Povero è chi povero fa

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Gli assillanti allarmi dei mass media sulla “soglia di povertà” mi hanno rotto i compagni.
Cosa possiedo è un dato statistico, neutro. Se io per quello mi sento ricco o povero, è un dato psicologico, soggettivo. Mi posso sentire povero per mille ragioni (problemi di lavoro, salute, famiglia, amore, autostima…), ma mi rifiuto di lasciarlo decidere agli altri, in base a parametri loro, soprattutto monetari.
Invece l’Istat, che per suo stesso acronimo dovrebbe occuparsi di fornire solo statistiche (cioè freddi numeri) ci affligge di continuo con valutazioni arbitrarie: “il tot per cento degli italiani vive sotto la soglia di povertà assoluta…”. Se chiedi cos’è questa soglia, rispondono: “dicesi in stato di povertà relativa chi non riesce a pagarsi le tali cose, e in stato di povertà assoluta chi non riesce a pagarsi le talaltre…”.
E chi l’ha stabilito? E soprattutto, anche se l’ha stabilito qualche balorda commissione, perché la gente dovrebbe essere d’accordo?
La povertà è una sensazione personale, come l’infelicità.
In gran parte è fondata sul paragone fra se stessi e gli altri, tant’è vero che la miseria nel medioevo non fu avvertita fino a quando le prime classi mercantili non iniziarono ad ostentare un diverso benessere, e i primi viaggiatori (soldati e mercanti) non riportarono coi loro racconti esempi di vita diversa osservata in altri paesi. E’ lo stesso fenomeno che sta svuotando il terzo mondo, da quando gli occidentali hanno iniziato a mostrarvisi per turismo e soprattutto da quando i popoli delle capanne vedono in Tv e su Internet quanto diversamente si vive qui da noi.
Già imperversa la crisi (dato statistico neutro), vogliamo peggiorarne l’impatto (dato soggettivo) scoprendo i nervi di chi la subisce? Vogliamo comprimere ulteriormente una domanda già asfittica spaventando i consumatori? Vogliamo creare milioni di depressi-incazzati aumentando il livello di “povertà percepita”?

Manlio sgombro capannone 16-5-2013Come conquista personale, come traguardo esistenziale lungamente inseguito e almeno parzialmente raggiunto io cito sempre la mia duttilità nell’adattarmi al peggio, quando mi tocca, pur apprezzando il meglio. La mia capacità di accontentarmi. Il saper vivere di poco. Il mio rifiuto istintivo delle sirene pubblicitarie. Il non esser mai ricorso a status symbol per costruirmi un’identità. Posso dire con fierezza che non patisco a mangiare e bere cose semplici in luoghi semplici, a non indossare roba firmata (non l’ho mai desiderata), perché non cerco di sembrare quello che non sono, non inseguo il consenso degli altri, non mi adeguo al pensiero dominante.
Questo per le cose materiali, ma vale anche per le immateriali. Per le percezioni e la loro valutazione. Sapersi accontentare non vuol dire per forza rassegnarsi, ma solo saper spremere il meglio da ogni situazione o epoca della vita, cercandone il lato positivo (che esiste sempre).
Chi è giunto come me sul prato delle ombre lunghe, deve meditare sul detto “sono troppo vecchio per bere vino cattivo”, e volgere l’attenzione alle cose belle, trascurando le brutte.
Non sempre ce la fai, ma devi provarci con tutte le forze. Anche per la salute, invece di rammaricarti per quello che non riesci PIU’ a fare, rallegrati per quello che riesci ANCORA a fare. Se non digerisci bene, scopa. Se non ti tira più, mangia. Se a tavola e a letto non va bene, esci, passeggia, parla, osserva, medita, leggi, canta… Quando il motore funziona ancora, ma tre marce su cinque non entrano, bisogna andar giù di frizione e arrangiarsi con le altre.
Partire in terza. Viaggiare in quinta.
E’ difficile, ma si può.  autoversotramonto

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5 risposte a Povero è chi povero fa

