Archivi del mese: aprile 2008

Naufraghi e scialuppe

Continua il flusso dei clandestini sulle carrette del mare, nei container, nei doppi fondi dei camion… senza sosta. Una volta l’Italia era un paese “di transito” verso nazioni più appetibili come Francia, Germania, Inghilterra… Poi i paesi “appetibili”, a suon di controlli, espulsioni e carcerazioni, si son fatti indigesti, e gli immigrati hanno capito che stanno meglio qui, dove le leggi si aggirano, i controlli fanno ridere, da mangiare e da vestirsi gratis se ne trova, e per abitare è pieno di case e capannoni abbandonati che non saranno regge, ma sono sempre meglio dei tuguri dei loro paesi d’origine.

La questione di fondo ormai è chiara: anche se il nuovo governo riuscirà a rallentare questo flusso, il gap economico fra nord e sud del mondo lo farà ripartire, e a riceverlo ci saranno teste di ponte sempre più aggressive di parenti e compaesani. Aiutarli a casa loro? Non serve: finché il rapporto di reddito fra i loro paesi ed il nostro sarà di uno a cento, verranno a milioni, con ogni mezzo. Anche in futuro, quando il gap si ridurrà perché l’Italia andrà a ramengo mentre i loro paesi progrediranno, arriveranno lo stesso, perché il loro vero miraggio è il nostro welfare.

Non è egoismo, quello di chi li teme. Per capirlo, basta pensare alle scialuppe del Titanic, che si tennero ben lontane da quelli che erano finiti in mare, senza rispondere ai loro disperati richiami. Per disumano che possa sembrare, questo comportamento fu provvidenziale: se le barche si fossero avvicinate alle migliaia di naufraghi che annaspavano in acqua, costoro le avrebbero artigliate, rovesciate, affondate, facendo annegare chi ci stava sopra. Sarebbero morti tutti. Stando lontano, invece, qualcuno si salvò. Lo stesso ragionamento vale per i disperati che annaspano nella fame del quarto mondo e vogliono salire sulla scialuppa Italia: finiranno per rovesciarla.  A parole, la sinistra vuole aprire le frontiere senza limiti e dare a tutti i nuovi arrivati un lavoro regolare e tutelato, e quindi chiama i naufraghi a far casino sotto bordo. Nei fatti sa che è impossibile issarli tutti a bordo, pena l’affondamento, e quindi li lascia in acqua ad annaspare. Però dicendo: “noi vi faremmo salire, è il nano che non vuole” .

 

 

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L'ex "meglio gioventù" non va sul bus

Le larghe vittorie elettorali di Berlusconi e Alemanno dimostrano tante cose, ma due su tutte vanno sottolineate. La prima è che i sondaggi (soprattutto gli”exit-poll”) sono ingannevoli e si prestano a deformazioni strumentali da parte di chi vuole puntellare con essi una sua tesi o sbandierare i suoi consensi. La seconda è che i mass-media, il cui controllo è oggetto di lotte accanite fra i poteri forti (basti ricordare cosa ha passato Ricucci per aver osato “sfiorare” la scalata alla Rcs-Corsera) sono autoreferenziali. Tendono cioè a dare della società un’immagine loro, basata sulle loro convinzioni teoriche e non sull’osservazione pratica, senza voler capire che la gente, il popolo dei bar e dei tram, ha ormai imparato a pensare con la propria testa, e si lascia influenzare sempre meno dai media e dai partiti che se ne servono.

I sondaggi pretenderebbero di fotografare il pensiero della maggioranza,  ma proprio perché la maggioranza è un idolo pericoloso che nella storia ha fatto molti guai (come urlare a Pilato: “crucifige!”), vanno presi con le molle. Se sono fatti male possono sviare e spesso, come dicevo, sono taroccati o mal interpretati proprio per sviare.

