La preghiera come arma

Una lettrice così commenta il post di ieri: «non daremmo una piccola mano, un ditino, giusto la punta del mignolo, a questa storia infinita di presunti e reali ragioni e torti, diritti, affronti, soprusi, spietatezze, se anziché dire “col culo per aria” dicessimo semplicemente – per esempio – “prostrati”?». Magari daremmo una mano – le rispondo – ma sbaglieremmo. Siamo a casa nostra, noi. Non finirò mai di ripeterlo, questo, specie con gente che non si sogna di riconoscere il diritto di reciprocità. Cosa avrebbero detto i maomettani di Gerusalemme se i cristiani di laggiù (che sono molto più numerosi, in proporzione alla popolazione, degli islamici a Milano) fossero andati in processione canora con turiboli, croci, statue di santi ed immagini sacre, intorno alla moschea di Al Aqsa? Gli islamici di qui s’incazzano a vedere un crocifisso in classe, e noi non possiamo incazzarci a vederli mostrare il culo alla Madunina?

Non c’entra il diritto di preghiera. Possono pregare quanto vogliono, nel chiuso delle loro case e delle moschee. Ma sono loro che han violato per primi la sacralità della preghiera ostentandola, trasformandola in vessillo, in provocazione, in arma impropria. Questa storia mi ricorda (serbatis distantiis) un caso goliardico che mi vide protagonista decisivo a Salerno nel 1971, l’anno in cui assaltai l’incrociatore americano. Premessa: in goliardia l’inno “Gaudeamus igitur” è considerato sacro come l’inno nazionale in Usa. Da ascoltare in piedi e con la mano sul cuore, a capo scoperto. I goliardi si tolgono la feluca e la tendono al cielo. Oggi per fortuna (e la cosa iniziò proprio dopo la mia clamorosa “rivolta” salernitana) l’inno lo può intonare solo il Capo Ordine o il più alto in grado in sua vece. Ma prima del “caso Salerno ” no. Lo intonava chi voleva. E capitava che nel corso di un pranzo  (specie da brilli) lo intonassero più volte, da ogni parte.

Tu t’alzavi la prima volta, la seconda, la terza… poi basta. E se l’intonatore protestava al sacrilegio, lo mandavi  affanculo. Ma a Salerno capitò di peggio: gli indigeni intonavano ogni momento il Gaudeamus per farci alzare, vedendo che alcuni di noi erano seduti sul mantello. Il loro scopo era strapparcelo da sotto il culo durante l’inno, per chiederne il riscatto. Quando osarono farlo ad Emilio, uno dei miei, salii in piedi sul tavolo della mensa universitaria, dove pranzavamo con tutte le delegazioni, e feci la mia flippica: “Non solo non accetto l’uccellagione, ma pretendo le scuse. E non solo per l’estorsione, ma soprattutto per l’abuso che è stato fatto del Gaudeamus, ridotto da inno sacro a strumento di furto. Voglio il manto entro cinque minuti, se no gli Ordini del nord abbandoneranno la vostra festa”. Tutti Ordini del nord infatti (e molti del sud) mi avevano già dato piena solidarietà. Il manto rientrò subito, con tante scuse. Ma Torino lasciò la festa lo stesso, a spregio. Da allora nessuno più abusò del Gaudeamus. Capito il parallelo coi maomettani di Piazza Duomo? Quelli pregavano come i goliardi di Salerno cantavano: pensando ad altro, e con scopi ben diversi da quelli della preghiera e del canto. Ecco perché dico, come allora: non prendeteci per il culo. E nel caso di Milano aggiungo: non mostratecelo.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

6 risposte a La preghiera come arma

  1. Anonimo ha detto:

    E’ necessario ricordare il vecchio adagio:SE gli dai il dito ti ptrenderà il braccio?
    Cesco

  2. Anonimo ha detto:

    Girasole: se li chiami “prostrati” vuol dire che mostrano la prostata ? Quella infatti è la posizione giusta per il massaggio prostatico. E allora meglio “culinaria” gli uomini e “fagottone” le donne, per l’eleganza e raffinatezza del loro vestire.

  3. Anonimo ha detto:

    Noi italiani cattolici e non, dimostriamo continuamente di essere rispettosi e tolleranti con gli stranieri e con le altre religioni.
    Ad esempio quando si iscrivono i bambini a scuola le Ns leggi prevedono di poter scegliere se avvalersi o meno dell’insegnamento della Religione cattolica offrendo in alternativa delle altre attività o l’uscita da scuola.
    Nelle mense scolastiche, su richiesta dei genitori musulmani, viene servito il pasto alternativo alla carne di maiale, prosciutto ed altri derivati.
    La tolleranza ed il rispetto della diversa cultura è un grande segno di civiltà ma spesso non è recepito da chi è abituato a non vedere le “diverse sfumature” e ci vorrebbe tutti di un colore solo: il loro!
    E allora proviamo a capirli ma mettiamo dei “paletti” perchè anche noi teniamo alla nostra cultura, alla nostra religione ed al rispetto per esse.
    Poi un giorno non serviranno più “paletti” o regole perchè vivendo in mezzo a noi, crescendo con i nostri figli, i loro figli saranno persone diverse.(lo spero davvero!)
    Ro dJ

  4. Anonimo ha detto:

    infatti avevo premesso “è tutto vero e tutto giusto”, poichè sono ben d’accordo sui dati di fatto e sui paletti. semplicemente mi rendo conto che per moderare la sequela infinita delle conseguenze non bisogna alimentare la fiamma ma gettare acqua sul fuoco nelle piccolezze per concentrarsi sulla sostanza di arrivare a quel giorno in cui non serviranno più i “paletti” che forse i nostri nipoti potranno vedere. non ci credo davvero, ma me lo auguro. girasole_

