DNANS CH’ A FASSA NEUIT (prima che faccia notte)

 

rivalba9

Ce n’è, ce n’è ancora…
Una piola come quelle che cerco, come quelle della mia giovinezza, l’ho trovata a Rivalba, a 20 km da Torino, dietro Gassino.
Chi ha letto sul mio blog o su Facebook la mia descrizione delle vecchie piole piemontesi, capirà che quando ne scopro una la mia valutazione è tanto più alta quanto più essa vi aderisce, escludendo le ricostruzioni ex novo.
Per spiegare meglio questo concetto, a Torino hanno aperto in Corso Moncalieri 216 (Pilonetto) una nuova “piola”, la trattoria Cirio, Trattoria Cirio esterno

che sembra arredata col mio testo in mano: pavimento ad assi parallele, zoccolo in legno alle pareti decorate a rullo, vini alla spina dietro il banco, arredamento sobrio d’epoca giusta, tavoli in noce con le gambe tornite, sedie impagliate, vecchia radio, pendola, telefono nero al muro, eccetera…
Eppure non mi fa ‘vibrare’.

E’ una ricostruzione astratta. A parte le incongruenze (per entrare devi suonare, ha tovaglie sontuose, è aperta solo di sera, e anche di sera non fa servizio bar) ha il fascino posticcio che hanno i rifacimenti più o meno filologici. Nel mondo delle auto d’epoca si chiamerebbe ‘replica’. Trattoria Cirio interno

Io invece cerco piole originali, o rifatte il meno possibile, per quanto riguarda l’arredamento, i cibi e le abitudini di servizio. Poi ci voglio dentro i veri clienti da osteria, non i fighetti slowfoodari o i radical chic in cerca di frissons prolétaires. La mia – lo ammetto – è una recherche du temps perdu vagamente proustiana, e quel che più m’interessa nelle piole è l’atmosfera (luce, odori, silenzi, rumori, arredi, personaggi…), che influisce sulla mia valutazione più del cibo e delle bevande.

So bene che in quei posti si va soprattutto per mangiare e bere. So pure che quando quelle due cose sono scadenti non c’è risparmio che valga.
Ma per me, tante volte, anche sì.
Non vado in piola a riempirmi lo stomaco – voglio dire – ma a placarmi l’anima. E la mia è assetata di gioventù più che di vino, affamata più di ricordi che agnolotti.
Parliamo allora di questa piola di Rivalba, la “Società agricola militare di mutuo soccorso”.20:11:2014 Osteria di Rivalba, il vicolo e le insegne ritagl

 

Ho scoperto in rete, da una recensione di almeno 15 anni fa (il conto è riportato in lire…) che una volta era chiamata “la pettoruta”, forse alludendo alle forme giunoniche di mamma Lucia, l’ostessa. Oggi Lucia, ormai ultraottantenne, se ne sta rintanata in cucina, dove comanda da seduta, e a mandare avanti la baracca è Tiziana, sua figlia.
La loro osteria è un bel posto.
Già solo per il fatto che si trova a pochi passi da una chiesa del ‘200, fra vicoli, torri e mura medioevali, in un paese di un migliaio d’anime aggrappato alle prime colline del Monferrato.

Rivalba dal basso municipio Rivalba

 

 

 

 

Io giro per piole da una vita, e avevo già trovato società di mutuo soccorso e istruzione, unioni famigliari, circoli ricreativi, cooperative, dopolavori, fratellanze operaie, associazioni agricole, ma mai “militari”. E’ la prima volta che incontro quel termine, rarità dall’eco ottocentesca.
L’insegna a bandiera, sul vicolo, è proprio antica, non di quelle rifatte.16:11:2014 Osteria di Rivalba, insegna

Entri sotto l’androne, dove una volta passavano i cavalli, e sul lato mancino trovi la vecchia porta. Se vuoi andare al bar senza fare il giro dal cortile con la ghiaia e le tovaglie stese, devi passare da lì.20:11:2014 Osteria di Rivalba, il cortile con la stendua

Oltre il cortile c’è la terrazza con la legnaia, dove nella bella stagione si mangia all’ombra della tettoia guardando Superga all’orizzonte, dietro la fuga di colline.