Quanto alla società teorica disegnata dai media, basta ricordare come sia tipica dei politici e dei giornalisti la frase: “Gli italiani pensano che… i milanesi sono indignati per… i torinesi si rifiutano di…”. Chi glie l’ha detto? Nessuno. La loro è pura autoreferenzialità. Specialmente i giornalisti, quando scrivono quella frase, sottintendono: “Gli italiani (i milanesi, i torinesi…) pensano di sicuro come me che sono ganzo, intelligente, colto, informato, e in quanto italiano (milanese, torinese…) tipico, ho il diritto di intepretarne gli umori”. E bon.

Chi dice quella frase il più delle volte non sale su un autobus da anni, ma parla solo in redazione, ai convegni, nei salotti e nei corridoi del palazzo (e solo coi suoi pari). Due chiacchiere al bar, in treno, o in coda alla posta non sa manco cosa siano: e d’altra parte quando mai fa code o chiacchiere chi ha il posto riservato su jet ed Eurostar, portavoce, segretaria, auto blu, autista e colf filippina?

Ecco perché si legge su un grande quotidiano antiberlusconiano: “I milanesi sono indignati per l’atto di forza con cui è stato sgomberato e demolito il campo nomadi abusivo di Via Bovisasca”. Quali milanesi? L’entourage del giornalista che scrive, forse. Non certo la pur tanto amata dalla sinistra (ma solo a parole) “base”, non certo il popolo dei tram, continuamente borseggiato dai Rom. La gente non ne può più degli zingari, ed è su questo problema che Rutelli ha perso le elezioni. Un problema scottante ed antico: già nel 1683 Luigi XIV, il Re Sole, diceva a proposito degli zingari: “E’ impossibile scacciare dal regno questi ladri, data la protezione che hanno  trovata in ogni tempo e che continuano a trovare presso gentiluomini e  signori apostoli della giustizia, che danno loro asilo nei castelli e nelle loro case…”. Oggi la situazione è uguale, ma con una differenza: i “gentiluomini” alla Veltroni e i “signori apostoli della giustizia” alla Rutelli proteggono ancora i Rom, ma si guardano bene dall’ospitarli nei loro castelli. Li appioppano al popolo. Saranno rossi, ma mica scemi.

 

 

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Le badanti badano… ai loro interessi

Dopo che la Procura di Bologna ha bloccato in extremis le nozze fra un 83enne e la sua badante romena di 44 anni, si è appreso che i matrimoni fra anziani e giovani straniere (per lo più badanti)  negli ultimi due lustri hanno raggiunto il 10% del totale. Senza contare la massa dei mariti che lasciano le mogli dopo decenni di vita coniugale per andare a convivere con giovani straniere.

Il fatto è che “al ronzino piace l’erba fresca”, e queste giovani dell’est sono proprio belle. Belle come le nostre colf non furon mai. Da noi, se una ha un fisico così, mica fa quel mestiere. In più, ci sono ragioni biologiche, antropologiche, psicologiche e sociologiche che aiutano a capire il fenomeno.

Come mai l’uomo, quando l’ormone del sesso tace, va in crisi? Perché il suo ruolo ancestrale è quello di ‘impollinatore’. Come mai la donna invece non patisce? Perché il suo compito primordiale è quello di partorire e allevare i cuccioli. Il ruolo di partner sessuale è sempre stato subordinato ai primi due. Finita l’età riproduttiva, la femmina umana si rivolge ad altri interessi, o rivive l’esperienza di madre coi nipoti. L’uomo invece è ancora sessualmente intrigante (e mentalmente intrigato…), e nel frattempo è diventato esperto, quando non anche ricco e potente (tre doti, queste, che attraggono le donne come le mosche il miele). Il Viagra gli toglie ogni problema, e il più delle volte diventa come il ruotino di scorta: non lo usa, ma gli dà sicurezza averlo nel baule perché sa che se fora non rimane a piedi. Infatti i “tirolesi” lo sono quasi sempre per ragioni mentali. Quando non sono più stressati, grazie alla magica pillola, dal rischio-cilecca e dall’ansia da prestazione, finiscono per farcela anche senza. Come Charlot, che figliò ottantenne, o come i nostri nonni che a quell’età andavano al bordello più per far sapere in giro di esser ancora ‘validi’ che per il gusto della marchetta. Le mogli li lasciavano fare (“almeno là si toglie quei suoi sfizi da maiale”) e tolleravano per lo stesso motivo anche gli amori ancillari. Oggi non più. C’è eguaglianza su tutto, cioè licenza di tradimento paritetica, come per le mansioni domestiche.

