Archivi del mese: giugno 2008

La via di mezzo

Pare che in Francia crescano i problemi con gli immigrati islamici, anche di seconda e terza generazione. S’era già capito nel 2005 con le rivolte giovanili delle banlieues parigine, anche se molti allora si ostinarono a considerare quei disordini non come endemici, ma come atipici e del tutto eccezionali. Possibile – dicevano – che la fusione fallisca proprio in Francia, ex-potenza coloniale storicamente filoaraba, nazione-laboratorio all’avanguardia nell’integrazione con gli immigrati islamici? Possibile. Sta fallendo anche il nuovo modello di assimilazione (pugno di ferro per chi sgarra, ma aiuti concreti per chi fila dritto) varato da Sarkozy dopo gli incendi delle banlieues.

La via di mezzo fra l’ostracismo sprezzante ‘alla Fallaci’ e il «favorite» incondizionato (perché interessato…) di preti bianchi e rossi esisterebbe, in teoria, ma è destinata a scarso successo: le ultime generazioni d’immigrati islamici hanno rotto con le culture d’origine, ma non intendono assimilare quelle d’accoglienza. L’emarginazione economica, la mancanza d’istruzione, l’immaturità psicologica e soprattutto l’orgoglioso rifiuto di riconoscere ogni torto spinge questi giovani ad enfatizzare un vago e futuribile ‘riscatto islamico’ che a loro sembra cassaforte di valori, ma è solo paravento di timori e debolezze.

Il guaio è che queste derive identitarie tendono a farsi mondi clandestini (con regole proprie, spesso in contrasto con quelle del mondo reale) che provocano nelle società di approdo analoghe reazioni identitarie di segno opposto, a volte anche dure come quelle di Le Pen in Francia, di Haider in Austria o di Borghezio in Italia. L’integrazione diventa più difficile man mano che le culture da assimilare (islamica, balcanica, Rom, asiatica…) si fanno più numerose ed arroganti.

Un conto, infatti, è riuscire ad apprezzare il couscous o la musica tzigana, un altro è dover subire il fanatismo religioso di certi invasori o la delinquenza brutale di certi altri. Il saggista islamico Fouad Allam dice che è nostro dovere integrare chiunque arriva, perché l’immigrazione è un contratto, è il momento in cui due popoli, strada facendo, s’incontrano. Solo che noi, quando gli altri sono arrivati, non eravamo mica per strada. Eravamo tranquilli in casa nostra.

Stare dove siamo nati, cresciuti, e dove sono vissuti i nostri antenati da secoli, darà pure qualche diritto, no? Se non altro, quello di poter vivere secondo le regole, le abitudini e le tradizioni nostre. Se uno entra (non invitato, per giunta) in casa d’altri, dovrebbe comportarsi in modo non dico servile ed ossequioso, ma almeno cauto e rispettoso. E in ogni caso dovrebbe fare lui lo sforzo di adattarsi alle regole di chi lo accoglie. Non viceversa.

 

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Vol à la portière

Sembra il nome di un antipasto, invece è quello che i francesi hanno dato ai furti fatti al volo, ai semafori, da motociclisti che ti spalancano la portiera e arraffano quel che hai sul sedile. Ne fanno centinaia, a Nizza, e quasi sempre a macchine italiane. La Gendarmerie fa spallucce, e il gioco continua, ma gli italiani, specie i piemontesi, continuano ad andarci. Perché la Côte d’azur è vicina – mezz’ora d’auto in più della Riviera – e fa spatusso. Vuoi mettere l’effetto di poter dire «Sabato ho fatto un salto in Costa Azzurra» a fronte di un banale «Sabato sono andato a Ospedaletti»?

