Archivi del mese: settembre 2008

Zeus all'ospedale (da "69 racconti di goliardia")

Quando fui eletto Pontifex Maximus per la prima volta, nel Novembre del 1968, non ebbi la soddisfazione di assistere al Gran Conclave: ero immobilizzato in un letto dell’Ospedale Oftalmico di Via Juvarra. Mi ci avevano ricoverato d’urgenza alcuni giorni prima, per una sprangata all’occhio ricevuta dai “compagni” mentre catturavo le matricole davanti a Medicina. Gli ominidi in eskimo non avevano capito la scherzosità di quell’antica tradizione ed avevano preso le difese delle matricole bastonandomi, com’è sempre stata avvezza a fare l’ultrasinistra, allora come oggi. Nessuno li aveva chiamati, neanche i “difesi”. La ‘caccia’ scherzosa agli studenti del primo anno è una tradizione plurisecolare, anzi, millenaria, tant’è che l’imperatore Giustiniano, nella Costituzione “Omnem Reipublicae” (data in Costantinopoli nel 533 D.C.) era costretto a dettare: «…edicimus ut nemo audeat…ex his qui legitima peragunt studia…. ludos exercere et alia crimina vel in ipsos professores vel in socios suos et maxime in eos qui rudes ad recitationem legum perveniunt…» (…stabiliamo che nessuno tra gli studenti di legge osi perpetrare scherzi ed altri reati nei confronti degli stessi professori o dei compagni e soprattutto nei confronti delle matricole…). In ogni caso, oltre che millenaria, era una tradizione universitaria che nel 1968 era ancora seguitissima, checché ne dicano i tristi esponenti della ‘meglio gioventù’ che vorrebbero imporre il loro copyright su quel periodo.

Io in quegli anni facevo parte della Sacra Vola della Contea, sovrana a Medicina, e davo una mano ai conteani nella “stagione venatoria”, anche se ero iscritto a Lettere. Per spettacolarizzare la caccia, avevamo comprato un vecchio carro agricolo, uno di quegli enormi “tamagnun” che davanti avevano un timone così lungo da poterci aggiogare due pariglie di buoi. Il pianale era spazioso, ma senza sponde, e a sostenere il veicolo c’erano quattro maestose ruote di legno cerchiate in lamiera. Avevamo poi fatto costruire da un fabbro una grossa gabbia di ferro che potesse contenere fino a sei matricole, e l’avevamo fissata al centro del carro. Per il traino, avevamo inchiodato trasversalmente sul timone e sul pianale una serie di travi in legno. Sporgendo a pettine sui due lati, esse costituivano l’appoggio cui le matricole catturate, debitamente incatenate, potevano aggrapparsi per spingere o tirare. Tutte portavano un cartello appeso al collo con la scritta “matricula tirans” o “matricula spingens” secondo la mansione loro assegnata. Le più ribelli le mettevamo in gabbia, col cartello “matricula galeotta” oppure chiudevamo loro il collo e i polsi nelle gogne, col cartello “matricula ferox bavosa”.

Completato il “carico” umano, l’enorme carro partiva da Corso Massimo e si dirigeva verso il centro della città. Ad ogni bar il veicolo brulicante di feluche faceva una sosta: i goliardi anziani entravano a questuare una bottiglia di grappa, che veniva data loro di buon grado dall’oste. Soddisfatta la sete dei “siderei extra cursus” dei “magnifici antiani” e dei “phamelici phaseoli”, il bottino alcoolico veniva passato alle matricole incatenate al carro, che si ristorassero e si rassicurassero: non avevano nulla da temere dagli anziani. E loro non ci mettevano molto a capirlo, tanto che le altre matricole sfuggite alla caccia (le quali seguivano il carro da lontano, timorose, ma curiose di vedere come andava a finire), dopo aver visto che i loro amici catturati si divertivano, cantavano e bevevano gratis al solo patto di spingere un carro, si avvicinavano e chiedevano di dar loro il cambio. Così si partiva in cento, e si arrivava in quattrocento a fine corsa. Percorrevamo tutto Corso Massimo, Corso Vittorio, Via Roma, Via Cesare Battisti, e arrivavamo in Piazza Carlo Alberto, di fronte Palazzo Campana, dove ci accoglievano altri goliardi rimasti al baretto di Rino ad aspettare.

Intorno al monumento equestre sito al centro della piazza si facevano correre le matricole in mutande, e queste, ben imbenzinate dai liquori tracannati lungo il tragitto, non si facevano pregare: a fine mattinata l’amicizia era bell’e fatta, si dava loro il papiro e si riportava il carro al suo posto, pronto per la successiva battuta di caccia. Tutto qui. Ma il gruppuscolo dei rossi ci aveva aspettati con le spranghe per “far cessare quelle usanze vessatorie, tipiche dello spirito prevaricatore e fascista della vecchia università borghese”. Loro davano del “fascista” a chiunque dissentisse dalle loro tesi. Se lo davano anche fra di loro, nelle assemblee. Nessuno in quei gruppuscoli extraparlamentari pareva accorgersi che ad essere davvero fascista era solo la loro intolleranza settaria.

Ma torniamo alla caccia di quel giorno. Furono le stesse prede, cioè le matricole, a prendere le nostre difese e a mettere in fuga i nostri bastonatori, dopodiché l’allegro corteo si svolse come sempre. Fu solo a fine mattinata che, preoccupato per l’occhio che mi si riempiva sempre più di sangue, decisi di andare al pronto soccorso dell’Oftalmico. Lì non mi fecero neppure tornare a casa a prendere un  pigiama: mi ricoverarono immediatamente, a letto immobile, bendato, per grave emorragia all’interno del globo oculare sinistro e sospetto distacco di retina. Dopo una settimana di assoluta (e noiosissima) immobilità, in cui peraltro non erano mancate le allegre visite dei goliardi al mio capezzale (con grande scandalo di suore ed infermiere per le burle e gli schiamazzi) ci fu il Gran Conclave. Quale non fu la mia sorpresa nel sentire cantare in strada, alle cinque del mattino seguente, l’inno “Zeus vincit, Zeus regnat, Zeus imperat” insieme a ripetute grida: “per Manilius, Hatù, Hatù, Ollà!” ed anche il “gaudeamus Igitur”. Ero stato eletto Pontifex.