A questo punto, però, il dna manda il suo potente richiamo ancestrale, e l’ormone veterano ma vivo reclama i suoi diritti. Quando la moglie invecchiata, oltre a non amare più il tennis, diventa un’acida Santippe, il marito sente la mancanza della racchetta e delle palle. E lo tenta ancora la partita vera, non solo il palleggio. Al bel grigione d’oggi forse i casini non basterebbero più. Vuole tornare in campo con una partner giovane e bella (e qui, dai patriarchi biblici a Briatore, non mancano gli esempi), che però lo ami, o almeno finga. Proprio come le badanti, che in quello sono bravissime. All’occhio, Santippe.

 

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Lasciatemi morir come mi par

Nella giornata festiva del 25 aprile sono morte tre persone che si possono definire “gitanti”, cioè non impegnate in sport estremi. Due donne e un ragazzino. Le due donne (rispettivamente di 51 e 57 anni) stavano facendo un’escursione ai piedi del Gran Paradiso, e sono scivolate nel precipizio, una al Vallone del Roc e l’altra al Colle del Nivolet. Il ragazzo (13 anni) è annegato nel lago di Bracciano perché la canoa sulla quale si era imbarcato con un amico ha dato il giro. Colpisce il fatto che su Yahoo-News la notizia delle due donne abbia un solo lancio (Ansa) e quella della canoa dodici (Ansa, Adnkronos e Agi) in cui si dice tutto: che erano in due su una canoa monoposto, che non avevano il giubbotto salvagente, che il sindaco del paese dove è capitato l’incidente ha annullato la “Festa della Primavera” (concerti, gare, balli e mangiate) prevista per il week end.

Inutile dire che in nessun paese del Gran Paradiso sono state prese iniziative del genere per le due donne morte. Di solito chi cade nei burroni non ha lutti pubblici, né lì nè altrove, forse perché la montagna “non sciistica” è severa e fatalista, dà per scontato che tu sappia cosa ti può capitare se ti distrai o commetti un’imprudenza. Come meta di vacanze estive, poi, è sempre meno appetita, specialmente dai giovani, perché in genere non ha vita notturna, e le autorità fanno di tutto per rendere noiosa quella diurna.

L’alpinista puro, lo scalatore, è una figura ormai rara, e all’escursionista occasionale le comunità montane, per giustificare la loro esistenza e il loro costo, proibiscono quasi tutto, sotto minaccia di multe salatissime: non può raccogliere fiori, fragole, mirtilli, catturare farfalle, rane, lumache, e neanche accendere un fuocherello per fare la barbecue. Anche per i funghi ci vuole il permesso, con quantità limitate e modalità di raccolta precise (vietato metterli in sacchetti di plastica, ad esempio…).

Non è curioso che il mare e la montagna abbiano proibizioni diametralmente opposte? Nel mare il turista può raccogliere e pescare quasi tutto quel che vuole, ma se porta il cane in spiaggia, se gioca a pallone sulla battigia, se fa il bagno con la bandiera rossa, se va in canoa senza giubbotto, se non ha i razzi e il salvagente sulla barchetta, gli arrivano multe pazzesche.

In montagna le multe pazzesche gli arrivano se raccoglie qualcosa, ma in cambio lo lasciano andare dove vuole, come vuole e quando vuole. Può avventurarsi su un ghiacciaio con le scarpe da tennis, può partire di sera per i tremila in canottiera, senza portarsi dietro neanche un golf, nessuno gli dice bà.

Forse perché i saggi montanari, induriti dalla loro lotta millenaria contro il freddo, la fame, i burroni e le valanghe, ritengono che ognuno sia libero di rischiare la pelle come crede. Altro che giubbotti e razzi.