Noi bogianen l’abbiamo nel sangue il complesso gallico, anche se i Savoia esordirono da francesi, con terre ubicate esclusivamente al di là delle alpi, e solo dal 1040 ne ebbero anche al di qua (Torino, Susa, Ivrea) portate in dote al Principe Oddone dalla contessa Adelaide di Torino. Forse fu qui che iniziò quella tipica inclinazione sabauda alla politica del talamo (e anche dell’alcova, come dimostrano i casi della Contessa di Castiglione che concedeva le sue grazie a Napoleone III e di Costantino Nigra che provvedeva in contemporanea a consolare l’imperatrice Eugenia delle corna). I nostri duchi, insomma, erano francesi per metà, e l’altra metà cercavano d’infilarla nei letti regali di Parigi, onde ammansire il bellicoso vicino che ogni tanto ci invadeva. Qualche soddisfazione ce la siamo anche presa contro i cugini (l’Assietta, l’assedio del 1706…), ma li abbiamo sempre patiti. Nizza, tanto per dire, era nostra, e i duchi l’hanno venduta (con la Savoia) a Napoleone III per pagarsi la corona da re d’Italia. E noi, da bravi sudditi, cosa facciamo? Glie la stiamo ricomprando, vistamare dopo vistamare. Magari a Mentone, a pochi passi dalla frontiera e a chilometri dal centro; casermoni di 12 piani davanti ai quali la Falchera sembra disegnata da Le Corbusier.

Dice: ma costan poco. D’accordo, ma come sono costruiti? Pareti o di cartongesso di 6 cm., che se il vicino scoreggia vibrano, o di mattoni più duri del cemento, che gli devi dire prima dove vuoi bucare per i pensili, così ti mettono una fila morbida, se no ci vuole la lancia termica. Ascensori con la porta più stretta di una lavatrice e scale a chiocciola dove stenti a passare con la valigia, così se compri un sofà ti tocca chiamar l’impresa dei traslochi con la piattaforma, e il trasporto costa il doppio del divano.

Dice ancora: ma almeno sto sicuro, non c’è la delinquenza di qui. Vero. Non si abbassa a volgarità come pistole o siringhe. Agili, un attimo, al semaforo, zac! Vuoi mettere la classe? E poi, il nome! Un conto è belare «mi hanno scippata a Loano» e un altro dire «ero in Costa, e mi han fatto un vol à la portière».

 

 

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Abbiamo una questione da porci

In Germania ha fatto scalpore il libro “Basta con il divertimento”, di JudithMair. L’autrice non è un’acida zitella, ma una bella quasi-quarantenne che ha tirato su dal nulla una florida azienda pubblicitaria, a Colonia. L’ha aperta nel 1990, quando furoreggiava in occidente (specialmente nel settore pubblicitario) il cosiddetto “caos creativo”, con risultati spesso disastrosi. La Mair invece ha constatato, man mano che la sua agenzia ‘cresceva’, che sul lavoro disciplina e impegno sono molto più efficaci dell’intelligenza emotiva e dello spirito di squadra. Ragion per cui ha adottato, per evitare distrazioni ai dipendenti, alcuni provvedimenti che rapportati allo sbracamento attuale degli ambienti di lavoro appaiono quasi ‘rétro’: obbligatori l’uniforme e il “lei” per tutti, vietate le chiacchiere private fra colleghi e le telefonate personali. In un’intervista a Der Spiegel la Mair ha detto senza mezzi termini che nelle aziende lo spirito di squadra vuol dire quasi sempre “il mio lavoro lo farà qualcun altro”, che le amicizie sul lavoro significano solo essere interrotti di continuo dalle chiacchiere di un collega, e che il lavoro-divertimento è una bufala. Però – ha aggiunto – anche quello che non diverte può essere un buon lavoro. 

In pratica nell’agenzia di fraulein Mair si rusca come in Giappone, dove tutti al mattino cantano sull’attenti l’inno aziendale e quando scioperano lavorano lo stesso, ma si mettono una fascia colorata al braccio per far capire al mondo che stanno scioperando. Sono felici, così, i musi gialli? Pare proprio di no, tanto che lo stress da lavoro e la paura per la crescente disoccupazione e l’incerto futuro li ha spinti verso la depressione, con percentuali sempre crescenti di suicidi.

