Ah, le piole!…

LE VECCHIE PIOLE TORINESI

Oggi i giovani, in attesa di andare in discoteca da mezzanotte all’alba, sciamano di sera per birrerie, affollano gli aperi-cena dei bar alla moda, o vanno in quelle vinerie da fighetti dove ti pelano un deca per un calice di “barricato”. A me invece garba ancora andare per piòle. Ce ne sono sempre meno, ma quando le trovo mi ci rifugio come se rientrassi in una specie di placenta, perché vi risento il profumo della mia gioventù.
Ma com’erano ‘ste piòle della mia gioventù? E’ lungo da spiegare, e comunque si finisce per generalizzare, come quando si tenta di descrivere una categoria molto grande di persone o di luoghi (ad esempio i goliardi, o i bordelli). Alla fine si dipinge un goliardo-tipo o un bordello-tipo, mescolando la propria esperienza diretta a quanto s’è visto in foto, letto su carta (o in rete) e udito raccontare. Chi scorrerà queste righe, dove per forza la “piòla-tipo” descritta sarà in realtà un collage di particolari appartenenti a piòle diverse, dovrà tener conto di questo.

L’ETIMOLOGIA DELLA PAROLA “PIOLA”

L’origine del nome “piòla” (che in spagnolo vuol dire corda da pacchi) non è chiara. Mi sembra difficile che derivi dall’italiano antico “piòlo” = piccola scala di legno rustico, da pollaio. L’osteria (che in piemontese si dice anche ostarìa o osto) non evoca il pollaio. Casomai la stalla, dove infatti fino all’ultimo dopoguerra i contadini si riunivano alla sera per la “vià” (la veglia), e facevano mezzanotte pregando, facendo piccoli lavori manuali, giocando a carte, chiacchierando, cantando, ascoltando storie. Ma lì la scaletta non c’entra, o c’entra poco.
Guardiamo i dizionari, allora.
Sia sul Di Sant’Albino (1859) che sul Brero (1976) la parola “piòla” ha come primo significato quello di scure, accetta, ascia. Ma solo sul Brero è riportata l’accezione che qui interessa (“termine familiare per taverna, osteria da poco prezzo”).
Il Di Sant’Albino non la cita. Però l’amico Paolo Benevelli, studioso di antichità sabaude, ci suggerisce una più ragionevole etimologia della parola “piòla” facendola derivare direttamente dal francese “piolle”.  La radice di questo termine (come confermato anche dal linguista svizzero Walther von Wartburg) andrebbe ricercata nell’antico verbo “Pier“ o “Pyer“, che nel francese antico significava « bere ». Da questo verbo si originò il termine medievale “Piaule“ o “Piolle“ con il significato di “luogo dove si beve“, luogo in cui il taverniere (il “Piollier“) somministrava vino.  E la presenza di questo termine nel corso dei secoli non si rileva tanto dai vocabolari dell’Académie Française quanto dai vari dizionari di Argot. Proprio nella prima opera del genere, il “Jargon ou Langage de l’Argot Réformé”, di Olivier Chéreau, si legge che il termine « piolle » va inteso come « cabaret, taverne ». Il termine si ritrova negli argot del Lionese, del Delfinato e della Savoia, e dire Savoia è come dire Piemonte: infatti il ”Dictionnaire Savoyard” di A. Constantin e J. Desrormaux (1902) rivela che nell’argot dei muratori di Tignes, «Piaule» significava «Osteria». Come ultimo riscontro,  il ”Dictionnaire Argot-Français” pubblicato a Parigi nel 2002 da Eugène-François Vidocq alla voce « Piolle » riporta il significato di: « Osteria o albergaccio di infimo ordine » («taverne, auberge du dernier rang »). 

DOV’ERANO LE PIOLE DI UNA VOLTA

Fino alla fine degli anni ’60 di piòle ce n’erano ancor tante, a Torino, in centro come in barriera. Fuori città, poi, erano ancora più accoglienti ed economiche. Se ne trovavano persino in montagna, tra i boschi, che ci si arrivava solo a piedi.
Oggi purtroppo la maggior parte è scomparsa, lasciando il posto ad attività d’altro tipo, ma la morìa era già iniziata negli anni ’70, quando chiusero la “Tampa Lirica” (vicino a Porta Nuova) la “Crota Paluc” (nel cantinone sotto il cinema Reposi), quella “Dei tre scalini” (sul fianco del palazzo degli stemmi di Via Po), “Da Pianta” (in Via Palazzo di Città), la “Vittoria”, (che stava in corso Moncalieri fra la Gran Madre e la salita ai Cappuccini, e non aveva neppure l’acqua corrente sul bancone), “Degli alpini” (un po’ più avanti, oltre il ponte di Corso Vittorio, davanti alla sede estiva delle Danze Gay), la “Giraffa” (la piola d’ij barachin, in Corso Stupinigi, di fronte a Mirafiori) e tante altre ancora. Quelle che non hanno chiuso son diventate posti eleganti, o comunque locali d’una certa pretesa, come l’Osteria dell’amicizia, all’attacco della strada vecchia del Pino, oppure Giudice e Cafasso, in Valsalice, o ancora Tromlin, a Cavoretto. Se non hanno fatto questo “salto di qualità” (verso il basso, per me…) sono state comunque ristrutturate e ammodernate nell’arredamento, nelle attrezzature e nell’aspetto esterno (infissi d’alluminio, tende, insegne…) trasformandosi in bar anonimi o al massimo in birrerie alla moda, aperte solo di sera.
Le vere piole invece, fossero esse laide vinerie da ciocaton o modeste trattorie, stavano aperte quasi tutte dall’alba alle ore piccole, e non di rado facevano la notte completa, almeno al sabato.

L’ESTERNO

Le piole di campagna avevano sempre, in cortile (o davanti, o dall’altro lato della strada) il campo da bocce, con i tavoli di cemento sotto il pergolato (tòpia) d’uva americana (uva fròla). Qui in città la tòpia e il campo da bocce erano più rari, ma non mancavano mai nelle piole di barriera o in quelle collinari. In alcune si ballava persino, di sabato sera e di domenica, con orchestrine alla buona (una fisarmonica, o “presepio”, una chitarra, o “fruja”, un clarinetto, una batteria), man mano rimpiazzate dai primi juke box. Insieme a questi facevano il loro esordio negli anni ’50 anche i flipper, che spodestavano i calcio-balilla, ma erano destinati a subire a loro volta la stessa prepotenza, anni dopo, dai videogames.
La cinepresa dei ricordi è accesa. Esterno giorno. La carrellata è lenta, dal campo lungo passiamo allo zoom sulla facciata.