Il pomeriggio seguente arrivò in reparto il solenne corteo dei cardinali coi paludamenti da cerimonia: il Cardinal Decano, Alessandro Bozza, mi mise in capo la feluca dorata e al dito l’anello, simboli del massimo potere goliardico in Piemonte, e, visto che c’era, mi costruì anche a capo del letto una specie di baldacchino, col mio nome di Pontifex (avevo scelto “Zeus Renatus V Persecutor”) e lo stemma del Supremus Ordo Taurini Cornus. Tutti si inchinarono, e vollero baciarmi a turno l’anello. I miei compagni di stanza (eravamo in quattro) erano stupiti e divertiti. Le suore, manco a dirlo, sempre più allibite. Per giorni e giorni ci fu un continuo andirivieni di goliardi (e goliarde…) in visita, sempre recanti doni mangerecci o beverecci che io ovviamente spartivo con la camerata e poi, data l’abbondanza, col piano intero.

Quando il primario (il severo e temutissimo Professor Gallenga, “barone” d’antico stampo) vide per la prima volta il baldacchino e la scenografia pontificia sopra il mio letto non solo non si arrabbiò, ma si mostrò divertito e volle baciarmi l’anello. Evidentemente era stato anche lui goliardo in gioventù. Da quel preciso istante le mie quotazioni presso il personale medico e paramedico salirono vertiginosamente. Infatti ogni volta che il Primario, seguito dal suo codazzo di leccaculi in camice bianco, arrivava nella mia camera, mi salutava con un inchino burlesco e un: “oggi come va, Vostra Santità?” che mandavano in sollucchero i degenti e in deliquio le suore.

Ma presso i ricoverati, fra i quali ero già popolare per i continui doni mangerecci, la mia fama giunse all’apice quando fuggii di notte in pigiama e vestaglia per recarmi al Dancing Le Roi, dove si svolgeva il tradizionale Gran Ballo delle Caterinette. In teoria avrei dovuto restare a letto immobile, perché rischiavo davvero di perdere la retina, ma era il 25 Novembre 1968, Santa Caterina, e per nessun motivo avrei voluto mancare la benedizione dal palco, a costo di rimetterci l’occhio. Così aspettai le undici di sera (notte fonda negli ospedali, dove si cena alle cinque…) dissi all’infermiere di turno che andavo al gabinetto e invece mi calai nei sotterranei col montacarichi della biancheria. Dalla lavanderia poi sgattaiolai in cortile, scavalcai il cancello su Via Bertola e in pochi passi guadagnai Porta Susa. Immaginatevi la faccia del taxista che si vide salire in macchina un tizio in pigiama, con una gran barba nera e l’occhio vistosamente bendato, che gli ordinò imperiosamente: “Di corsa, al Dancing Le Roi!”.

Arrivato là, trovai più di duemila goliardi, fra quelli stipati dentro la sala e quelli che, non essendo riusciti ad entrare, si accalcavano fuori. Fu il delirio: tutti mi sapevano immobilizzato a letto, e nessuno si sarebbe aspettato un simile colpo di follia. La serata dei Cardinali, fino ad allora, era appunto trascorsa a discutere su chi di loro avrebbe avuto il privilegio di benedire la folla dal palco a nome mio. Arrivando, li misi d’accordo tutti. In perfetto latino, benedissi. Poi mi feci riaccompagnare in ospedale, e stavolta mi seguì un corteo entusiasta di goliardi. Feci il mio ingresso trionfale dal portone principale, quello di Via Juvarra. Il portiere di notte, che mi conosceva bene ma non mi aveva visto uscire, per poco non sveniva. Idem l’infermiere di turno al piano. Tornato a letto, comunque, dormii saporitamente, e la mattina dopo la storia della mia fuga notturna era già leggenda.  

(continua domani)

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Goliardi famosi: Crapulus (da "69 racconti di goliardia")

Molti mi hanno scritto, contenti della mia iniziativa di mettere ogni tanto sul blog un capitolo del mio libro “69 racconti di goliardia”. Oggi allora metterò il capitolo dedicato al ritratto di un goliardo famoso dei miei tempi, così poco per volta anche chi parla male della goliardia senza averne mai saputo nulla comincerà a farsene almeno una vaga idea. Eccoci dunque al personaggio del giorno. Un dottore in legge che ti dia un biglietto da visita come questo, si presenta da solo. C’è scritto CRAPULUS (vulgo Paolo Benevelli) – Guzzoviliae Summus Magister – Extravitii et crapulae cultor – Amoenitatis peramans – Gavazzator insignis – Gaudibiliarum indefessus ricercator – Bagordorum indagator – Voluptatis degustator atque homo jucundus delectationi natus.

Segue, naturalmente, l’indirizzo. Per chi lo incontra casualmente, è un compìto dirigente INPS, ma per chi ha battuto le piazze goliardiche negli ultimi decenni del secolo scorso è una figura caratteristica, di quelle che difficilmente si dimenticano. Bell’uomo, occhi azzurri, barba ben coltivata, alto, atletico, dinoccolato, con una voce baritonale instancabile, una chitarra a tracolla e la faccia perennemente divertita, questo è Crapulus. Non è mai stato un carismatico, né un trascinatore di folle, ma intorno a lui, alle matricolari, c’è sempre stato capannello a qualsiasi ora del giorno e della notte. Se non faceva niente d’altro, cantava senza sosta. La sua vera vocazione, però, era fare il clown, nel senso classico della parola. Già i Clerici Vagantes della tradizione medioevale erano definiti “joculatores” (una via di mezzo fra il cantastorie, il buffone di corte e il giocoliere). Era un modo come un altro per tirare a campare, che allora come oggi voleva dire mangiare, bere e divertirsi, ma anche mantenersi agli studi, e cioè viaggiare l’intera Europa, da uno “studium” all’altro. E non era un espediente alla portata di tutti. Per riuscire ci voleva cultura, fantasia, abilità e faccia tosta, perchè di mendicanti, mariuoli, imbonitori e saltimbanchi il medioevo brulicava.  E’ bello constatare oggi che questa tradizione è rimasta nel sangue dei goliardi. Il moderno clown è quello che vive la vita come un continuo spettacolo, senza conoscerne in anticipo il copione, ma divertendosi come un matto ad inventarlo lì per lì, adattando la fantasia al momento, alla circostanza, al luogo, e coinvolgendo gli occasionali spettatori nella trama. Alla tradizione circense, diretta erede di quei mimi che dal carro di Tespi in poi hanno costituito il nocciolo più genuino e popolare dello spettacolo viaggiante, va il merito di aver tramandato la figura del clown fino ai giorni nostri, ma essa vive ormai di vita autonoma, nel “living theater” delle strade delle grandi metropoli e delle stazioni delle loro subways, nelle feste goliardiche, nell’animazione dei villaggi turistici, nel cabaret.

