio le chiavi e la porta era chiusa a chiave. Misure prudenziali. Ci voleva tanto?

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