L’INSEGNA

L’insegna, quando c’era, era dipinta sul muro, o al massimo su un supporto di lamiera verniciata, e portava scritto “osteria” o “trattoria” o “vineria” o “caffé”. Se ai piani superiori c’erano delle camere, anche “locanda” oppure “osteria con alloggio”. Prima dell’avvento dell’automobile non era raro leggere sul muro esterno “osteria con stallaggio”, che equivaleva all’attuale “albergo con garage”. Poi veniva il nome. I nomi antichi erano semplici e fiabeschi: “del cavallo bianco” – “delle tre galline” – “del bue rosso” – “della giraffa” – “della posta” – “dell’oca giuliva” – “del gat rustì”…
Il più delle volte c’era scritto solo “vini e liquori” o “bottiglieria”. Nelle prime, rare insegne al neon debuttava proprio allora una parola breve e sconosciuta, ma destinata a gran fortuna: “bar”.
Sui muri intorno all’ingresso, colorate e invitanti, stavano inchiodate le placche di latta smaltata con la pubblicità delle bibite e i listini dei primi gelati industriali. Birra Metzger, Chinotto Neri, Gelati Chiavacci…
Spesso, quando ancora il Comune non era avido di gabelle per l’occupazione del suolo pubblico, le osterie nella bella stagione mettevano appena fuori dalla porta uno o due tavoli con sedie, che servivano da insegna e da improvvisato déhors, e li ritiravano al momento della chiusura.

L’ENTRATA

Adesso entriamo.
Nelle piole povere c’era solo una porta a vetri, a cui l’oste, al momento della chiusura, applicava gli scuri-antifurto in legno.
Nelle altre c’era una bussola con due porte, di cui la prima, pesante, a filo della parete esterna, veniva sbarrata solo a locale chiuso. Durante l’attività essa restava aperta, coi suoi due battenti addossati ai lati interni della bussola. La funzione di sbarramento all’ingresso, infatti, era svolta dalla seconda porta, quella più interna e più leggera, col grande vetro (o più vetri intelaiati in quadroni) sfaccettati o smerigliati, per far passare la luce ma non lasciar curiosare la gente da fuori.
Questa seconda porta stava chiusa solo per non far entrare il freddo (e per chiudersi da sola non aveva lo “Yale”, ma solo un umile elastico di gomma nera, ritagliato da una camera d’aria, oppure una lunga molla recuperata chissà dove), ma bastava spingerla, per entrare.
A quel punto di solito suonava un campanello (nen eletrich: un ciochin pendu an manera da esse sopatà dal batent ch’as durvìa) che avvisava l’oste, nel caso fosse in cucina o in cortile, dell’arrivo d’un avventore.
D’estate anche questa seconda porta rimaneva aperta, col cuneo di legno incastrato sotto, o veniva addirittura smontata dai cardini e sostituita da una tenda di catenelle che tintinnavano alla corrente d’aria o all’ingresso degli avventori.

LA SALA PRINCIPALE (E SPESSO L’UNICA)

Appena entrati c’era la sala principale, col bancone, davanti al quale sostavano quelli che “consumavano” in piedi. Lo facevano per fretta, ovviamente, perché il servizio al tavolo non avrebbe comportato alcun sovrapprezzo.
Il bancone di servizio aveva il frontale in legno massiccio e il piano di lavoro foderato di zinco o di stagno.
Il pavimento era fatto di assi di legno paralleli, raramente incerati, oppure di vecchie mattonelle esagonali. Nel dopoguerra si era diffusa anche la piastrella quadrata di graniglia, molto utile all’oste perché nascondeva bene lo sporco e le macchie, ma invisa a chi perdeva un oggetto piccolo (moneta, bottone, anello) sul pavimento. Era infatti difficile trovarlo, mimetizzato in quel miscuglio di colori.
Dai soffitti (normalmente piani, ma spesso ancora a volta o addirittura in legno a cassettoni) pendevano lampadine bisunte, con al collo paralumi in ferro smaltato, blu sopra e bianco sotto.
Nella stagione calda, davanti alle finestre o lungo il filo intrecciato delle lampade, si srotolavano le spirali appiccicose e giallastre (lunghe quasi un metro) della carta moschicida, punteggiate dalle macchie nere degli insetti rimasti invischiati nella colla, e morti.
In un angolo, tranquilla, troneggiava la stufa, con il cestone della legna o del carbone sistemato accanto ed il “canun” (il tubo del fumo, di solito piturà ‘d vernis argent) che attraversava tutta la stanza appeso a collari di fil di ferro.
Il televisore, se c’era, stava appollaiato su un trespolo alto, visibile dal banco, e sotto non gli mancava il cartello scritto a mano: “è vietato di tocare i comandi al aparecchio”.