Crapulus è questo tipo di clown. Romantico, irruente, candido, sfrontato, instancabile, divertente e divertito. Le sue vicissitudini carrieristiche nella goliardia ufficiale lo hanno visto esordire dalla parte sbagliata. Fu anche antipapa nelle file dello scomunicato Caesar Anagnostata. Quando si rese conto del colossale errore sterzò di 180 gradi e si riavvicinò al Corno giusto, ma non seppe (e non ha mai saputo anche in seguito) prendere definitivamente le distanze da chi, in fondo, gli aveva regalato un quarto d’ora di incenso. E’ per questo che i “vecchi” della sua epoca lo sfottono amichevolmente chiamandolo ancor oggi “Arlecchino servo di due padroni”, né lui si incazza, perchè gli sta bene così. Ha capito che goliardia vuol dire soprattutto saper ridere di se stessi, e d’altronde i suoi galloni goliardici se li è guadagnati sul campo, cioè in strada, con i suoi numeri, e non certo con le piume issate sul berretto o le patacche portate al collo. Dopotutto Arlecchino, re delle maschere, era un furbacchione che, fingendo di servire due padroni, alla fine serviva solo se stesso.

Di lui mi piace ricordare due burle “storiche” e quattro macchiette.

Le due burle furono attuate col sistema del manifesto. Va ricordato che prima dell’avvento di Internet il vecchio, buon manifesto era l’unico dei famigerati “media” che fosse a disposizione, a costi relativamente bassi, di chi voleva fare uno scherzo. Certo, per i goliardi sarebbe stato molto più facile e coinvolgente avere a disposizione un quotidiano, o addirittura la radio o la TV, ma non è mai stato  possibile. Il famoso scherzo dello sbarco dei marziani sulla terra fatto nel 1938 da Orson Welles, per esempio, riuscì appieno perché si giovò di una radio (la TV nell’America degli anni ‘3O non c’era ancora, almeno a livello di massa), così come della TV e della sua ricchezza di mezzi si giovano oggi le trasmissioni come “Scherzi a parte” e le infinite serie di “Candid camera”. Bella forza. Quando leggo dei “pesci d’Aprile” combinati da giornali, radio e TV qua e là nel mondo (la tradizione è più diffusa di quel che si creda) ripeto sempre: facil ciulé con el piciu dur. Invece i goliardi amavano giovarsi del manifesto, la vecchia “grida” di Manzoniana memoria, che si chiamava così proprio perchè, data l’enorme percentuale di analfabeti dell’epoca, veniva non solo affissa, ma anche “gridata” nelle pubbliche piazze dai banditori. Amavano giovarsene perchè non avevano accesso ad altri mass media, e poi perché costava poco. Era un classico. Non contava il numero delle prede: contava l’architettura della burla. E’ la stessa differenza che corre tra la pesca a strascico e quella fatta dallo scoglio con la canna. Nel 1979, dunque, Benevelli si servì, come avevo già fatto io sette anni prima per lo scherzo della riapertura dei casini, di quei manifesti bianchi con lo stemma comunale che il municipio adopera per i suoi decreti. Io avevo annunciato la riapertura sperimentale per una notte delle case di tolleranza, mentre Crapulus notificò l’istituzione di un esilarante “servizio di fecondazione naturale” a disposizione delle donne che potessero dimostrare, con le opportune certificazioni, la “grave insufficienza del proprio partner”. Il tutto sempre esposto imitando perfettamente quel linguaggio burocratico tipico degli editti. Ecco perchè ho parlato di architettura della burla: non basta l’idea. Se il richiamo, l’esca, per umile che sia, non è perfetto la quantità di prede sarà minima. Solo a parità di mezzo scelto e di esecuzione inappuntabile, poi, vale l’idea. Voglio dire che è più facile far accorrere moltitudini di cittadini promettendo una cosa credibile (ad esempio una marmitta catalitica pagata dalla USL, come fecero per il 1° Aprile di qualche anno fa i goliardi bolognesi) che non una cosa totalmente pazzoide come la scopata gratuita, anzi, retribuita, come fece Crapulus. E qui viene il bello: dopo l’annuncio dell’istituzione del servizio di fecondazione naturale, ci volevano gli operatori. Per cui, nella seconda parte del manifesto, figurava il bando di concorso per 😯 posti di fecondatore naturale. I candidati, convocati alla clinica universitaria per i “test psico-attitudinali” e per le “prove pratiche fisico-tecniche” avrebbero visto valutata la durezza dei loro “strumenti” secondo la “nota scala mineralogica di Mohs”. Uno spasso. Ci cascarono in parecchi, ma, come ho detto, ne sarebbe bastato anche solo uno perchè la burla potesse dirsi perfettamente riuscita.

Il secondo manifesto di Benevelli è piuttosto un volantino, uno di quei foglietti multicolori che tutti troviamo ogni tanto attaccati con lo scotch sotto casa, con l’invito a portare dabbasso le nostre cianfrusaglie perchè il tale ente benefico passerà a raccoglierle. Ormai non ci facciamo più caso, anche perchè è arcinoto che  dietro quelle raccolte “a scopo benefico” c’è la mafia degli stracciaroli, che di benefico non ha proprio niente. Ma proprio per questo è bello lo sfottò di Crapulus. Di fronte alle mille improbabili associazioni per la lotta a cancri, tubercolosi, sclerosi multiple e patologie varie, lui ti inventa una poeticissima ed esilarante “Unione Donnacce Pentite”. Deliziosa è la chiusa del volantino in cui, imitando alla perfezione i volantini veri (siamo di nuovo a quel discorso sull’architettura…) c’è il rituale invito a diffidare degli approfittatori. Nel volantino di Crapulus si leggeva: “prima di prestar fede a eventuali donnacce che si presentassero, assicuratevi che siano davvero pentite. Grazie”. Impagabile. Il bello è che lo scherzo fruttò ai goliardi una furgonata di cianfrusaglie che vennero poi davvero date in beneficenza, a dimostrazione del fatto che la gente regala sempre e solo quel che non le serve, indipendentemente dall’ente che lo chiede.

Le macchiette di Benevelli, invece, appartengono alla categoria (che io adoro) del puro clownismo. Col minimo, cioè, di attrezzatura, e il massimo di fantasia. A me bastarono una sedia ed un incrocio trafficato per improvvisare, a Verona, il famoso “centro traghettamento vecchiette”. Con un dizionario ed un tavolino, a Bologna, vendetti insulti e parolacce ai passanti per un intero pomeriggio. A Crapulus fu sufficiente uno di quei contenitori a becco usati per far urinare i malati immobilizzati a letto, e detti in gergo medico “pappagalli”.  Era il periodo di Portobello, una seguitissima trasmissione condotta da Enzo Tortora in cui, all’inizio di ogni puntata, un concorrente tentava di far parlare il pappagallo Portobello, appollaiato sul trespolo: chi ci riusciva vinceva una grossa somma. Va da sé che l’effetto esilarante consisteva nell’assistere ai mille versi, smorfie e moine che i concorrenti sciorinavano (quasi sempre invano) per far parlare il pennuto. Crapulus invece girava col suo pappagallo di plastica in mano, e convinceva con garbo i passanti a tentare di farlo parlare. Il bello è che ci riusciva.