  1. Brunello ha detto:

    Sono d’accordo caro Manlio, rallegriamoci per quello che riusciamo ancora a fare!
    Avevo poco piu’ di 4 anni alla fine della guerra. Liberato dal papa’ e dagli argenti e cose varie di casa, rubate dai “valorosi” liberatori eravamo senza niente. Mancavano persino i fiori da portare ai nostri morti assassinati anche oltre la fine della guerra. Ma sono,siamo ancora qui. E non ci frega un c….se non abbiamo la polo col coccodrillo ecc.ecc. E sono contento della mia vita, cominciata male ma finita bene. Ho fin troppo, e non parlo di agiatezza ma soprattutto quando sto a scherzare con gli amici, magari davanti a mezzo bicchiere di vino e ridi per delle cavolate.
    Grazie Manlio!
    Brunello

  2. chavez ha detto:

    Basta convincersi che con 800 euro al mese si possa vivere dignitosamente: è semplice!

  3. Luca ha detto:

    Vuria mac dite grasie per la filosofia e la manera ed cuntela…sun vistme pasé davanti mesa vita ant in ritrat…mi sun gudime la vita fin an fund, ai 55 sun ancura si an girula…grasie tant per lon che et disi maestro…

  4. chavez ha detto:

    Certo , certo , tutte belle considerazioni ; però , oggi, a differenza di 50/60 anni addietro, nessuno vuole identificarsi col “povero” . Cosa significa esserlo? Si dovrebbe contestualizzare la sensazione che trasmette la parola, che nell’accezione generale della società dei consumi attiene più alla preclusione dell’accesso ai servizi , quali welfare ,sanità , scuola , svago , ecc.. , piuttosto che alla non fruizione degli elementi basilari alla sopravvivenza : del cibo per sostentarsi , un tetto per ripararsi, un po’ di fuoco per scaldarsi e degli abiti per vestirsi in modo “omogeneo” ……Ma sappiamo che sarebbe un esercizio retorico e anacronistico , ed anche ipocrita , identificare la condizione del “povero” con quella di chi non si accontenta dei mezzi ricevuti , che purtuttavia , non lo costringono a recarsi alla Caritas per mangiare ,vestirsi e ripararsi dal freddo.
    Detto questo ,non nego che in ciascuno di noi possa sopravvivere la nostalgia di un tempo passato che forse era anche peggio , oggettivamente ,di quello odierno , forse comunque solo perché si era molto più giovani , e quindi per un mero aspetto egoistico attinente alla “forza perduta” ; così come, chi ha perso diritti o privilegi si rammarichi di ciò, maledicendo la società attuale che glieli ha negati. Comunque, così come credo fosse da compiangere un mezzadro lucano o veneto , per le condizioni di vita impostegli dal contesto alla fine dell’800 , ugualmente si dovrebbe nei confronti di un operatore di call center odierno , che guadagna 3,40 euri l’ora . Con l'”aggravante” che questa società ha perso di vista anche il valore (inteso come propria dignità) della povertà, e stenti a collocarne ,come dicevo, i soggetti interessati in caselle riconoscibili e per questo ,consentirgli la possibilità di organizzarsi in modo sussidiario ; avendo quindi la facoltà di conoscersi tra di loro (noi!) e “riconoscersi” in una categoria che , purtroppo , lungi dall’essere abolita , per legge, o per evoluzione sociale , esiste , ma di se non vuol parlare , e si nega a se stessa di fronte allo specchio!
    h.s.

  5. chavez ha detto:

    Opss….volevo dire “bracciante” , e non mezzadro (che era eventualmente il datore di lavoro) , anche se in Veneto forse non veniva chiamato così…Solo negli anni 40 del secolo scorso , nella bergamasca, o in Veneto , sopravvivevano forme feudatarie di sfruttamento , nelle quali, per una giornata di lavoro , a dei ragazzini , veniva corrisposta una tazza di latte “sfiorato” ….poco più che acqua….credetemi, queste sono notizie di prima mano e “familiari”. Pur vero che in quelle terre sopravviveva un analfabetismo che invece , nel Piemonte era scomparso in quelle percentuali , da almeno 50 anni , forse per la vicinanza al potere “centrale” della casa reale , che influiva maggiormente per via dell’ovvio interesse che lì esercitava da secoli ,investendo dai primi del ‘900 più risorse per emancipare il “popolo” ,in quello che sarebbe stato il “secolo breve” , dopo lo sfruttamento secolare che aveva perpetrato, come del resto avevano fatto le monarchie in tutto il pianeta.
    h.s.

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