GUARDANDOSI INTORNO

Il telefono di bachelite nera e pesante, col disco (e non i tasti) per selezionare i numeri, stava attaccato al muro, generalmente vicino al banco, per comodità dell’oste. Si pagava un tanto a scatto, e niente privacy, a meno che ci fosse la cabina (lusso riservato ai “posti telefonici pubblici” che spesso le piole ospitavano per attirare clientela).
Lungo le pareti della sala “da setésse” correva, da terra fino a spalla d’uomo, uno zoccolo di vernice ad olio lucida e lavabile, tipo corridoio di collegio o di vecchio ospedale, a metà del quale, giusto all’altezza dell’ultima traversina dello schienale delle sedie, era inchiodata una fascia di legno paracolpi.
Poco al di sopra del piano di ogni tavolo, aderiva alla parete un quadretto di cartavetro grosso su per giù come una cartolina. Serviva a visché i brichét (accendere gli zolfanelli) e a tener pulito il muro. Infatti, dove mancava, la gente li sfregava sull’intonaco, riempiendolo di sbaffi marroni.
Sopra lo zoccolo (che in molti casi era anche di legno verniciato, montato a perline parallele) le pareti erano imbiancate, e basta. Al massimo erano decorate con figure simmetriche (fiori, farfalle) fatte col rullo di gomma. Come unico ornamento, ai muri erano appesi grandi specchi molati, qua e là fioriti di ruggine e dipinti sui margini con le réclames di antichi vermouth e liquori oggi non più in commercio (Ballor, Vincenzi, Cora, Bairo, Camoirano…).
Massicce credenze sonnecchiavano addossate alle pareti, e i tavoli pesanti, dalle gambe spesse e tornite, erano fatti di noce scuro.
Intorno ad essi c’erano le cadreghe ‘mpajà (sedie col sedile impagliato), o anche solo panche di legno senza schienale.
Da qualche parte ticchettava un grande orologio da parete, magari a pendolo.
Non mancava mai un calendario, e magari c’era anche la bacheca con i risultati della squadra di calcio rionale, i bandi dei tornei di briscola o di bocce, gli annunci dei balli e delle gite.
Poco altro.
Però nelle piole di città capitava di trovare anche il pianoforte. La sua presenza segnalava l’usanza di far musica tra gli avventori di quel locale. Non i soliti cori alpini o le canzoni popolari, ma romanze d’opera con accompagnamento di piano. Erano le mitiche “tampe liriche”, dove chi si azzardava ad esibirsi doveva saperlo fare, altrimenti dagli avventori gli arrivava addosso di tutto. Perché una volta persino chi stonava nei cori veniva invitato a tacere. Anche in grembiule, anche in tuta da lavoro, anche con le toppe al culo i nostri nonni non scherzavano, con la musica.

COSA SI BEVEVA

Al banco si beveva per lo più vino rosso, “vin ‘d botal”, in gergo detto “neir”. Un bicchiere (un got ëd neir) o un bicchiere alto (un tubu ‘d neir). Mai una bottiglia: per quella ti sedevi al tavolo.
Ma al banco si beveva anche altro: un “moro” (un caffè, quasi sempre “rangià a la branda”, cioè corretto con grappa, o anche all’anice), un “brulé” (vino caldo con aromi), un “canarin” (acqua bollente zuccherata con dentro la scorzetta di limone), un grappino, una “ricciola” (Vecchia Romagna), un grigioverde (grappa e menta), un “preparato” (caffè e vino) e d’estate una spuma (bibita frizzante di colore ambrato e di sapore dolciastro, leggermente acidulo, antenata della Coca Cola), una birra, una “gaseus” (detta anche “robusta”), una “biciclëtta” (birra e gazzosa mescolate), una menta, un’orzata, un tamarindo.
Chi voleva un bicchier d’acqua (esclusivamente di rubinetto, perché la minerale non esisteva quasi, era considerata una stravaganza riservata ai ricchi con problemi epatici o biliari) chiedeva un “amaro pompa” oppure “un vermouth dël torèt” (per chi non è mai stato a Torino, i “torèt” sono quelle fontanelle pubbliche in ghisa, verniciate di verde, con l’acqua che sgorga dalla bocca di una piccola testa di toro). E naturalmente non pagava nulla, perché l’acqua non si paga. Solo se entrava più volte, e solo per chiedere dell’acqua, cominciavano ad arrivargli i frizzi dell’oste (“t’ven-e tì, doman matin, a laveme ‘n po’ ‘d bicèr?”).
Gli osti di una volta erano abituati, agli scrocconi. Anche all’usanza del “porta teco”. Era considerato normale che la gente si portasse il mangiare da casa e ordinasse solo il vino. Anticamente c’era addirittura chi si portava entrambi, nel qual caso l’oste si faceva pagare il “coperto”.
Pochi sanno che è questa la vera origine della voce “coperto” ancor oggi presente in quasi tutti i conti di ristorante. I più la credono legata alla tovaglia che “copre” il tavolo, al tovagliolo che “copre” la pancia dalle macchie, o ancora alle stoviglie. Invece è legata al soffitto che “copriva” dalle intemperie (o alla tòpia che copriva dal sole estivo) gli avventori che si portavano seco il mangiare e il bere. Era il pretesto (ragionevolissimo, io trovo) con cui l’oste spremeva qualche spicciolo a chi gli occupava intere tavole, magari sottraendole ad altri clienti più “redditizi”, cioè senza cibarie e bevande seco.

Diffidate delle false osterie

Diffidate delle false osterie

COSA SI MANGIAVA

Diffidate delle finte piole di oggi le cui pareti ridondano di sombreri, campanacci, gioghi da buoi, chitarre, trecce d’aglio, zucche, aragoste di plastica, reti da pesca e quadri pacchiani.
Ma diffidate ancor di più di quelle non pacchiane, ma eleganti, che giocano sul finto rustico “rivisitato”.
Quelle con fuori il lampione e l’insegna di taglio, a bandiera, e con dentro i soffitti e i muri scalpellati a mattone vivo (mai esistiti, nelle vere piole).

quelle col lampione e l'insegna a bandiera

quelle col lampione e l’insegna a bandiera

Quelle piene di travi a vista, tavoli, scaffali e mobili in legno massello (quasi tutto falso, cioè impiallacciato).
Quelle che gli architetti seminano di “richiami” e “citazioni” della scenografia osteriale classica (dalle sedie pieghevoli in ferro alle tovaglie a quadrettoni bianchi e rossi), ma poi illuminano con alogene a parete, a luce indiretta.
Sono ancora più finte di quelle pacchiane, perché “evocano l’atmosfera” semplice e familiare della piola solo per indurre il cliente ad entrare, e poi lo stangano.
In ogni caso, sia le prime che le seconde rappresentano la stragrande maggioranza delle “osterie” reperibili oggi, anche se appartengono a una nuova categoria di osterie che io definisco “con l’acca davanti”, trasandate in tutto meno che nel conto.
Quelle che appena entri “il signore ha prenotato?”, quelle che alle dieci di sera “spiacente, la cucina è chiusa”, quelle che se ti metti a cantare “abbia pazienza, ma i vicini protestano”.
Quelle che gli architetti seminano di "richiami" e "citazioni"

Quelle che gli architetti seminano di “richiami” e “citazioni”