Un’altra volta si trovò fra le mani, al mercato dei robivecchi del Balòn, un marchingegno elettronico grande supergiù come una scatola da scarpe, ma dotato di manopole, pulsanti, quadranti e manometri. Compratolo per pochi soldi, lo usò in parecchie matricolari come “contatore figher” (pron. fàigher). Lo prendeva fra le mani e si avvicinava a gruppi di gente nei quali aveva individuato qualche bella ragazza. Passava “il contatore” su tutte le racchie, finchè, avvicinandolo alla figa della bellona, questo si metteva a ticchettare. Il ticchettìo lo faceva lui schioccando le labbra, ma l’effetto era esilarante.

In un’altra occasione gli bastarono un paio d’occhiali neri ed un bastone bianco per fare il cieco, e girare tutte le edicole chiedendo con assoluta serietà la nuova edizione di Playboy in Braille “quella coi capezzoli delle fotomodelle in rilievo”. Di fronte allo stupore degli edicolanti Crapulus insisteva talmente che più d’uno tra essi si buttò a cercare l’inesistente pubblicazione fra i nuovi arrivi.

Nel ’91, alle matricolari di Padova, superò se stesso. Con un paio di mutande di pizzo nere in mano avvicinava donne di tutte le età raccontando con sussiego di essere ricchissimo e nobile, ma triste perchè follemente innamorato di una fanciulla misteriosa e sconosciuta.  Costei, diceva Crapulus, durante una festa svoltasi la sera prima nella sua sontuosa dimora, si era pazzamente data a lui nel buio, ma era fuggita precipitosamente allo scoccare della mezzanotte, lasciandogli in mano solo le mutandine. Detto ciò, aspirava voluttuosamente l’indumento intimo e repentinamente si inginocchiava a fiutare il ventre delle allibite interlocutrici, insistendo perchè provassero subito lo slip, per vedere se gli apparteneva. “Se ti vanno bene, ti sposerò, e vivremo per sempre felici e contenti!” insisteva con mimica esilarante, piena di particolari osé sulla fanciulla misteriosa e sulle di lei prestazioni erotiche, né si scoraggiava di fronte al diniego della maggior parte delle divertite spettatrici. Alla fine una simpatica ragazza accettò di provare “coram populo” lo slip, e fu portata in trionfo al Pedrocchi.

Questo è Crapulus, ma bisognerebbe ancora ascoltare le sue canzoni e conoscere la sua compagna degli anni ’90, quella passerona folle di Zenzera che prendeva in giro le commesse delle boutiques di lusso fingendosi un’immigrata polacca. E’ bello sapere che esistono ancora tipi così in questo mondo grigio e sempre più avaro di personaggi, e se la descrizione di una pietanza gustosa può far venire l’acquolina in bocca, speriamo che queste poche note vi abbiano fatto venir voglia di incontrare, prima o poi, questa razza di goliardi mattacchioni.


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Le feste delle matricole (da "69 racconti di goliardia")

Ho pensato di proporvi qualche capitolo del mio libro “69 racconti di goliardia”, scritto più di 20 anni fa e purtroppo non più reperibile nelle librerie. Forse qualcuno, leggendo, comincerà a capire qualcosa di goliardia, o almeno a sentirne il profumo. Cominciamo dalle “Feriae matricularum”, quelle feste di piazza che ogni Ordine organizza una volta all’anno, e alle quali partecipano i goliardi di tutte le altre città (alle più importanti, come quelle di Torino, Bologna e Padova, vengono delegazioni anche dall’estero). Le rammento volentieri, le “matricolari”, perchè sono una miniera di ricordi, scherzi, macchiette e “numeri” vari, su cui si potrebbe scrivere un intero libro.

Non si può rendere, ad un giovane d’oggi, l’idea di cosa fossero le matricolari di una città come Padova o Bologna, se non ricorrendo al paragone coi raduni degli alpini. Chi ne ha visto uno, chi ne ha vissuto uno dall’interno, può capire. Naturalmente gli alpini, che ai raduni sono più di centomila, scelgono grandi città per le loro feste, ma vi assicuro che quindicimila goliardi in una città come Padova fanno lo stesso effetto. Arrivando da fuori, cominciavi a trovare capannelli di goliardi questuanti al casello dell’autostrada, quando non già negli autogrill sul percorso di avvicinamento. E poi sempre più fitti, man mano che ti avvicinavi al centro della città, a gruppi, a coppie, da soli, intenti a questuare o a corteggiare le ragazze, oppure seduti in crocchi a cantare, con una chitarra in mezzo ed un fiasco che passava di bocca in bocca. Bisognava metter la feluca in testa o sul cruscotto, per non vedersi lavato il parabrezza ad ogni semaforo: i marocchini non hanno inventato niente. Se arrivavi in treno, era lo stesso alla stazione: i cori rimbombavano, insieme ai richiami, sotto le grandi volte, e le chiazze variopinte di mantelli e piume facevano curioso contrasto col grigiore che di solito caratterizza l’arredamento e i frequentatori dei terminal ferroviari.

L’appuntamento era, ovviamente, all’Università. A Padova questa è situata nel cuore del centro storico, dentro il famoso Palazzo del Bo’, a due passi dal mitico Caffè Pedrocchi. Per farvi capire cosa sia il Pedrocchi per i goliardi patavini (e di tutta Italia), basti dire che tutti i laureati da più di un secolo vanno a brindare lì con la corona d’alloro intorno al collo, non appena divenuti dottori, insieme al codazzo di amici. Il signor Pedrocchi, fondatore dello storico e risorgimentale caffé (oggi di proprietà del Comune di Padova) lasciò scritto nel testamento, come clausola irrifiutabile dagli eredi, che nella cosiddetta “sala verde” (quella che dà su Piazzetta Pedrocchi, verso la Stazione) ci fosse sempre un posto a sedere gratuito per qualunque studente lo chiedesse, con diritto ad un bicchier d’acqua e ad un giornale, e naturalmente con l’esenzione dalla consumazione, obbligatoria nelle altre sale (e in quella stessa per i “filistei”, cioè i non-goliardi).