  5. Anonimo ha detto:

    Ti incollo qui il testo di un articolo del giornalista Carlo Panella, che mi sembra abbia le idee molto chiare:
    “Due elementi costitutivi della tradizione islamica vengono costantemente ignorati da chi affronta con approssimazione -soprattutto troppi porporati- il tema del rapporto con i musulmani: la fitrat e la taqiyya. Se si inforcano invece occhiali forniti di queste due indispensabili lenti, le preghiere sui sagrati del Duomo di Milano e di Bologna da parte di migliaia di manifestanti musulmani, assumono un carattere di violenza ideologica, di offesa, di sfida. Il primo termine –fitrat o khilqat- rimanda al concetto di Islam quale religione naturale dell’uomo. Concetto stranamente disertato dai tanti cultori del dialogo interreligioso nostrani. François Jourdan così sintetizza il concetto teologicamente aberrante per chi aspiri alla libertà di fede: “Per l’Islam, tutto è già stato consegnato al primo uomo, Adamo, e tutti gli uomini nascono, come Adamo, nello stato di Islam “naturale”, fitrat. Un hadith, molto conosciuto di al Bukari riporta questa frase attribuita a Maometto: “Ogni bambino, alla sua nascita, nasce secondo il piano di Dio, fitrat. Sono i genitori che ne fanno un ebreo o un cristiano.” Dunque, fermarsi in maniera preorganizzata, sul sagrato di un duomo, per testimoniare il proprio Islam, altri non è che sottolineare proprio l’aspirazione egemonica innata dell’Islam sul cristianesimo. Quelle preghiere testimoniano l’incredibile pretesa che l’Islam ha di essere “la religione naturale”, di cui il cristianesimo e le altre religioni ammesse sono letteralmente “deviazioni”. Questo concetto di fitrat è basilare in tutta la struttura della Rivelazione coranica, tanto che supporta le molteplici invettive che il Profeta lancia contro ebrei e cristiani, circa la manipolazione, la falsificazione, il tradimento del testo del Libro di cui essi si sarebbero resi colpevoli (inclusa la Crocefissione del Cristo). Questo concetto, è oggi tanto determinante, che la Dichiarazione dei Diritti Umani nell’Islam, approvata dai i paesi musulmani nel 1990, lo pone al centro della sua -raccapricciante- definizione della libertà religiosa (articolo 10): “L’Islam è una religione intrinsecamente connaturata all’essere umano. E’ proibito esercitare qualsiasi forma di violenza sull’uomo o di sfruttare la sua povertà o ignoranza al fine di convertirlo a un’altra religione o all’ateismo.” Dunque, supporto pieno alla criminalizzazione di chiunque tenti di convertire un musulmano, ma anche presupposto per la dichiarazione di apostasia (con conseguente pena di morte), nei confronti di chiunque lasci l’Islam, commettendo così un “delitto contro natura”. Ricordata con tanta plastica evidenza l’egemonia intrinseca dell’Islam sul cristianesimo, i manifestanti di Milano e Bologna hanno dato poi fondo all’arte della dissimulazione, riempiendo i giornali di ipocrite versioni dell’avvenuto, nessuna delle quali riferita a quanto scritto sin a qui, che è la ragione fondamentale di quel gesto. Per comprendere come la taqiyya, la dissimulazione, sia connaturata con la cultura islamica, va ricordato che alla morte del Profeta iniziò una vera e propria “guerra civile” tra sciiti e sunniti. Anche nel cristianesimo, il diritto a negare dogmi di fede o a compiere gesti contrari ad essa, ha un nome –“nicodemismo”- ma esso ebbe pratica solo per un secolo o poco più, nelle guerre di religione successive alla Riforma. Nell’Islam, invece, da 1400 anni è ininterrotta la sequela di guerre inter mussulmane, sì che la taqiyya, è diventata un costume culturale diffuso, radicato, ha abbandonato il suo carattere di scudo contro la persecuzione, per divenire abitudine, arte retorica diffusa e radicata di un parlar obliquo. Taqiyya è dunque la risibile spiegazione della prima ora che voleva le due preghiere sul sagrato, del tutto casuali. Taqiyya è la negazione, anche da parte dell’Imam di Segrate che poi è andato a porgere le scuse al cardinal Tettamanzi, del significato vero, di quel gesto. Taqiyya è larga parte del linguaggio politico musulmano e soprattutto di quello “interreligioso”. Per decenni i grandi inviati progressisti di mezzo mondo hanno fatto finta di non capire cosa vuol dire la frase in bocca prima ad Arafat, poi a molti suoi epigoni: “La Palestina sarà liberata dal Giordano al mare”. Bene, non è un immagine poetica, non è linguaggio forbito da Mille e una notte, come molti hanno sempre creduto. La sua traduzione, che qualsiasi arabo comprende è: “Distruggeremo Israele”. E’ insomma la stessa, identica, minaccia espressa nel 2005 da Ahmadinejad. Campione di dissimulazione è Tariq Ramadan, che su di essa ha costruito le sue fortune. Nel corso di un intervista, ad esempio Silvia Grilli, gli chiese: “È giusto uccidere un bimbo israeliano di 8 anni perché da grande farà il soldato?” Tariq Ramadan rispose che è proprio giusto uccidere un bimbo israeliano, senza però mai dirlo: “In sé è un atto moralmente condannabile. Ma è contestualmente comprensibile, perché la comunità internazionale ha consegnato i palestinesi agli oppressori.” Per questo, tanti europei lo invitano nei loro salotti.”

  6. ggassadfas ha detto:

    You articles affect me so much, would you like to be my friend?? We can learn from each other and multiply our value together.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...