Nelle piole d’un tempo, invece, si poteva cantare (cantavano tutti, e suonavano anche, e chi stonava lo zittivano), ma soprattutto davano da mangiare e da bere a qualunque ora, anche solo roba semplice come ‘na mica ‘d maròch o ‘d marmo (una pagnotta) con pastilie ‘d crin (fette di salame crudo e cotto), linseuj ‘d Bologna (fette di mortadella), coppa, lardo, più raramente prosciutto, oppure ‘l sanflant, il cacio (formaggi popolari come la “toma ‘d mul” o toma magra, i “tomin elétrich” o tomette sott’olio con salsa rossa piccante, la “burgu” che era ancora la vecchia gorgonzola forte, a fermentazione naturale, non quella roba dolce e cremosa da femminucce che va di moda oggi…), le “baricie” (le acciughe, lisce sott’olio o affogate nel bagnèt ross a base di pomodoro o nel bagnèt verd a base d’aglio e prezzemolo), le tènche ‘n carpion, il brus (una crema piccante fatta con gli scarti del formaggio fermentati grazie all’aggiunta di fondi di liquore), la “sòma d’aj” (pane su cui era stata strofinata una testa d’aglio), j’euv dur (detti anche “pilole ‘d galin-a”), la frittata di spinaci o di erbette (frità vërda) o quella di cipolle (frità ‘d siole).
Uova sode sul bancone

Uova sode sul bancone

LE BOTTIGLIE

Noi studenti passando davanti al banco ordinavamo subito il vino, e poi ci cercavamo un tavolo libero. Se non ce n’erano, bastava che ci fosse da sedersi, perchè la promiscuità nei tavoli era legge, non occorreva neppure chiedere il permesso. L’oste ci chiedeva solo se volevamo la “stupa” (la bottiglia tappata di vetro nero pesante, senza etichetta e col culo cavo) o il “vin ‘d botal” (il vino di botte, cioè sciolto), ma questo succedeva se non ci aveva mai visti prima, altrimenti era fiato sprecato. La stupa infatti era un lusso da signori, noi goliardi bevevamo il vino sfuso che costava meno, quello preso in cantina oppure, se il locale vendeva vino da asporto, spillato direttamente sul banco da quel trabiccolo con tre o quattro rubinetti sovrastati dai cartellini con i prezzi: barbera comune lire quarantacinque al litro, barbera superiore cinquanta, dolcetto sessanta.
Ce lo portavano al tavolo nella quantità richiesta, dentro le “misure” bollate, bottiglie di vetro soffiato con le spalle e il collo largo, oppure dentro i “tromboncini”, le bottiglie biconiche senza spalle la cui parte superiore, oltre il collo, si apriva a tromba ricordando la canna degli “spaciafòss”, ovvero i corti schioppi dei briganti ottocenteschi.
Sull’esterno di entrambi i tipi di bottiglia era fuso un medaglione di vetro sul quale l’Ufficio Comunale Pesi e Misure, a certificazione della capienza, pinzava il suo piombino. Questa bottiglia “piombata” era in teoria di uso obbligatorio sui tavoli d’ogni pubblico spaccio di vini, ma in pratica serviva solo per i clienti sconosciuti, che davanti alla frode potevano rivelarsi dei piantagrane o, peggio ancora, degli ispettori in incognito. La frode infatti, non rara, consisteva nel portare il vino (specialmente ai clienti già brilli) dentro bottiglie dalla capienza leggermente inferiore a quella dichiarata.
Oggi quelle bottiglie non si trovano quasi più, neppure nei mercatini d’antiquariato, e non solo quelle, comprensibilmente rarissime, la cui capienza (mezza pinta, o “bocal” la più grande, quartino la più piccola) era espressa nelle unità di misura sabaude prenapoleoniche, ma anche i multipli e sottomultipli del litro. Le prime andarono in pensione con l’editto del 1843 (quello con cui Carlo Alberto adottò ufficialmente nel Regno di Sardegna il sistema metrico decimale, abolendo per quanto riguarda i liquidi la divisione in carre, carrate, brinde, boccali, pinte, quartini e bicér) e furono sostituite dalle seconde, cioè dai pintoni (o dopi liter) e da tutta la serie “piombata” che ancora io ho fatto in tempo a veder sfilare in parata sulle tavole delle mie piole: liter, mesliter, quartin, quintin e decimòt.

BICCHIERI E STOVIGLIE

Restando sulla tavola delle piole “doc” , ma passando ai bicchieri, questi erano di vetro trasparente, cilindrici e bassi (quindi non facilmente rovesciabili), avevano le pareti spesse e il culo pieno, pesante, molato di sotto (il che li rendeva stabili, robustissimi, quasi infrangibili), erano lisci (per essere lavati comodamente) e piccoli (per dare più volte al bevitore il piacere di riempirli e vuotarli).
Erano i famosi “gòt” soffiati a mano, con le microscopiche bollicine d’aria ancora prigioniere del vetro semiopaco. Potevano anche essere leggermente conici, potevano essere di vetro stampato (cioè non soffiati), ma raramente erano a calice, perchè questo tipo di bicchiere, avendo il gambo, è più fragile, è roba da ristorante.

I tipici gotti e il tromboncino

I tipici gotti e il tromboncino

Le caraffe di maiolica o di porcellana si usavano poco, nelle piole piemontesi.
I materiali non trasparenti (la terracotta, il legno, il ferro smaltato, l’alluminio, anticamente anche il peltro) anche se in altre regioni venivano impiegati nella fabbricazione di contenitori per versare o per bere, non piacevano ai nostri nonni subalpini, perché non consentono di valutare il colore e la limpidezza del vino. Da noi volevano vederlo bene, il vino che bevevano. Lo volevano nel vetro. Magari un vetro spesso e semigrezzo, però trasparente e non colorato.
Solo nelle stupe e nei bottiglioni era tollerato il vetro colorato (verde scuro o nero), ma era perché quelli sono recipienti destinati anche alla conservazione, e il vino patisce la luce.
Ed ora passiamo all’apparecchiatura del tavolo per chi mangiava, operazione che nei ristoranti di lusso si chiama “mise en place”.
I piatti erano spessi e disuguali, non di rado anche sbeccati, e le posate erano da pochi soldi, regolarmente spaiate.
Sopra il tavolo, per un panino, un piatto di baricie o di tomini elettrici, non ti mettevano neanche la tovaglia.
Per una “marenda sinòira” invece (refezione fuoripasto, però “cenosa”, cioè bondosa, con uso di diversi piatti) te la mettevano di carta, magari, ma era più facile che si limitassero anche lì a passare una spugna umida sulla tela cerata, quando c’era, o direttamente sul legno scuro del tavolo, che in certe piole era intarsiato di nomi, frasi e simboli come un vecchio banco di scuola.
Per un pranzo o una cena completi, invece, poteva anche apparire la tovaglia di stoffa. Bianca, spessa e piena di rammendi, non a quadretti colorati come quella delle osterie televisive.
era importante la tovaglia bianca, anche alla buona...