Molti, ai miei tempi, arrivavano alle “Feriae matricularum” due o tre giorni prima della data fissata, e se ne andavano anche una settimana dopo. Si viveva di ospitalità e di questua, e lo sciame dei postulanti era così fitto che a Bologna dovettero inventare (subito imitati da tutte le altre città) una “bolla di esenzione” che veniva ceduta a caro prezzo ai negozianti. Tale bolla-pizzo avrebbe dovuto in teoria servire, se esposta dietro il vetro della porta, a metterli al riparo da ulteriori richieste da parte di chiunque avesse la feluca in testa. L’esenzione veniva garantita con pesanti interventi della Polizia Goliardica locale, che smutandava e rapava a zero i trasgressori colti sul fatto. E’ curioso notare che la “trovata” bolognese (che assicurava grassi esborsi da parte dei negozianti, ansiosi di non essere infastiditi dal continuo ingresso di postulanti durante i giorni delle feriae) sollevò immediatamente un problema: come garantirsi dai falsari? Infatti vi fu subito chi si fece stampare in qualche tipografia una bolla identica a quella ufficiale e andò a venderla ai negozianti precedendo il giro “vero” degli organizzatori ufficiali. Un bel casino, insomma.

La mattina del primo giorno, ad ogni modo, se si era a Padova ci si trovava tutti nel cortile del Bo’ per ritirare gli “accreditamenti”. L’accreditamento consisteva in un certo numero di buoni-pasto e buoni-letto, che variava secondo la disponibilità dell’Ordine ospitante, e che comunque costituiva un ambito “riconoscimento” per l’Ordine estero che aveva inviato una delegazione. Gli Ordini più importanti (o quelli legati all’Ordine ospitante nel complicato gioco delle alleanze goliardiche) ricevevano un trattamento migliore rispetto agli Ordini “nemici” e a quelli meno influenti o diplomaticamente più sprovveduti. Ad ogni Capo Ordine riconosciuto e alla sua guardia del corpo spettava infine il privilegio di accedere al grande pranzo ufficiale delle delegazioni. Superati questi dettagli burocratici e risolto in qualche modo il problema del vitto e dell’alloggio per tutti, ci si tuffava a corpo morto in quella specie di pirotecnico “living theatre” che era la festa vera e propria.

Essa fungeva da cartina di tornasole per riconoscere i goliardi di razza, distinguendoli dagli sfigati. Gli sfigati, infatti, come suggerisce il loro stesso epiteto, cercavano figa per tutta la durata delle matricolari. Il tragico era che, essendo dei veri sfigati, restavano quasi sempre a carniere vuoto, anche dopo tre giorni di caccia continua ed ossessiva. Però erano contenti lo stesso: almeno avevano potuto pavoneggiarsi davanti agli amici passeggiando su e giù con qualche bella passera sottobraccio. Passera che poi andava in cerca di altri uccelli in altri siti, ma a loro, agli sfigati cronici, andava bene anche così. Gli amici, vedendoli, potevano anche sospettare che magari, dopo… Tenete presente che sto parlando degli anni ’50 e ’60, ben prima del “woman’s lib” e la norma era, per le ragazze, di non darla. Alle matricolari, però, specialmente coi goliardi venuti “dagli esteri” le ragazze del luogo (sovente arrivavano anche dalla provincia, e non tutte erano universitarie) mollavano volentieri i freni inibitori. Questo però non giustificava, a parer mio, che uno trascorresse tutta una matricolare a caccia di figa, dimenticando gli amici, le burle ed ogni altra cosa. 

C’erano anche quelli che fin dall’arrivo si ubriacavano come bestie, e già dalla prima sera ti toccava raccattarli in coma etilico per strada, e portarli all’ospedale per la lavanda gastrica. Nella migliore delle ipotesi questi alcolizzati, anche se non finivano proprio tutte le volte all’ospedale, passavano i tre giorni a barcollare e vomitare, completamente inebetiti, o crollavano addormentati sopra e sotto i tavoli. In ogni caso si perdevano il meglio della festa. Peggio di loro (sempre secondo il mio metro di giudizio) c’erano solo gli inutili fighetti, i cosiddetti  ”goliardi da parata”, quelli che indossavano paramenti sontuosi e ricamati, avevano in capo feluche durissime, pulite e riccamente ornate (il cappello dei veri “goliardi da piazza” è sempre sporco di vino e moscio perché funge da coppa per bere, da cuscino per dormire, da cesto per questuare…), e passeggiavano tutto il tempo su e giù storcendo il naso e trinciando giudizi su questo o quello. Scartate queste categorie, c’erano tutti gli altri. Per fortuna, erano la maggioranza. Ed era davvero una goduria starsene con loro.

L’euforia era contagiosa. A tutti gli angoli c’era chi ti invitava a bere, ogni pochi passi c’era un coro a cui unirsi, una macchietta da guardare. Se poi eri veramente uno “giusto”, non lasciavi passare una matricolare senza fare il tuo numero, diventando così attore e nello stesso tempo spettatore del grande show. A noi si univa la turba dei ragazzi e delle ragazze delle medie superiori, le cui scuole erano state regolarmente “invase” alla mattina (era la famosa “liberatio mediorum” fatta suonando le trombe ed i fischietti, e soffiando nubi di borotalco nelle aule), e si mescolava anche la folla dei cittadini, curiosi e lieti di assistere alle “trovate” degli studenti, di veder sfilare i loro carri, di lasciarsi contagiare dalla loro sfrenata allegria.

Il numero poteva essere improvvisato sul momento (come il mio “centro traghettamento vecchiette” a Verona) o lungamente studiato. Ne ricordo qui uno, che preparai con cura a Torino ed eseguii nel 1972 alle matricolari di Padova (dove vinse il premio come migliore macchietta) e che ripetei poi a generale richiesta, dato il successo, a quelle di Verona. Dunque: mi ero procurato presso la Ditta Genta (primaria impresa torinese di pompe funebri) una serie di fotografie di casse da morto, fingendomi un pittore in cerca di immagini funebri per un collage di ‘arte macabra’. Orgogliosi che avessi interpellato loro, i Genta me ne diedero in quantità, prendendole dai loro vecchi campionari, e mi fornirono anche una chicca: la foto del loro carro a cavalli, l’unico ed ultimo rimasto in attività a quel tempo sotto la Mole. Poi con la stessa scusa mi procurai  due o tre cataloghi di lampade, bronzi, lapidi e vasi funerari da un grossista di Via Catania, vicino al cimitero monumentale. Misi il tutto dentro una 24 ore nera, insieme ad un copia-commissioni e ad un metro da falegname. Per la trasferta, infine, mi vestii completamente di nero, da capo a piedi. Bombetta nera, occhiali neri, guanti neri, stiffelius, pantaloni, calze e scarpe nere.