Per cercare di evadere da queste angosce i figli del sol levante sono riusciti ad inventare nientemeno che il maiale-bonsai. E’ un piccolo porcello da appartamento, che da adulto pesa solo 30 Kg. e sul piano affettivo si colloca fra il gatto, troppo indipendente, e il cane, troppo schiavo. L’Ansa non specifica come si colloca sul piano olfattivo, ma in ogni caso il miniporco da salotto è sempre meglio del Tamagochi, il terribile pulcino elettronico (altra invenzione demenziale dei giapu) che deve essere nutrito e curato ogni due ore se no ‘muore’ virtualmente, cioè si spegne e non si riaccende più. Chi ha ragione? La fraulein autoritaria e i giapponesi aziendal-patriottici o i felici ‘fannulloni’ insidiati dal ministro Brunetta? Sull’argomento si può discutere per mesi, quindi mi limito a suggerirlo come spunto di riflessione. Permettetemi solo una battuta: se i maiali-bonsai venissero introdotti con successo anche in Italia, non ci sarebbe più il problema degli animali domestici abbandonati sotto le ferie. Basterebbe portarli a Rovagnati.

 

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Chiedo scusa agli autonomi

Ha proprio ragione quel proverbio che dice: “Prima di parlare pensaci due volte, e poi taci”. E’ inutile premettere “magari mi sbaglio, ma una mezza idea ce l’avrei “quando si parte con una supposta (una bassa insinuazione). Bisognerebbe stare zitti e parlare solo quando si è ben sicuri. Stanotte la palina è stata ripulita per la terza volta consecutiva, ma gli autonomi non c’entrano: è un altro matto “non pericoloso”, di quelli che la legge Basaglia lascia in giro a fare danni. Un ragazzo di circa vent’anni, tarchiato, capelli cortissimi, ben vestito, ma decisamente fuori di melone. Abita da quelle parti, e tutti lo conoscono, perché gira farneticando, ha l’ossessione della pulizia, e se gli dici qualcosa ti manda affanculo e poi scappa come una lepre. L’ha cuccato ieri sera alle 23,30 il padrone della villetta che c’è a destra della palina, salendo. Faceva caldo, era in giardino al buio a prendere un po’ d’aria, e ha sentito rumore di vetri rotti provenire dalla palina. Si è sporto a guardare oltre la siepe, e lo ha visto mentre rancava via tutto, bestemmiando contro il fil di ferro che legava insieme rami, vasi e fiori. Appena gli ha detto: “Ehi! Cosa fai?” lui ha risposto come sempre vaffanculo, faccia di merda, fatti i cazzi tuoi, ed è fuggito a gambe levate. Tempo di uscire dal cancello ed era già a cento metri (bisognerebbe segnalarlo alla Fidal).

Comunque Askatasuna o altri centri sociali non c’entrano. E chiedo loro scusa per averli sospettati di un gesto che effettivamente nessuna persona sana di mente farebbe. Gli autonomi potrebbero aspettarmi e picchiarmi per ragioni politiche, questo sì, ma è un’altra questione. Menar le mani (o i manganelli, o le chiavi inglesi, o le spranghe) per motivi ideologici o religiosi è una cosa che io non ho mai fatto e non farei, ma è sempre stato fatto in saecula saeculorum, da tutte le parti politiche, persino dal clero, e capisco che ci sia gente che continua a farlo sentendosi nel giusto, senza per quello essere matta. Acquattarsi per strappare i fiori da un posto dove è morta una ragazza, invece, è tutta un’altra cosa: è un gesto che appartiene solo ai matti, e gli autonomi non lo sono. Hanno le loro idee, discutibili fin che vogliamo, e il loro ‘modus operandi’ ancora più discutibile, ma non sono né matti né iene.

Bon. Gli chiedo scusa e volto pagina. Intercettare questo qua sarà difficile, ci vorrebbe Mennea. E poi lo rifarebbe. Una volta – mi hanno raccontato – è entrato nel giardino della villetta di cui sopra, e si è messo a strappar via l’edera da un albero. Appena gli hanno chiesto ragione di quanto faceva, ha lanciato i soliti insulti ed è scappato. Ad una signora ha buttato per terra tutti i vasi che aveva sul davanzale, in sua presenza, perché “stavano male”. Ad un’altra ha posato un vecchio water davanti all’uscio… Cammina avanti e indietro per il quartiere, parlando ad alta voce da solo… è chiaramente malato… cosa vuoi fargli? L’unica cosa strana (sempre che abbia senso usare questo termine parlando di un garula) è che la palina fiorita l’avrà vista mille volte, in tre anni. Cosa gli è preso, stavolta? Sarà il caldo improvviso?