era importante la tovaglia bianca, anche alla buona…

Era importante, la tovaglia bianca.
Perché faceva pulito, “faceva ristorante”, e serviva anche a “sagé ‘l vin” col trucco delle macchie.
I nostri nonni ne facevano cadere qualche goccia sulla tovaglia e guardavano: se la macchia asciugando non faceva aloni e manteneva il colore, voleva dire che il vino era buono. Un brutto colore ed eventuali aloni eran segno – invece – che era “batisà” (annacquato) o “chimicà” (adulterato).
Badate bene, ho detto “qualche goccia”. Era impensabile sprecarne di più per chi ordinava il vino a quartini o quintini, e lo centellinava.
Tra noi goliardi, addirittura, chi versava il vino agli anziani (compito che spettava alle matricole, ma in loro assenza a chi aveva meno bolli, anche se non era più matricola) doveva fare ben attenzione a non rovesciarne neanche una goccia sul tavolo, altrimenti glie lo facevamo leccare. Operazione non piacevole, su quei tavolacci bisunti, ma così il maldestro imparava a rispettare Bacco.
LUCI, ODORI, SUONI, GENTE

Nelle piole regnava la penombra.
Di giorno perché la luce naturale non entrava a sufficienza, non essendo le case di una volta dotate di verande o finestroni, ma solo di finestrelle con l’inferriata, che oltretutto qui al nord davano spesso sui portici, già ombrosi per conto loro.
Di notte përché la corent a costa, e ventava risparmié.

nelle piole regnava la penombra...

nelle piole regnava la penombra…

Nell’aria si sentiva un odore tipico, misto di vino e fumo di tabacco acceso (regnavano le pipe, i toscani, e le sigarette erano Nazionali semplici, Alfa o “paje” di trinciato forte, che i più abili rollavano con una mano sola, cartina, pizzico, leccata e òp) che si mescolava all’afrore dei clienti, gente che spesso aveva l’acqua corrente solo in cortile e il cesso comune in fondo al balcone, non certo avvezza come oggi alla doccia quotidiana e al deodorante “che-non-ti-pianta-in-asso”.
A questi odori si aggiungeva d’estate quello petrolioso del flit (l’insetticida spruzzato con la macchinetta a stantuffo) e d’inverno quello della legna (o del carbone) che bruciavano nella stufa o nel camino.
In tutte le stagioni, poi, questo cocktail olfattivo veniva sommerso a folate dall’odore del cibo proveniente dalla cucina, dove sobbollivano il minestrone o la polenta, e la cuoca spadellava sul putagé (la stufa “economica” con i cerchi concentrici di ghisa), senza tante cappe aspiranti.
Seduti ai tavoli, vecchi silenziosi bevevano con lo sguardo perso nel vuoto o dormivano col capo sul braccio piegato a cuscino, incuranti del “ciadél” e dei cori che partivano tutt’intorno dopo i primi bicchieri.
Quelli che giocavano a tarocchi fischiettavano e si facevano a vicenda segni misteriosi raspando con le carte sulla tavola. Alla fine di ogni mano i perdenti litigavano fra loro insultandosi in dialetto e sputando per terra.
Nelle campagne e nelle vallate montane si potevano incontrare persino i giocatori di morra, e quello era davvero uno spettacolo di ritmo, di memoria e di riflessi impressionante, che fosse giocata in piedi o seduti al tavolo, testa a testa o a coppie.
la morra a quattro

la morra a quattro

In piole così io, ancora bambino, verso l’ora di cena, quando i lavoratori smontavano e passavano da lì per bere un quartino prima di rientrare a casa, smettevo di giocare a palicia o a biglie con i miei coetanei ed entravo in punta di piedi per ascoltare a bocca aperta racconti di assalti alla baionetta e aneddoti di trincea dai reduci della ‘grande guerra’.
In piole così, ormai ragazzo, ho dato le prime occhiate sguince alle chiappe delle servette che sparivano e apparivano dalla tenda della cucina, ho rivolto (arrossendo) occhiate ebeti al loro seno ansimante sotto il grembiule, ho fatto loro i miei primi, goffi complimenti. E poi ho preso le prime ciucche, ho fumato tossendo le prime sigarette per darmi arie da grande, mi sono unito ai cori dei ‘grandi’, mi sono innamorato, ho litigato, ho fatto a pugni, ho riso e pianto come oggi non so più fare.
Più tardi, al tempo dell’università, quelle piole son diventate per noi goliardi casa, sede, rifugio, base di scorribande, teatro d’intrighi e di accese discussioni politiche o letterarie, ribalta di canti e burle, refettorio, sala di studio, dormitorio, persino alcova.
le piole erano per noi goliardi casa, sede, rifugio, ribalta di canti e burle...

le piole erano per noi goliardi casa, sede, rifugio, ribalta di canti e burle…

OGGI

Bon. Dissolvenza, e qui si chiude il corto.
Come ho detto all’inizio, nel descrivere la mia “piola-tipo” ho unito particolari visti in luoghi diversi, e le foto non sono tutte di osterie piemontesi, ma anche di fuori; molte sono chiuse da anni, altre (quasi tutte) sono comunque mutate d’aspetto dal tempo della foto. Ma in fondo il “linguaggio scenico” delle osterie di una volta non cambiava molto, da una regione all’altra, specie qui al nord.

La cuoca spadellava sul putagé...