Il mio aspetto era davvero… inquietante. Sembravo un perfetto jettatore, e il primo mio divertimento era già quello di vedere l’aria leggermente spaventata di chi mi incrociava. A volte coglievo furtivi palpamenti di coglioni, o dita incrociate dietro la schiena, o corna mal celate. Ma il ‘numero’ vero e proprio era questo: mi avvicinavo con calma ai vecchietti che trovavo seduti da soli ai tavolini del Pedrocchi, e chiedevo loro con garbo e distinzione se potevano dedicarmi due minuti. Ottenuta la risposta affermativa, mi sedevo al loro tavolo, aprivo la 24 ore, ne cavavo il metro, lo dispiegavo con sussiego e mi dedicavo a misurare attentamente le loro membra. Mentre prendevo appunti sul notes (“… bacino 70, femore 40… forse va bene la standard…”) le vittime davano già chiari segni d’inquietudine. Ma non appena io, sfilatomi i guanti dito per dito, aprivo il dossier delle bare e ne proponevo l’acquisto con la massima serietà, saltavano in piedi come cavallette, imprecando e toccandosi i coglioni. Va da sé che il gioco riusciva tanto meglio quanto più io mi fingevo stupito dalle loro maledizioni, sostenendo che non c’era nulla di male ad essere preveggenti, e che comprando la bara in anticipo avrebbero sicuramente risparmiato.

Fioccavano le corna e le proteste dei poveretti (“ma va in mona, tì e tò màre!…), però capitava anche che alcuni di loro stessero al gioco, e si fingessero interessati pensando di spiazzarmi. Io invece, che non difettavo certo di parlantina, davo proprio con loro il meglio di me. Descrivevo i vari tipi di casse da morto che la mia ditta produceva: ”…vanno dal modello supereconomico, consistente in quattro maniglie da avvitare direttamente nella salma, una volta sopraggiunto il rigor mortis, fino all’ultimo modello extralusso, con aria condizionata, musica stereo e spostamento overcraft. Cos’è lo spostamento overcraft? Ma è l’ultimo gioiello della tecnologia funebre, signore, direttamente dalla ricerca spaziale! Ha presente il modulo LEM, quello lunare? Ecco, la sua cassa come il LEM sarà dotata di potenti getti d’aria computerizzati che la dirigeranno fino al loculo senza neppure l’intervento dei necrofori”…

Aggiungevo, di fronte al capannello che ogni volta si formava intorno al mio piccolo show: “… e poi, signori miei, chi ha mai detto che una bara debba servire esclusivamente per il trasporto delle salme? Messa in anticamera, ad esempio, può essere un bellissimo portafiori. In ufficio, con apposite serrature, diventa una cassaforte originale e inespugnabile. La mia azienda ha lanciato di recente e con successo anche la bara-garçonnière, a due piazze, con angolo-bar e buco laterale per i voyeurs. C’è persino, per gli sportivi, la bara a vela, con albero maestro telescopico, che vi garantirà indimenticabili week-end sul lago…”.

Alla fine stipulavo il contratto, poniamo, per la bara a vela, tra il plauso dei presenti, e al cliente divertito chiedevo solo qualche migliaio di lire “per le spese telegrafiche, dato che voglio trasmettere il Suo gradito ordine con la massima urgenza, come Ella sicuramente apprezzerà…”. Difficile sottrarsi ad una richiesta tanto fantasiosa e garbata, così io incassavo, davo al “cliente” la copia dell’ordine e passavo alla vittima successiva. In due giorni feci tanti soldi e tante risate da mantenere a champagne l’intera delegazione del Cornus. A Verona ottenni eguale successo nei dehors dei caffè di Piazza Bra, sul “listòn”. Per alcuni lustri non son potuto andare a Padova al Pedrocchi o a Verona al Bar Cavour senza che i camerieri mi riconoscessero e mi salutassero calorosamente come “il venditor de bare”. Con annessa offerta di “ombreta”, naturalmente.

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Poveri ma bulli

Stamane sono rimasto di sale sentendo Francesco Merlo, opinionista di punta della Repubblica, parlare della crisi della scuola a Radio 3 Mondo. In pratica la tesi di questo bel Merlo era che i nostri docenti sono sottopagati rispetto ai loro colleghi europei (nessun riferimento al livello di preparazione e alla produttività di questi ultimi) e che con la “miseria di 1300 euro al mese” (nessun riferimento ai pomeriggi liberi e ai tre mesi di ferie pagate, né alle lezioni private incassate in nero) un povero prof non potrà che vestirsi alla Upim e girare su un’utilitaria, e quindi non c’è da stupirsi se perderà autorità nei confronti degli allievi.

Roba da matti. Capisco che volesse onorare il suo cognome, ma l’illustre penna della Debenedetti&Scalfari’s gang ha praticamente sdoganato l’assioma secondo cui l’unico valore dev’essere il denaro e la sua ostentazione. Secondo lui se vesti firmato e viaggi in Suv sei un prof ganzo e gli allievi ti rispettano, altrimenti sei uno sfigato e loro hanno ragione a cagarti in testa. Capite adesso, se uno come Merlo dice cazzate madornali come queste a Radio 3, come le hostess e i piloti Alitalia si sentano poi autorizzati a lagnarsi dei rispettivi stipendi di 40mila e 250mila euro l’anno? E come i sindacati possano definire impunemente “vergognosa” la paga iniziale (900 euro al mese) degli ausiliari ospedalieri, e “sottopagati” gli infermieri professionali, che esordiscono a 1200 euro?

A furia di dire alla gente che è povera, la gente si sente davvero povera, e s’incazza. Oltretutto si comincia a fare come con il caldo: non si ragiona più con i gradi o con i numeri, ma con la percezione, che è notoriamente soggettiva e influenzabile. Così ci stiamo abituando alla ‘temperatura percepita’ (che è una cazzata biblica, visto che a pari temperatura si vede in giro da sempre gente imbacuccata e gente in maniche di camicia) e adesso alla ‘povertà percepita’ (altra cazzata biblica, ma più pericolosa perché foriera di frustrazioni e rivolte).

Smettiamola di usare i termini “ricchezza” e “povertà” come se rappresentassero valori assoluti e condivisi. Trovarti sull’orlo d’un precipizio può essere angoscioso o esaltante: dipende da che parte arrivi. Se ne eri fuori e stai per caderci, tremi, ma se eri giù e sei appena risalito, godi. Riflettiamoci, quando ci morde la paura del futuro, della crisi economica generale, italiana ed europea (non c’è solo Alitalia nel guano, ricordiamolo), con la torta del lavoro sempre più piccola e insipida da dividere con gente sempre più numerosa e affamata. Quest’orizzonte buio che ci spaventa, è il più radioso dei cieli per chi viene dall’inferno del Sudan o del Bangladesh.