Al primo piano c’è la sala grande con le foto antiche alle pareti e il pavimento in graniglia di due tipi diversi, segno che prima erano due salette separate poi unite abbattendo il muro divisorio.
Il campo da bocce è in un ripiano sotto il terrazzo, al fondo di una lunga scalinata, fra gli alberi. Al pianterreno ci sono il cortile, il terrazzo, il bar e la saletta. In questa c’è posto solo per sei tavoli, che hanno le gambe un po’ scrostate e la tela cerata sopra.
Attorno, alle pareti, sopra lo zoccolo in perlinato, c’è la regolare fascia paracolpi all’altezza della spalliera delle sedie, anche loro con i segni del tempo sulle gambe e gli schienali curvi. Il pavimento è di piastrelle in graniglia, e le finestre sono piccole, con le inferriate a quadri e le zanzariere.

16:11:2014 Osteria di Rivalba, saletta

La stufa a legna brontola nel vano della parete che divide la saletta dal bar, e la televisione dorme in alto, sopra il suo mensolone. Girando dietro al muro della stufa entri nel bar, che è una stanzetta come l’altra, ma sembra più piccola perché deve far spazio al bancone e al frigo dei gelati.

16:11:2014 Osteria di Rivalba, banco bar 16:11:2014 Osteria di Rivalba, stufa lato saletta

 

 

 

 

Ci stanno solo tre tavoli, sotto la finestra, e intorno al più grande giocano a carte o bevono in silenzio visi rubizzi, ispidi baffi e rughe di paese. Sopra la stufa corre una mensola coi molti mazzi di carte, e sopra ancora, inchiodata al muro, c’è la bacheca con i prezzi, le licenze, i regolamenti, le cartoline degli amici…

Ma è giunta l’ora di parlare anche di ciò che “va giù per bocca”.
Il vino è buono, ma d’altra parte, come diceva mio nonno, nel Monferrato per bere male devi conoscere. Dopo la domanda di rito (“rosso o bianco?”, che già da sé fa piola) si parte con gli antipasti (cotechino e purea, peperoni con bagna caoda, carne cruda, vitel tonné, tomino), si prosegue coi due primi (di solito tajarin e agnulòt, ma anche ghiotti minestroni con trippa dentro) e i due secondi (carni arrosto e contorni) fino all’atterraggio su macedonia, torta di nocciole, caffé e pussacaffé.
Quando comincio a cantare alla chitarra, anche Tiziana esce dalla cucina con le aiutanti ad ascoltare. “A l’ombreta del busson… Maria Gioana a l’era ans l’uss… A Turin a la reusa bianca…”

Al momento del conto (piacevolmente contenuto) tento di lasciare la mancia, ma lei rifiuta con gentile fermezza: “no, lasci, è per ringraziarla della musica – dice arrossendo leggermente – l’ha gradita anche mia mamma, si sentiva anche di là in cucina”.
Per fare en plein mi mancherebbe solo di poter fumare la pipa davanti al putagé, ma la felicità non è di questo mondo, o se vi appartiene è fuorilegge.
Pazienza.
Esco, e me l’accendo sotto le stelle.

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2 risposte a DNANS CH’ A FASSA NEUIT (prima che faccia notte)

  1. dadodado56 ha detto:

    Sempre un piacere leggerti !

  2. iome ha detto:

    sono quasi quarant’anni che la frequento (la prima volta di cui ho memoria portavo le braghe corte e chiamare il ghiacciolo “stick” ci faceva sentire grandi). No, non e’ una piola, e’ molto di piu’, ed i quadri appesi al primo piano lo dicono a chiare lettere: quel posto e’ il sogno di un mondo piu’ giusto che alcune persone hanno fatto circa 150 anni fa.

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