La cuoca spadellava sul putagé…

Non ce ne sono più molte, di piole così, e anche quelle “sincere” (cioè escludendo le false di cui al paragrafo 9) che ancora resistono si differenziano da quelle di una volta per tanti particolari, primo fra i quali l’atmosfera.
Ed è normale: i tempi sono cambiati, e con essi le leggi, i regolamenti, gli arredi, i cibi, le bevande, gli usi di aggregazione. Soprattutto la gente che si aggrega.
Ormai ci sono mille svaghi alternativi alla piola, per chi esce, e centinaia di canali Tv a disposizione per chi resta in casa, per non parlare dei Pc e dei cellulari che permettono di informarsi, leggere, guardare foto e film, ascoltare musica e comunicare col mondo intero, da casa e da fuori.
Una volta c’erano la piazza e l’osteria, intesi nella larga accezione di “luoghi di pubblica aggregazione fuori casa”. La piazza (strada, mercato, parco, portico…) all’aperto, e l’osteria (bar, circolo, bocciofila, dopolavoro…) al chiuso, coi loro capannelli, i loro incontri voluti e occasionali, i loro saluti, riti, discorsi, giochi, pericoli e piaceri.
Oggi si sta affermando la piazza/osteria virtuale dei social network, anch’essa coi suoi capannelli virtuali, i suoi saluti, le sue discussioni, i suoi giochi e i suoi pericoli. Piazza/osteria dove tu mangi e bevi solo virtualmente (le foto di quel genere abbondano), ma che invade sempre più spesso le osterie reali. Le “neopiole” di oggi stanno su Facebook, e Facebook sta nelle neopiole, influenzandone i riti.
Come quello conviviale, che infatti è cambiato. Tra la legge antifumo e i social network sempre on line sugli smartphones, nei ristoranti ci si parla solo più a gruppetti, l’atmosfera conviviale non decolla, metà sedie si svuotano a turno già alle prime portate, e nelle altre i commensali se ne stanno in silenzio, assorti a watsuppare, twittare, mandare sms e sbirciare Facebook. Lo stesso accade tra chi beve e mangia in piedi negli apericena…
Che senso avrebbe, di fronte a riti aggregativi e conviviali così mutati, reclamare un ritorno delle piole? Ormai quel tipo di locale ha fatto il suo tempo, e la sua scomparsa non è neanche una tragedia. Insieme ad esso sta morendo – per restare in tema – la pratica del gioco delle bocce (e quanta malinconia mi fanno le ancor numerose bocciofile, ultime simil-piole rimaste, con tutti quei loro campi vuoti e coperti di erbacce!), stanno sparendo persino i giornali e i libri cartacei, figuratevi se c’è da preoccuparsi per le piole.
RIFLESSIONI CONCLUSIVE

Nella sera della vita – scrive lo psicologo junghiano James Hillman – l’anziano tende ad estenderla oltre i limiti reali con la memoria e la fantasia.
All’indietro, volgendo l’attenzione al passato (anche remoto), dedicandosi a collezioni, riguardando vecchie immagini, interessandosi di storia e di antiche tradizioni.

Goliardi di oggi all'osteria

Goliardi di oggi all’osteria

In avanti, raccontando di sé ai nipoti e ai giovani in genere, tenendo vive le tradizioni, scrivendo i propri ricordi, riordinando le piccole o grandi cose da lasciare, nella speranza di durare nella memoria dei posteri oltre la propria scomparsa fisica, statisticamente vicina.
Lateralmente, allargando i propri orizzonti, interessandosi alla vita spicciola degli altri, diventando curioso e pettegolo, spiando i vicini, guardando i cantieri, criticando, giudicando, come volesse condividere l’esistenza di fasce sempre più larghe di persone per ampliare psicologicamente la propria.
In senso Hillmaniano, dunque, è un’estensione retroattiva della mia vita, questo amarcord delle piole.
Ho voluto dare un’idea di com’erano, ricordandole a chi le ha viste e spiegandole a chi non le ha viste, avendo avuto il piacere di frequentarle nella stagione caotica e feconda della gioventù, il cui profumo aleggia dove la si è vissuta.
...quando mi capita ancora di scovare qualche rara osteria vera, mi ci rifugio...

…quando mi capita ancora di scovare qualche rara osteria vera, mi ci rifugio…

Quando mi capita di imbattermi in una delle pochissime piole rimaste, lo riannuso con piacere, quel profumo sottile, come se l’avessi sparso a vent’anni in quelle stanze fumose, senza accorgermene, e lui fosse rimasto ad aspettarmi nell’aria e nelle cose, lì dentro dove mi ubriacavo di vino e di presente, avendo troppo poco passato per trarne dei bilanci plausibili e troppo futuro per farci dei progetti precisi.
Oggi che parlando di quei tempi mi sento dire “il passato non torna… la nostalgia è inutile e malsana…” mi trovo di nuovo a inebriarmi di presente, ma per la ragione opposta: ho troppo passato perché i bilanci mi servano, e troppo poco futuro perché mi occorrano progetti.
A va bin parèj. Tiroma avanti.
E poi, il presente mica esiste. E’ solo un’illusione che svanisce appena credi di abbracciarla.
Però consola chi la cerca, come certe donne che adorano essere corteggiate anche se non possono e non vogliono cedere, e cercano di ricambiare in qualche modo, pur respingendolo, lo spasimante.
La mia donna-presente, in cambio del piacere d’esser corteggiata, mi regala lunghi momenti di sollievo dalla malinconia serale, mentre i ricordi fanno il coro.
Am basta.
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37 risposte a Ah, le piole!…

  1. bruno pantosti bruni ha detto:

    QUANDO TORNO A CASA TI INVIO COMMENTO CIAU BRUNO Date: Mon, 23 Sep 2013 17:21:41 +0000 To: brunopantostibruni@hotmail.com

    • Poldo ha detto:

      Anch’io andavo in piola, da Giola (locale estinto) a Chiaverano dopo mezzanotte quando chiudevano gli altri locali e lì cominciavano a servire salam d’la corda, d’la duja e tumin brusc. Tornavamo a casa felici, liberi, senza voce e senza sàgrin.
      Il ricordo di quelle serate è nitidissimo e velato di dolce nostalgia.
      Caz.. ma a allora sono vecchio anch’io…..o forse sono solo maturo e mal conservato

      • Francesco ha detto:

        Ho passato intere nottate a mangiare fagioli grassi e bere Barbera alla ca d’giola. Quanti ricordi…..