Chiediamoci piuttosto perché soltanto gli immigrati accettano di fare i lavori che noi non vogliamo più fare, come il panettiere, il garzone di stalla, il lavapiatti, la colf o la badante. E non dico lo spazzino, dal momento che è un posto pubblico, e come tale ambitissimo anche da noi italiani, perché significa poter fare un cazzo ed essere illicenziabili. Gli spazzini di tutta Italia lavorano un terzo di quanto pretenderebbero dai loro dipendenti, se mai si mettessero in proprio, i dipendenti Alitalia che in questi giorni starnazzano per Roma.

 

 

 

 

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Cagnette senza osso

Un anonimo frequentatore del blog ha lasciato questo commento al post sull’elezione del nuovo Pontefice Massimo della goliardia torinese: “Ricordi antichi, non da esserne fieri, mi sembrano fatti mediovali, anzi preistorici! Rattristante”. Mi sembra di riconoscerlo (anzi, riconoscerla…) da quel “mediovali”, dall’allergia alla goliardia e dall’intolleranza in genere (tipica dei compagni) che pervade la sua presa di posizione, e dal femminismo che trova “rattristante” l’esibizione burlesca della virilità. Anche se so che costei (o costui, se per caso mi sbaglio) non cambierebbe idea neanche di fronte ad un trattato di sociologia, farò alcune puntualizzazioni, per far emergere quanto il suo commento sia intriso di pregiudizi. 

Primo: ricordi antichi. Qualcuno ha per caso dei ricordi moderni? Oppure va bene quando ricordo il carro a cavalli che portava il ghiaccio, ma non va bene quando ricordo le allegre e irriverenti esagerazioni della mia gioventù goliardica?

Secondo: non da esserne fieri. Sottintende un’aprioristica valutazione negativa dell’ambiente e dell’esperienza goliardici. Scrivo ‘aprioristica’ perché chi si esprime così contro la goliardia di solito non solo non l’ha vissuta, ma non l’ha nemmeno vista. Accetta solo supinamente, su un argomento che non conosce, il giudizio tranchant che le sinistre hanno dato di essa.

Terzo: fatti mediovali, anzi preistorici. A parte l’incultura che ha partorito il termine ‘mediovali’ anch’esso orecchiato (e male udito…), ricordo che le origini della goliardia sono proprio medioevali, e di ciò i goliardi sono fierissimi. Se il seguire e tramandare una tradizione medioevale è un peccato, come mai nessuno trova da ridire sul palio di Siena? E’ una corsa di cavalli montati a pelo (nell’era della Formula Uno!) ed è di origine medioevale, sebbene più tarda di quella della goliardia, eppure viene ripresa dalla Tv, amata e seguita in tutto il mondo. Quanto al ‘preistorici’ (rafforzativo del concetto di ‘sorpassati’) è un argomento debole: se dovessimo abolire i riti di origine preistorica, dovremmo smettere di usare (ritualmente nello sport, realmente nella vita) archi e frecce, giavellotti e pugnali, spade et similia, visto che siamo nell’era della guerra batteriologica, chimica e nucleare!

Quarto: Rattristante. Valutazione del tutto soggettiva che si riferisce (come penso) al rito della ‘coram populo’. Ma quel rito era solo una parodia dei mille riti (serissimi) che nel corso dei millenni esaltarono la virilità (intesa nel senso di ‘potestas coeundi’) come dote positiva e funzionale alla perpetuazione della specie. Tralascio il riferimento ai riti fallici ancora oggi praticati in oriente nei templi colà dedicati al lingam, e taccio di quelli praticati in Europa (dal culto di Priapo nell’antica Roma ai menhir celtici di forma fallica) per non affaticare una lettrice così poco informata. Ma cerchi almeno, costei, di capire la valenza satirica, la vis comica di un papa-burla che si accoppia di fronte a cardinali-burla che fanno il presentat-fav: se anche non sa delle orge rinascimentali e incestuose di Alessandro VI (papa vero), la prenda come una bonaria esortazione ai cardinali veri (e ai preti in genere) perché si dedichino alla figa e lascino stare i ragazzini.

A meno che lo sdegno derivi dalla copula del Pontifex con una puttana. Come cantava De André, le ‘bocche di rosa’ si tirano addosso l’ira funesta delle cagnette a cui sottraggono l’osso. Le donne odiano le puttane perché tolgono loro l’arma del ricatto sessuale nei confronti dei mariti. Tema, questo, antichissimo e nel contempo di stretta attualità: è di questi giorni il dibattito parlamentare sulla prostituzione (proibirla, multarne gli utenti, tollerarla, regolamentarla, tassarla, farla esercitare in casa, in strada, in quartieri a luci rosse…), ma l’argomento è talmente ricorrente che negli ultimi 50 anni (dalla legge Merlin in poi) sono stati presentati più di 80 disegni di legge sul meretricio, perché le “Jeannette” sono sempre esistite. Il loro mestiere, quello sì, è davvero preistorico: è il più antico del mondo. Eppure continua a prosperare, anche in piena epoca di ‘liberazione sessuale della donna’. E’ colpa dei goliardi, cara lettrice-cagnetta timorosa di perder l’osso? 

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Nuntio vobis gaudium magnum: habemus pontificem

Sabato sera, nel ristorante sito all’interno della stazione di partenza della tramvia Sassi-Superga, i goliardi torinesi hanno celebrato il 50° anniversario della chiusura dei casini (ex iniqua lege merlina). Nella notte, poi, il Sacro Concistoro (composto dal Pontefice uscente e dai cardinali) si è riunito in conclave, e verso mezzogiorno di ieri è stato eletto il nuovo Pontefice Massimo del SOTC. Sua Santità per l’anno accademico 2008/2009 è Luca Pautasso, che è asceso al Soglio col nome di Renatus XIV. Il Supremo Ordine del Corno Taurino, in latino Supremus Ordo Taurini Cornus  (SOTC) è l’Ordine goliardico sovrano in Piemonte. Fu fondato nel 1945, e nel suo Statuto si riprese a burla l’ordine gerarchico della Chiesa Cattolica Romana, per cui si crearono le cariche di Cavaliere  (con diritto a portare sulla feluca la piuma di struzzo gialla), di Curiale  (piuma verde), di Vescovo  (piuma viola, necessariamente capo di una Vola di almeno sedici goliardi), di Cardinale  (piuma rossa), di Pontifex  (piuma bianca e feluca bianca con rete d’oro) e infine di Senatore  (piuma nera). Per le donne (allora rare in goliardia) fu creato il coro delle vestali  (piuma azzurra), con a capo la vestale massima, o Vesta  (piuma biancoazzurra).