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Lacostòmani persi

Lo sapevate che oltre le varie comunità dedite al recupero degli alcolisti o dei tossicodipendenti ve ne sono altre per i drogati da gioco d’azzardo e addirittura per i malati di acquisto compulsivo? Don Ciotti gestisce a Torino, in barriera di Milano, una comunità di quest’ultimo tipo. Non fate quella faccia. Si può essere “drogati” anche di acquisti inutili.

Gli psichiatri li chiamano “comportamenti compulsivi”, e sono indice di vere e proprie nevrosi. Chi ne è affetto si sente infelice se non può possedere le cose reclamizzate, anche le più superlflue, e cerca di procurarsele a qualsiasi costo, a volte persino rubandole.

Siamo al paradosso di un sistema che da un lato crea bisogni fittizi perché necessita, per reggersi, che tutti consumino sempre di più, e dall’altro organizza un servizio per liberarsi da tale meccanismo perverso.

Don Ciotti si fa carico di questa come di altre disintossicazioni, ma il compito spetterebbe alle famiglie e alla scuola, due istituzioni messe in crisi da una politica che insegue il consenso come la Tv insegue l’Auditel, ostentando un ottimismo di facciata, velleitario e utopistico.

Le sinistre chiamano ‘congiura padronale’ ogni difficoltà della vita, blandendo i giovani come quelle zie in visita che conquistano i nipoti facendo togliere loro i castighi, ma lasciano i genitori nelle rogne quando ripartono. Libertà precoci, permissivismo, scuola facile, esami ridicoli, stipendio garantito, casa a buon mercato per tutti. E una pillola per ogni cosa, per “sballare”, per dimagrire, per trombare, per non stare in ansia, persino per abbronzarsi in fretta.

Morte e malattia vengono nascoste, come gli handicap, per i quali si coniano eufemismi (diversamente abile, non vedente, motuleso…) adatti più a celarli ai sani che ad alleviarli ai portatori. Così siamo diventati incapaci non solo di affrontare, ma persino di riconoscere il vero dolore, e quando ci sbattiamo il muso dentro (perché esiste, il dolore, a dispetto di ogni illusione contraria) ci rifugiamo nelle droghe vere e proprie, o in quelle metaforiche come il calcio, le mode, i consumi compulsivi. Senza percepire differenze fra corna, sconfitte azzurre e assenze di coccodrilli dalla maglietta.

 

 

 

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Ariècchice cor bellaciao

Ancora sotto shock per la batosta elettorale, i compagni si sparano in vena la solita flebo resistenziale del 25 aprile, per tirarsi un po’ su il morale. E lo fanno con la tigna stalinista d’antan: non potendo far spostare a Grillo la data (o almeno il luogo) della sua adunata, mobilitano i loro “intellettuali da manifesto” per ordinare ai torinesi di boicottare il comico che parlerà in Piazza San Carlo e andare tutti in Piazza Castello dove parleranno i sindacalisti ”in nome dei sacri valori resistenziali su cui è fondata la nostra democrazia bla bla bla…”.

Il solo fatto che trovino normale aizzare la folla al boicottaggio di un comizio avversario e precettarla al proprio, dimostra la loro allergia di fondo alla democrazia. Ne ha già dato prova Santoro definendo stupidi gli italiani che hanno votato a destra, senza ricordarsi il putiferio che piantarono, lui e i suoi compagni, quando il Cav. fece lo stesso due anni fa (durante un suo comizio, però, non in una trasmissione della Tv di Stato), usando il termine ‘coglioni’ al posto di ‘stupidi’.

Sempre a Torino, Bondi si prese del provocatore fascista perché osò recarsi il 25 aprile 2005 sotto la “lapide della discordia” (la piccola targa murata nel 2002 in Via Donati, fra roventi polemiche e proteste rosse, in memoria di Edgardo Sogno). Adesso, però, basta. Non si può più tollerare che i rossi impongano la loro memoria strabica e la loro storia faziosa, una storia che relega i nazisti, i fascisti (e la destra in genere) dalla parte dei demoni, e i partigiani, i comunisti (e la sinistra in genere) da quella degli angeli. A sentir loro, l’Italia fu liberata solo dai partigiani di sinistra. Invece a ‘liberarla’ contribuirono in modo decisivo anche i partigiani di diversa ispirazione politica (e Sogno era fra quelli), l’esercito badogliano, e (ultimi nell’elenco, ma primi come importanza) gli alleati angloamericani. Mai vista, però, una bandiera statunitense o britannica sventolare in piazza il 25 aprile.