Bàh… Per adesso mi limiterò a rimettere i fiori, con vasi di fortuna (bottiglie di plastica tagliate). Tanto lui li butta sempre oltre la siepe, non li porta mica via, e io li recupero. Per un po’ la palina non sarà più bella come sempre, ma Titti capirà. Magari prima o poi lui si stufa del gava-buta-gava-buta e la pianta. In fondo ha solo pochi anni più di Titti, e penso che suo padre sia condannato ad una sofferenza persino peggiore della mia, che almeno mi sono goduto per sedici anni una figlia bella, sana e intelligente, mentre lui vive perennemente nel terrore che il suo ragazzo si metta nei guai, che magari finisca accoltellato da qualche tamarro che non tollera gli insulti e corre più forte di lui, o che ne faccia una più grossa delle altre e finisca in galera… Poveraccio. Mi fa pena. Siamo due padri nella stessa situazione: soffriamo per due figli che vivono in un mondo diverso.

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Chi ha devastato la palina?

Stasera ho trovato la palina ripulita. Mi era già successo ieri pomeriggio, ma pensavo che fossero dei banali ladri di fiori. A dire il vero mi aveva stupito che avessero portato via fiori di scarpata come quelli che metto io (chiunque può raccoglierli a bracciate lungo le strade fuori città) e anche le spighe di grano, ma nei cimiteri portano via di tutto, e me n’ero fatto una ragione. Anzi, ne avevo approfittato per riadornare la palina e farla ancora più bella. Tanto avevo girato per la collina tutta la domenica pomeriggio, prima della partita dell’Italia, e di fiori da mettere ne avevo la macchina piena. Ma oggi l’hanno fatto di nuovo, e stavolta hanno rancato via tutto: i vasi di vetro, il vecchio ramo di ciliegio selvatico, i vasi di plastica, la pannocchia di mais, tutto. E non è stato il tizio di due anni fa, quello che aveva devastato fiori e foto di Maria Claudia venti volte, nel 2006. Sono sicuro. Quello lì ormai è ‘guarito’. A ottobre del 2006 mi ero appostato in un luogo particolare, e finalmente, dopo mesi, l’avevo cuccato. E’ un anziano signore a cui manca qualche giovedì, ma tutto sommato è innocuo: la sera della cattura gli ho fatto un bel sermone e l’ho lasciato andare, e da allora non ha toccato mai più nulla. Anzi, siamo quasi diventati amici, nel senso che lui passa ancora alla palina nei suoi vagabondaggi senza meta, e se mi trova mi saluta, a volte scambiamo persino due parole. Lui, saputo che facevo il giornalista su Torino Cronaca, è diventato un mio lettore fedele. Mi leggeva ogni giorno finché ci ho scritto, e quando ci incontravamo commentava i miei pezzi.

No, stavolta non è stato lui, sono sicuro. Oltretutto lui era ossessionato dal sorriso di Titti, e strappava sempre la foto, o la copriva di vernice spray, dopo aver tolto i fiori. Era la sua ‘firma’. Chi li ha tolti stavolta, invece, ha lasciato le foto intatte. Una mezza idea di chi possa essere mi è balenata, perché ‘per combinazione’ i due raid consecutivi corrispondono alla pubblicazione su questo Blog del Post “I bravacci intoccabili’, che parla del centro sociale Askatasuna. Magari mi sbaglio, però da quella parte sono arrivate molte minacce, quando scrivevo ancora sul giornale, e anche dopo.

