Identità e immigrazione

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Vi furon epoche di isolamento e scarsa mobilità sociale (come il medioevo) in cui l’identità non dovevi né fabbricartela nè comprarla fatta, perché ti veniva assegnata dalla nascita. Se nascevi servo avresti fatto il servo, come i tuoi avi e i tuoi discendenti. Idem per gli altri mestieri.
Poi la leva economica (il commercio) e quella militare (le guerre, le crociate) iniziarono a spostare la gente per tragitti e periodi sempre più lunghi e in numero sempre crescente, fino a giungere alle vere e proprie emigrazioni di massa.
E accadde che l’emigrante entrò in crisi identitaria. Nel luogo d’arrivo la sua identità non era più ereditaria né immutabile, e gli toccava costruirsene una nuova. Come fare?
Partito povero, magari si ritrovava agiato nel volgere di pochi anni, e comunque immerso in costumanze diverse. Spaesato, finiva per aggrapparsi alle sue radici culturali, cercando di trapiantarle nella nuova realtà. Questo espediente risultò, per i più deboli, l’unico modo sbrigativo per non smarrire l’anima, e lo è ancor oggi.
Ovviamente le civiltà d’arrivo, sentendosi “infestate”, reagirono producendo anticorpi e aprendo contenziosi mai sopiti. Da questo conflitto nacque la figura del “déraciné”, lo sradicato di ogni epoca, quello che non riesce più a identificarsi nella cultura d’origine né in quella d’approdo.
Il termine “infestate” può sembrare forte, ma di fronte al pericolo di perdere identità è comprensibile che chi ne ha una se la tenga stretta. Non è egoismo, è solo istinto di conservazione esistenziale. Chi sta a casa sua, avvolto e protetto nella sua identità (anche se è un’identità-carapace costruita a fatica a furia di etichette) è nella migliore delle ipotesi disposto ad accogliere, comprendere, mettere a suo agio ed aiutare il più possibile chi gli chiede ospitalità (cioè l’immigrato), ma solo se costui, arrivando e insediandosi, si comporterà come un ospite. Il padrone di casa non può esser obbligato a spalancare le porte a chiunque si presenti, né a rompere e gettare il proprio carapace rinunciando alle sue abitudini per adeguarsi a quelle di chi arriva. E’ costui ,che si è spostato. E’ costui che deve adattarsi il più possibile alle costumanze e alle leggi del paese che lo accoglie. E’ lui che deve integrarsi. Mi sembra un concetto molto semplice. Il conflitto, poi, è esacerbato dalla mancanza di reciprocità. Quasi sempre l’emigrante che pretende di veder rispettata la propria identità nel paese d’arrivo, viene da paesi dove questo diritto viene duramente negato a chi vi approdasse in un eventuale percorso inverso.
E così non va bene.
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2 risposte a Identità e immigrazione

  1. ericagazzoldi ha detto:

    Da quando sono entrata in contatto con la spiritualità orientale e con la sua tendenza a cercare “il Vero Sé al di là delle immagini mentali”, il quesito che mi pongo è: quello che chiamiamo “identità” è davvero così fondamentale, così parte di noi? O è una raffinata costruzione di educatori, società ed autoconvincimento?

  2. Bruno ha detto:

    Il Vangelo secondo Manlio…..
    Altro che spiritualità orientali! Provate a fare il terzo turno, quello di notte per chi fa l’impiegato e non sa cosa sia!
    Ciao
    Bruno

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