Ad ogni modo sarebbe davvero ora di finirla, dopo 63 anni, di festeggiare una “vittoria partigiana” che non fu tale, perché se non ci fossero stati gli alleati a cacciar via i tedeschi coi loro cannoni, i loro aerei e i loro carri armati, i partigiani sarebbero ancora adesso in montagna a rubar vacche ai contadini.

La festa del 4 Novembre per la vittoria italiana nella ‘grande guerra’ 15-18 (dove i nostri caduti furono 600mila) fu abolita nel 1977 perché il Pci di Berlinguer (allora al suo massimo storico di consensi) disse che 59 anni bastavano, che era ora di smetterla di sbrodolarsi col “Piave mormorò”. Quanti ce ne vorranno per smetterla col “Bella ciao”?

 

 

 

 

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I vecchietti contenti

Stavolta la solita “ricerca” americana dovrebbe essere credibile, se non altro perché è durata trent’anni. Yang Yang, un sociologo della Chicago University, ha intervistato personalmente dal 1972 al 2004 un campione di 28mila persone di età compresa fra i 18 e gli 88 anni. La sua conclusione? Gli anziani, negli States, sono più soddisfatti dei giovani e socialmente più attivi, ma soprattutto sono lontani dallo stereotipo mediatico che li vorrebbe sofferenti di solitudine e nostalgia. Secondo l’indagine, inoltre, i vecchietti Yankee sono più disposti dei giovani ad accettare ciò che hanno senza rimpiangere ciò che non hanno.

A me sembra, almeno l’ultimo dettaglio, un modo elegante per dire che sono rassegnati. Sentirsi insoddisfatti da giovani è normale. Ed è bene che succeda, perché l’insoddisfazione è una molla formidabile per migliorarsi, per lavorare sul proprio carattere e sulla propria vita di relazione, per accrescere il proprio bagaglio culturale e professionale. Oltretutto, in una società ipercompetitiva come quella americana, chi si siede (cioè si ritiene appagato) è perduto. Ma solo i giovani possono sperare di lavorare con successo sul proprio carattere, in quanto è ancora malleabile. Solo loro possono sperare di migliorare la propria vita di relazione, perché ne hanno continue opportunità. Solo loro possono aumentare in modo rilevante il proprio bagaglio culturale e professionale, perché possiedono ancora intatte le forze mentali e fisiche per farlo.

Da vecchio, sei quel che sei e sai quel che sai. E’ quasi impossibile che un vecchio violento impari a diventare mite. Ed in vecchiaia è difficile fare nuove amicizie “vere”, tant’è che la vita negli ospizi è un continuo battibecco, un sopravvivere egoista e ipocondriaco punteggiato di ripicche, dispetti, musi, maldicenze, diffidenze e chiusure. Se ne volete la conferma, chiedete a qualsiasi operatore che lavori in quelle strutture. Quanto allo studio, tutti sanno che da vecchi si fatica il decuplo per mandare a memoria le nozioni, e nel lavoro ci si limita a fare “come si è sempre fatto” senza sforzarsi di accettare e sfruttare le novità. Basti a provarlo il rifiuto “psicologico” dell’uso del Computer da parte degli anziani. Dice Yang Yang che però sono soddisfatti. Secondo me gli hanno detto di esserlo, che è ben diverso. E qui si torna alla rassegnazione: magari aiuta a viver meglio, ma sempre rassegnazione è. Chi è obbligato a sedersi perché non ce la fa più a stare in piedi, vive meglio (o soffre meno) se riesce a convincersi che da seduti si sta bene.

Mi sa che ‘sto Yang Yang, anche se ci ha messo trent’anni, ha solo scoperto l’acqua calda.

 

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