  2. Brunello ha detto:

    Come sempre caro Manlio articolo da incorniciare e da tenere. Quasi tutte le piole da te ricordate
    sono state da me battute. In particolare la crota paluc che, più che sotto il Reposi, era sotto la chiesa ang. via Arcivescovado. Pareva che i preti quasi gestissero il tutto. Tempi d’oro! Quando anche con pochi soldi si passavano sere,notti indimenticabili.
    Grazie Manlio di questo ricordo stupendo.
    Ciao
    Bruno

    • Francesca ha detto:

      Ciao Bruno, ho una bella foto dell’epoca prima che buttassero giù il Sociale… ci stiamo scervellando nel tentativo di capire cosa ci fosse scritto sui pannelli laterali della Crota, sotto l’insegna, invano… purtroppo la qualità non è eccellente! Tu per caso te lo ricordi? Sarebbe bello se potessi farti vedere questa foto!

  3. ericagazzoldi ha detto:

    “Tra noi goliardi, addirittura, chi versava il vino agli anziani (compito che spettava alle matricole, ma in loro assenza a chi aveva meno bolli, anche se non era più matricola) doveva fare ben attenzione a non rovesciarne neanche una goccia sul tavolo, altrimenti glie lo facevamo leccare. Operazione non piacevole, su quei tavolacci bisunti, ma così il maldestro imparava a rispettare Bacco.” Ho dovuto imparare questa lezione anch’io, sebbene senza “piòle” 😉 … Un bacio, fratello maggiore. 🙂

  4. Dino Sandrin ha detto:

    io le esperienze raccontate le ho vissute nel nord-est, nel pordenonese per intenderci, ma a parte i termini e la qualità dei vini ( da noi merlot, cabernet, tocai e fragola o Clinton per i + raccomandati)il concetto non cambia. suscita di sicuro una gran nostalgia, non sempre e non solo legata alla giovane età. grazie.

  5. Milvia Cornacchia ha detto:

    Ciao Manlio, alla ” tana ” di mio marito, qui in Costa Rica abbiamo dato il nome di Piola, si mangia pane e salame, si beve vino italiano. Cercavo l etimologia per spiegarla ai nostri amici e mi sono imbattuta in questo tuo bell articolo…. saluti dalla figlia del tuo vecchio amico Giorgio Cornacchia.
    ( Milvia)

  6. succo enzo ha detto:

    Un bellissimo articolo molto curato nei dettagli che mi ha riportato indietro nel tempo, quando da ragazzino ho frequentato con mio padre le piole di borgata Lesna !

  7. Liliana Don ha detto:

    bellissimo articolo…mi ha ricordato mio padre,alcune volte mi portava con se in piola in via Pastrengo…lui giocava a scopa, io ero p.iccola e curiosa di tutto. Quando arrivavamo a casa mamma lo sgridava , perchè non si portano le bambine in piola….eh ehe
    Liliana.o

  8. L’ha ribloggato su Lifestylee ha commentato:
    LE VERE PIOLE TORINESI: bellissimo articolo assolutamente da non perdere, anzi da conservare! Grazie a Manlio Collino. 🙂

  9. Mario ha detto:

    Bellissimo racconto, grazie e …..arvedze!!

  10. Donata ha detto:

    Bellissimo articolo, grazie! Prima che sparisca prova la piola di Rivalba, la Società, è chiusa il mercoledí.

  11. Fulvio ha detto:

    Io ho una piola 🙂

    • Luca ha detto:

      E dicci dove…che as fuma na gira ant 4 amis…

      • chavez ha detto:

        Voleva mica dire un'”accetta” ? Per caso …
        Fulvio facci sapere dove possiamo venire a trovarti .
        Se fai un bel panino col pane d’Munplà , e le barice cun l’verd , cum’asdeuv , famlu savei.
        h.s. (hasta siempre)

  12. chavez ha detto:

    Manlio , anche se io nel 1964 avevo solo otto anni (tu eri già alla Sorbona) , ricordo le sensazioni che rievochi nel tuo articolo ; testimonianze che andavo ricercando in rete , che vissute da te ad una età maggiore della mia , ai tempi , sono inequivocabilmente tra le ultime e genuine che si trovano . Ero partito dalla nostalgia del panino con le “anciue al verd” (si scrive così?) , del quale conservo un ricordo adolescenziale e , del “mes s’tup”, che naturalmente, non era per per noi bambini , anche se all’epoca non si negava un sorsetto anche a loro.

  13. Luca ha detto:

    Un grazie immenso a Manlio per questo bellissimo articolo che scopro solo oggi. ( ai 5 e 5 che non fa10…) La piola di corso Casale, cantine Risso, ha visto parecchie ciucche tra noi amici degli anni 70, e 80, ricordo anche il mitico Carlin su nelle colline, e le piole di borgo san paolo, vanchiglia, borgo dora, al balun, forse gli ultimi scampoli di un era ormai passata…Ma un racconto così ben de-scritto andrebbe inserito nei libri di scuola, per far apprezzare alle giovani leve cosa voleva dire social quando si poteva esserlo davvero…Grazie Manlio di tutto cuore ! Sa capita mai, na stupa tla ofru vulente’!

  14. tiziana ha detto:

    Bellissimo articolo forse una esiste ancora . tiziana

  15. Alex R. ha detto:

    Da Lella a Pont Canavese. Subito. Fidatevi di me.

    • chavez ha detto:

      Alex R. , ci fidiamo, se ci offri un giro tomini al verde, elettrici, le acciughe al verde, ecc… innaffiati da uno sfuso dignitoso , ti verremo a trovare. Tieni conto che con le regole di oggi sulla guida ,probabilmente dovrai offrire un giaciglio per la decantazione alcoolica…..

  16. giorgio ha detto:

    1960/70 le piole…la baracca verde e la baracca gialla mirafiori accanto alla Fiat

  17. Al ha detto:

    La Piola Borghetto Santo. Spirito.
    Come una volta ….

  18. Redazione ha detto:

    non so se può interessare ma recentemente ho appreso che la parola “piola” deriva, in principio, dalla radice indoeuropea “pi-*”, che ha dato luogo, ad esempio, al latino “bibere” (bere) per effetto della sonorizzazione fonetica; o allo slavo “pivo” (bevanda, poi è andato a indicare la bevanda per eccellenza, la birra); al tedesco antico “bior” (birra); al celtico “beoir” (bevanda); al sanscrito “pibami” (bere); al greco “potos” (bevanda). E al piemontese “piola” che, banalmente, è “luogo dove si beve”.