«la libertà è sempre libertà di dissentire…le sue parole cercano vanamente di spiegare una realtà ke nn conoscono… a suo parere noi saremmo antidemocratici in quanto impediremmo a una carogna quale ferrara di parlare… preferisco questa “democrazia” a quella di ferrara ke vorrebbe impedire alle donne di esercitare un diritto naturale quale l’aborto… inoltre lei fa una confusione totale tra autonomi anarkici squatters… forse nn le è nota la distinzione… o più probabilmente nn ci tiene manco a saperla…le interessa solo di difendere la dittatura democratica ke le è tanto cara…» (commento di daniacab@hotmail.it  al mio Post del 3 aprile scorso sugli autonomi che a Bologna hanno impedito a Ferrara di parlare)

«il 25 aprile non morirà mai… perchè non bisogna dimenticare il sacrificio degli eroi partigiani per liberare l’italia… se oggi siete liberi di scrivere queste cazzate è anke per merito dei partigiani ke tanto vi divertite a mettere in discussione… vergogna» (Commento anonimo al Post “ariècchice cor bellaciao” del 24 aprile scorso)

«Tolleranza zero ke provocherà vittime? Ma ke cazzo stai dicendo? Nazista!» (Commento anonimo al Post “Se a Napoli ci scappa il morto” del 23 maggio scorso)

Mi sono arrivati anche degli sms (più preoccupanti, questi, perché il mio numero di cellulare non è scritto da nessuna parte) con insulti, frasi minacciose  (“attento che ti curiamo”), e sempre quando scrivo contro gli autonomi. Dopo la lettera esplosiva a Fossati, le scritte intimidatorie sul muro del palazzo del giornale e il raid con spargimento di letame in redazione, la Digos ha vietato addirittura la sosta sotto le finestre della sede (che è al piano rialzato) per il pericolo di auto-bomba. Hanno messo persino i panettoni di cemento, casomai qualcuno volesse ignorare il divieto. Poi è stata assegnata al direttore, a Miola (il caporedattore, oggi a Milano) e a me una ‘sorveglianza quattro’, che sarebbe l’ultimo livello prima della scorta (così mi ha spiegato la pattuglia di carabinieri che per un anno è venuta ogni sera a bussare ai miei vetri). Se si preoccupano così – mi sono detto – è perché avranno saputo da qualche infiltrato o da qualche intercettazione che gli autonomi hanno progetti davvero inquietanti su ‘quei vermi di Torino Cronaca’.

A proposito di Torino Cronaca, a volte mi chiedo perché sia capitato lo scazzo con Fossati che ha portato al mio licenziamento. In fondo il ‘casus belli’ (la correzione di alcuni miei ‘incazzato, in altrettanti ‘incavolato’) non era tale da meritare una mia così vibrante protesta. Il direttore mi aveva fatto ben di peggio, in altre occasioni, e io avevo lasciato correre. Ma il destino ha voluto che quel giorno lì avessimo tutti e due i nervi a fior di pelle, ed è bastata una scintilla da nulla per far esplodere la lite. Perché? Chi l’ha voluto? Dopo la morte di mia figlia mi sono posto troppe volte questa domanda, per non avere un concetto del destino piuttosto ‘border line’. Ho la sensazione che per certi avvenimenti esistano dei perché misteriosi, delle coincidenze che fanno pensare a interventi superiori, a volontà provenienti da altri mondi. Ho capito che dietro un evento apparentemente negativo, dietro un male che non capisci spesso è nascosto un bene che capisci più tardi. Non potrai mai dimostrarlo, ma resta un’ipotesi fortemente plausibile.

Bene: l’ipotesi plausibile che potrebbe star dietro il mio scontro con Fossati è che l’abbia voluto qualcuno che mi protegge dal cielo, per evitarmi pestaggi o guai peggiori da parte degli autonomi, che mi hanno nel mirino. Se è così, però, questo qualcuno dovrebbe impedirmi anche di scrivere sul blog, perché quelli lo leggono, come dimostrano i commenti sopra citati. E in ogni caso è sempre stato difficile imbavagliarmi. Figurte adess ch’i son vèj e strach. Sprangato dai rossi lo sono già stato, nel 1968, e sono finito all’ospedale per un mese. Volessero anche spararmi, oggi, mi farebbero un piacere. Gli chiederei soltanto, visto che a quanto pare conoscono il luogo, di farlo alla palina, magari mentre prego o bagno i fiori. Sarebbe il posto più facile, per loro. Tre vie di fuga differenti, nessuna telecamera, rarissimi i pedoni, frettolose le auto… Io ci vado ogni giorno, anche se non ad ore fisse, e non mi spiacerebbe congedarmi da questo mondo nello stesso esatto luogo dove s’è congedata Titti. Se a lorsignori dà fastidio la mia imprevedibilità d’orari, mi contattino: ci si può mettere d’accordo. 