Fu deciso che il Pontefice dovesse automaticamente decadere ogni autunno, e che i Cardinali si dovessero riunire in Conclave per eleggere il nuovo (o rieleggere il precedente, anche per più anni consecutivi, ma sempre in Conclave, e a voto segreto) prima del 25 novembre, festa delle Caterinette. Al gran ballo delle Caterinette il nuovo Pontefice dal palco benediceva le folle e ne veniva consacrato nella sua prima uscita “ufficiale”. Questo rinnovo annuale della massima carica seguiva la tradizione torinese prebellica e si allineava a città di antica tradizione goliardica come Padova, dove il capo, o Tribuno, era eletto ogni 8 Febbraio. La cadenza annuale ebbe come conseguenza l’ascesa al Soglio di personaggi talvolta poco rappresentativi, frutto magari di compromessi tra i veri “boss” goliardici del momento, ma impedì che si insediassero al vertice dell’Ordine dinastie provenienti dagli stessi gruppi ristretti. Rischio, questo, puntualmente verificatosi in altre città, come Firenze, dove il Gran Priore abdica quando gli pare, e designa lui il suo successore. Ritornando a Torino, il rito del Conclave era divertentissimo, almeno fino agli anni ’60: veniva convocato in luogo segreto, ma non troppo, per lasciare al popolo il piacere di scoprirlo. Era preceduto da un banchetto luculliano, tra fanciulle e canti, dopo il quale i cardinali si ritiravano in una stanza appartata a votare. Il popolo intanto continuava a gozzovigliare in attesa della fumata bianca, che a volte non arrivava fino all’alba, o addirittura al pomeriggio del giorno dopo. 

Non si votava mai seriamente fino alla sessantanovesima votazione, ma tutto era scrupolosamente annotato sul libro dei verbali. Alle prime tornate si sprecavano i voti ‘alla cazzo’ (Brigitte Bardot, Stalin, la maiala di to’ mà…), poi piano piano si delineavano le correnti, le candidature, le ambizioni, le vere forze in campo. Ogni tanto le LL EE (le loro eminenze, cioè i cardinali) si concedevano una pausa, per sgranchirsi, durante la quale il Cardinal Decano dava la “fumata” (appariva, cioè al popolo, per annunciare la fumata nera). Quando, finalmente, la fumata era bianca (era necessaria l’unanimità dei voti), egli dava l’annuncio al popolo gaudente con la formula di rito (“nuntio vobis gaudium magnum: habemus Pontificem, qui nomen sumpsit…”), e tosto si iniziava a fare la colletta per pagare la puttana della “coram populo”. Costei, mandata a prelevare nella notte, si univa carnalmente col nuovo eletto, e l’alcova era il tavolo dell’osteria, coperto dai mantelli goliardici di tutti. Il Pontifex, vestito del suo solo cappello, la possedeva  coram populo (cioè davanti al popolo)  fra urla di giubilo, mentre i Cardinali, strettamente obbligati al “presentat-arm” (a fare cerchio, cioè, con l’uccello in mano), ritmavano in coro la prestazione del Capo: “banda, banda come un mulo falle tremare … eccetera”.

Il primo ad introdurre questo rito fu Gino Grignolio, Pontifex del 1957/58, che fece la sua ‘coram populo’  sul biliardo del Caffè Università, in Via Po. La fallofora si chiamava Jeannette. Per questo exploit Gino scelse di adottare ufficialmente, dopo il nome “Johannes III”, il soprannome  “Fornicator”. Ancora oggi, alla sua pagina, nel Sacro Libro del Senato spicca sul fondo giallo del suo stemma un verde tavolo da bigliardo sormontato da una stecca e due palle.

 


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Morsi parafulmine

Ho notato più volte che i cani delle ville in collina (compresi i miei due) aspettano la domenica con grande piacere, e quando arriva si svegliano più presto del solito. E’ il loro giorno di rissa simbolica. Perché nel chiuso dei loro giardini i cani si annoiano, in genere, e il passatempo a loro più gradito consiste nell’abbaiare alle creature che passano in strada, siano essi uomini o cani, ma soprattutto cani. Sono risse rituali, nel corso delle quali i custodi a quattro zampe delle ville esercitano rumorosamente questa loro funzione, quasi gioiosamente, avvisando il passante che quella è casa loro. E’ come se nel loro linguaggio canino dicessero: “Come osi passare qui davanti, straniero? Questo è territorio mio, guai a te se entri, fila via, se non ci fosse questo cancello uscirei fuori a darti una bella lezione”. E probabilmente ci aggiungono anche qualche insulto: “vattene via, pezzo di merda” perché fra i cani che passano alcuni sfilano indifferenti, ma altri accettano la provocazione e si avvicinano alle sbarre del cancello abbaiando con altrettanta foga: “pezzo di merda a chi, esci fuori, stronzo, che ti faccio vedere io…”

Tutto questo li distrae dalla monotonia del tran tran quotidiano, e li diverte da matti. E siccome molti abitanti della collina approfittano della domenica per fare un po’ di jogging, o anche solo una passeggiata col cane che per tutta la settimana hanno lasciato chiuso in giardino, queste “risse da cancello” sono molto più frequenti. Se il cane fuori si avvicina i cani dentro si eccitano fino al parossismo, alzano il pelo sul dorso, mostrano i denti, abbaiano più forte e girano istericamente su se stessi. Quando lo sfogo vocale e mimico non basta più, si danno piccoli morsi fra loro, come quando noi umani battiamo forte il pugno sul tavolo, o rompiamo piatti ed altri oggetti fragili per terra, per diminuire la pressione di un’aggressività che altrimenti rischierebbe di farci alzar le mani su chi ci sta provocando.

Ho pensato a tutto questo quando ho letto la frase di Aldous Huxley: «Una delle funzioni principali di un vero amico consiste nel subire da noi, in forma più dolce e più simbolica, le punizioni che desidereremmo, ma non possiamo infliggere ai nemici». Ma non ho pensato solo ai cani.  Mi sono venute in mente le frequenti scaramucce fra vecchi coniugi, le parole dure che essi si rivolgono a vicenda, nell’intimità di casa, quando hanno i nervi tesi, gli sfoghi esagerati per contrarietà di poco conto, i gesti bruschi (ma ti sei alzato con la luna storta, che mi tratti così?) ai quali segue sempre, quando l’affiatamento e la complicità sono collaudati, una “riappacificazione” rapida e priva di strascichi, riti e spiegazioni. Entrambi erano consapevoli, infliggendo o subendo quei “morsi”, della loro ritualità. Ciò che permette ai membri di un’anziana coppia di assumere di volta in volta la funzione di saetta o di parafulmine, per scaricare la propria tensione o quella del partner, è una bella forma d’amore. Un segno di affiatamento, dolce come gli abbracci improvvisi o le carezze inaspettate davanti alla Tv.

 

 

 

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