Indispensabilità delle etichette

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Non ci piace essere etichettati, ma siamo noi stessi ad etichettarci, più o meno consapevolmente, per fissare la nostra identità. Parlare in dialetto, ad esempio, aiuta, e infatti è un’etichetta. Tutto, è etichetta. E alla fine un’identità emerge, da sola o imposta dagli altri con descrizioni sommarie e soprannomi che evidenziano in noi il mestiere (Gianni Agnelli = Giuanin lamiera), un’abitudine (Saragat = Beppe cimpa), una caratteristica fisica (Rijna = Totò ‘u curtu), un tratto del carattere (Prodi = er mortadella), un difetto (Renzo Bossi = il trota), un handicap (Andreotti = il gobbo), eccetera. Piccole etichette, ma efficaci come loghi. Le etichette sono comode. Aiutano sia chi deve costruirsi l’identità, sia chi vuole scoprire quella degli altri. Quando si vuole identificare in fretta un estraneo (dopo averlo squadrato da capo a piedi per decifrare i criptomessaggi legati all’abbigliamento, al linguaggio del corpo, agli odori…) non gli si chiede forse come si chiama, da dove viene, che mestiere fa, se è laureato, se è sposato, per chi fa il tifo, cosa ne pensa del governo, persino di che segno zodiacale è? Sono tutti appigli utili, questi, tanto per gli etichettatori frettolosi quanto per gli etichettati insicuri, che si aggrappano ad essi come a boe.
A chi dicesse che quella etichettabile è solo l’identità esteriore, superficiale, mentre l’identità vera è quella interiore, profonda, ribatterei che l’espressione stessa “identità vera” non ha senso. L’identità vera, profonda, del matto che si crede Napoleone è quella dell’imperatore. Siamo noi a non credergli. Noi ci percepiamo in un modo, ma gli altri ci vedono in un modo diverso. Ogni persona che ci incontra ci applica le sue, di etichette, e fornisce di noi una descrizione differente. Quindi siamo centomila. Ma se possono coesistere tutte queste nostre identità diverse nella percezione e nella descrizione altrui, è come se non avessimo identità. Quindi siamo nessuno. E’ il relativismo pirandelliano: siamo uno, nessuno e centomila.
Ecco perché le etichette non soltanto sono comode, ma sono l’unico espediente utile a fissare la nostra identità nel tempo, come le foto fissano l’immagine. Tutti abbiamo di noi centinaia di foto, così diverse che in molte stentiamo addirittura a riconoscerci. L’essenza della nostra immagine è quell’insieme di tratti immutati che consente all’osservatore di riconoscerci in quelle foto, come l’essenza della nostra identità sono gli elementi comuni delle etichette che ci portiamo – accettate o imposte – addosso.
“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus” (la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi) significa che all’inizio, nel fondamento della realtà, si può trovare soltanto il nome dell’universale e non un ente realmente esistente come è invece il particolare. Che invece è coperto di etichette.
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2 risposte a Indispensabilità delle etichette

  1. ericagazzoldi ha detto:

    Il problema arriva quando le etichette cominciano a valere più della persona, quando diventano pretesto per disprezzo o violenza.Quando un’etichetta viene usata come arma, o per cancellare addirittura tutte le altre caratteristiche “etichettabili” di qualcuno. Comunque, io non sento tutta questa indispensabilità delle etichette. A me interessa sapere se una persona sia incline a farmi del male o a farmi del bene. Tutto il resto (come si suol dire) è noia. 😉

  2. Diotima ha detto:

    Tutto giusto, purché non si confonda l’etichetta con la conoscenza.
    Una grande parte della realtà, dell’esperienza, non è riconducibile al linguaggio. Della parte riconducibile al linguaggio, un’ulteriore parte è molto difficile da esprimere e non ha termini pret a porter (è materia per poeti, artisti e grandi scrittori). L’etichetta è statica, l’uomo no, l’uomo vive di verbi. Le etichette sono utili se sono come i post-it: si possono staccare facilmente e sostituire!

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