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Signori, si scende

Finalmente il caldo, anche qui al nord. Ed è subito estate. In leggero ritardo come le belle donne, ma trionfante di odori, d’insetti e di sudori, corredata dal canto dei grilli e dalle regolari imprecazioni per l’afa da parte degli stessi insoddisfatti cronici che fino a pochi giorni fa imprecavano per la pioggia ed il freddo. Sono le notti più corte dell’anno, queste. Le belle notti quando alzi il capo e il primo albore ti sorprende col bicchiere in mano e la discussione a metà “òstia, ragazzi, abbiamo fatto l’alba”. Quelle in cui per chi legge o per chi giace insonne senza poter vedere fuori, giunge dai rami viciniori l’annuncio dell’alba dato dal pigolare degli uccellini, che insieme al rumore dei primi bus usciti dal deposito sostituisce per noi cittadini i perduti chicchirichì e l’ormai vietato din don dei campanili.

Estate. Sonno intermittente per impraticabilità di letto. Frescura inseguita per viali e per giardini, o sul terrazzo chi ce l’ha, se no va bene anche il balcone, e persino il gioco sapiente della corrente d’aria fra le finestre spalancate. Malinconia sottile nel pensare che d’ora in poi le giornate saranno sempre un po’ più corte… e sembra proprio d’aver svoltato un angolo, di essere già in marcia sul rettilineo opposto, in fondo al quale sta quell’inverno che ripaga del calore, a immaginarlo, ma fa sentire più vecchi. Il solstizio d’estate ha in sè la gioia e la malinconia delle date/capoverso, come i compleanni, adorati dai bambini, festeggiati dai giovani, tollerati dai maturi, odiati dai vecchi.

Cominciano, almeno, i piacevoli riti del mangiare all’aperto e del poter fumare senza doversi alzare da tavola. Rientra in servizio la barbecue. “Il” o “la” barbecue? Il dizionario dice “il” perché è un termine inglese derivato dallo spagnolo “barbacoa”, a sua volta importato dai Caraibi. Ecco, vedi: uno apre il vocabolario e in un amen ha già fatto un viaggio di ventimila leghe: il vocabolario è l’internet di chi è refrattario al computer. Forse va bene l’articolo femminile “la” per indicare la mangiata, il rito culinario, e quello maschile “il” per indicare l’arnese vero e proprio (fornello o camino che sia) dove si fa la brace. Volendo, si può usare l’ottimo termine italiano “grigliata”, femminile. Rigidamente maschile invece, per accettata tradizione americana, è il ruolo dell’officiante del rito sull’altare fumante, tanto che spesso egli si barda con grembiuli quasi sacerdotali, buffi a vedersi.

E’ un punto d’onore, per il padron di casa, cucinare personalmente la grigliata. E gli altri maschi, solidali, ti stanno tutti intorno a suggerire e commentare (“…ma come, la brace per il pesce non la fai col legno d’ulivo? Peccato! L’ulivo è la pira ideale per i defunti di mare come lo è il corbezzolo per quelli di terra…”) e tu non sai se parla sul serio, caso nel quale ti vien voglia di mandarlo in mona, o se ti prende solo in giro, e allora va bene perché fa allegria. “Attento alla salsiccia, che cuoce prima… gira quella costina… bagna, che secca tutto… soffia, che la brace muore… abbassa la griglia… no, il sale dopo…” e alla fine il risultato di tanto affannarsi è spesso una gran vassoiata di carni quasi carbonizzate.

E’ a quel punto che la padrona di casa, subdola, celebra il suo trionfo. Zitta zitta va in cucina ed estrae dal forno i polli arrosto belli caldi, appena comperati di nascosto al Pam. La grande abboffata è salva. Applausi.