    Matteo

  19. gruppoyuma ha detto:

    Buongiorno signor Manlio,
    le scrivo per chiederle un favore:
    ci occupiamo della comunicazione della Paoletti Bibite,
    vorremmo usare una della foto presenti in questo articolo per una sezione del sito internet dell’azienda.
    Se possibile può contattarci via mail.
    La ringraziamo in anticipo,
    buona giornata
    Yuma Comunicazione

  20. alfredo bonani ha detto:

    Grazie di cuore, Signor Manlio,

    leggere queste righe mi riporta indietro nel tempo,quando bambino con mio fratello Roberto e mio cugino Massimo, giocavamo nel cortile della Piola dei nostri nonni, Nonno Cecco e Nonna Nina, piola dove nostra Mamma Iucci e nostro Papà Mario, hanno fatto il loro ricevimento di nozze.
    La piola era “la Piola d’ Mungren”, diventata poi, purtroppo, la piola della parolaccia quando i nonni non c’erano più.
    Che dire di zia Ernesta, zia Gina, zia Lina…che non erano zie ma lo erano di tutti i bambini della borgata e che abitavano nelle case che circondavano “la curt”, il cortile.
    Quando giocavamo nel rifugio antiaereo vicino alla casa di Marisa, o a fare esploratori “an tal ri” nel rio, un fiumiciattolo che scorreva dietro le case e la sera ascoltare Toju, Pierin, Angelo che suonavano la fisarmonica e i “cuciar”, Pinin d’Aiassa, Olga, Renso e Lucia, marito e moglie, Maluc, Tunin.e perchè non ricordare lo scrittore Mario Soldati,che spesso veniva giocare a carte sotto la topia di uva fragola…
    Bei ricordi, di un’infanzia non ricca, ma serena e felice, circondati dall’affetto dei nonni, dei genitori, e degli amici di Sassi, che erano tanti, perchè i nonni, la mamma e papà, abitavano a Mongreno fin da piccoli e conoscevano tutti.
    Ho trovato questo blog per caso, mentre cercavo notizie sulla chiesa di San Grato a Mongreno,
    mi scuso con i lettori di questo pensiero scritto di getto con l’emozione in gola, che sicuramente non ha un segno logico.
    Mia madre mi raccontava che subito nel dopo guerra, nel cortile della Chiesa, c’era un piccolo cimitero, quando pioveva molto, riapparivano frammenti d’ossa, che loro, bambini, consegnavano al prete, don Turco che viveva con le sorelle Eleonora e Maria, catechiste.
    Se posso, colgo l’occasione per chiedere a chiunque avesse notizie, foto della Mongreno che fu,
    a contattarmi tramite indirizzo mail.
    Grazie ancora.

    alfredo

    • manliocollino ha detto:

      Grazie a lei, Alfredo, per le sue belle parole e per i suoi ricordi splendidi e struggenti di un’epoca e di atmosfere oggi scomparse. Uno degli scopi per i quali ho scritto questo post (e ho aperto un’analoga pagina sulle piole in Facebook) è quello di raggiungere persone come lei, e leggerne i ricordi. Sono andato più volte anche io nella piola dei suoi nonni, quando era già detta “della parolaccia”. Era rimasta, parolacce a parte, una splendida piola.Ma stiamo parlando di quarant’anni fa.

  21. alfredo bonani ha detto:

    e sì…purtroppo. Un saluto. alfredo

  22. Gian Battista Muzzi ha detto:

    Signor Manlio, buon giorno. Ho appena finito di leggere il suo blog e di ammirarne le foto. Sto pubblicando un libro sui soprannomi del Bresciano e molti di quelli che ho raccolto li ho recuperati nelle osterie, patria di nascita dei soprannomi scherzosi. Mi piacerebbe, con il suo consenso, poter utilizzare una delle sue foto (quella con i clienti intorno al tavolo) come copertina del mio libro.
    Posso sperare di ricevere una sua risposta e un suo assenso.
    GB Muzzi – Brescia

  23. Piero Abrate ha detto:

    Ciao Manlio, ti chiedo un favore: hai per caso qualche dato e qualche foto inerente l’antica osteria dell’Hermada nell’omonima piazza torinese? Mi dicono sia aperta dal 1918. Dopo aver chiuso i battenti due anni fa proprio in questi giorni ha riaperto sotto l’attenta supervisione del titolare storico Franz, ma con una nuova gestione. Si mangia alla kmoda di una volta e il locale ha mantenuto intatto il sapore della vecchia piola. Ti ringrazio molto. Piero

  24. Sumà ha detto:

    chi si ricorda della piola di via madama cristina, lato sinistro direzione centro, prima del mercato, dove mio nonno si beveva il quartino (a volte anche due….) a metà pomeriggio? c’era un personaggio alquanto strano, sempre su di giri, che tutti chiamavano “bel cit”… al ritorno mi fermavo estasiato a vedere la macchina del vicino pastifico che “sputava fuori” i tortellini….

  25. Sumà ha detto:

    Dimenticavo: il piatto forte della Trattoria “da Cafasso” su a Valsalice era il pollo schiacciato, detto “pollo al babi” (schiacciato come un rospo, credo). Quante lumache ho raccolto da quelle parti….

  26. Monica Aldi ha detto:

    Donatella Merlo, artista torinese, ha eseguito parecchi disegni a china delle piole di Torino. Se mi lasciate una mail vi mando qualche immagine.

    • Franco ha detto:

      Ciao Manlio
      ti do del tu, perche’, tu non ti ricorderai di me, ma io mi ricordo benissimo di te, eri il mio pontefice massimo, ai tempi dell universita’.
      quanto tempo e’ passato, e quanti ricordi.
      Mi e’ capitato per caso di leggere questo tuo bellissimo articolo, che “magone” a parte , mi ha fatto rivivere, i bei tempi di gioventu’ . Ti voglio ringraziare, perche’, in una giornata un po’ , triste, come oggi, mi hai fatto ritornare il sorriso.
      Grazie Manlio, ti ricordo come ai tempi dell universita’, con la tua bella barba rossa, un forte abbraccio.

      Franco Rosverde

  27. Alex Carrera ha detto:

    Articolo semplicemente bello, esaustivo e …gioioso e malinconico allo stesso tempo . Bravo Manlio, un altro esempio, se ancora ce ne fosse bisogno, di giornalismo ben fatto. Un saluto

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