 

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I bravacci intoccabili

Pochi sanno che l’Italia ha un altro titolo mondiale oltre a quello del calcio: con più del 25% della popolazione oltre i 65 anni, è la nazione più “vecchia” della terra (anche se gli altri paesi europei non si scostano poi molto da noi, tutti intorno al 25%). E le proiezioni demografiche, come ho già scritto, prevedono che gli over 65 fra 40 anni saranno più della metà della popolazione. Sarà un bel casino, visto che la concorrenza asiatica (soprattutto cinese e indiana) sta mettendo in pericolo già oggi i nostri livelli di welfare. Non so se i nostri nipoti potranno permettersi nel 2050 di pagare la pensione e l’assistenza medica a tutti quegli arzilli vecchietti.

Dico arzilli perché l’anziano moderno sempre più di frequente è uno che si cura, fa del moto, si nutre correttamente e conduce una vita di relazione attiva e gratificante. E’ diventato una risorsa, il nonnetto, non un peso. Oltre a possedere conoscenze pratiche, segreti professionali, furbizie di mestiere, capacità culinarie ormai rare e una manualità in via di estinzione, l’anziano d’oggi è rimasto l’ultimo ad onorare i tre valori (Dio, Patria e Famiglia) che i compagni irridono e i giovani snobbano. Altrove tutto ciò gli viene riconosciuto, a Torino molto meno.

Qui la realtà dei vecchi costretti a giocare a carte sulle panchine, sui gradini della chiesa, o addirittura sui marciapiedi (come succede in Vanchiglia) è scandalosa. E lo diventa ancor di più quando il locale per loro ci sarebbe (è proprio lì, sopra il marciapiede dove i nonni giocano a carte), ma è ‘okkupato’ dagli squatters di Askatasuna. Che sono intoccabili. Questi ‘autonomi’, che amano le bravate da bulli di periferia come picchiare gli studenti  di destra a Palazzo Nuovo, impedire loro di dare esami, mandare lettere esplosive ai giornali, lordare i muri con minacce di morte, spargere letame nelle redazioni, eccetera, sono le truppe d’assalto (in Francia li chiamano i “casseurs”, gli spaccatori) che servono alla sinistra per fare i lavori sporchi (rompere, incendiare, sprangare) nei cortei e nelle adunate di piazza che essa tanto ama.

Gli autonomi fanno quello che facevano nei primi anni ’20 le squadracce fasciste, con la differenza che quelli portavano la camicia nera e manganellavano a viso aperto, mentre questi sprangano a viso coperto e vestono ‘casual’ per potersela filare confondendosi nella folla. Durante il ventennio il Partito Fascista teneva la sua milizia in uniforme, immatricolata e registrata in regolari caserme. Oggi il partito comunista mantiene i suoi scherani in modo anonimo, accasermati in stabili occupati abusivamente e chiamati ipocritamente “centri sociali”, e li convoca quando serve riservando loro, in cambio, privilegi assurdi. Affitto e utenze gratis, niente tasse sulle attività ricreative, teatrali, sui servizi interni (ma aperti al pubblico esterno) di mescita e ristorazione, niente Siae sui concerti, niente contributi Inps e Inail per chi vi lavora, niente controlli Usl su sicurezza e igiene, occhio benevolo su spinelli e altre droghe, nessuna registrazione per chi ci passa la notte… insomma, anarchia totale.

Certo, Chiamparino non ha la responsabilità diretta, storica e personale, di questa situazione, che tra l’altro è ormai estesa a tutta l’Italia (anzi, il sindaco di Torino si è trovato in mano la patata bollente, ereditandola da un clima politico alla anni ’70 e ’80 che per fortuna sta mutando), però una spintarella a questa mutazione potrebbe darla. Magari smettendo di pagare (come fa ora, e coi soldi nostri) le bollette a questi centri sociali. Magari anche facendosi pagare la tassa sui rifiuti. Ora che la sinistra ufficiale è divisa, giù di morale e piena di problemi  dopo l’ultima batosta elettorale, e la sinistra più estrema è addirittura sparita dal Parlamento, potrebbe essere l’occasione giusta.   Continua a leggere

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