Anime in ghisa

22:5:13Obitorio

E così ho finalmente svuotato il capannone venduto un anno fa. Le macchine erano ferme da decenni, e negli anni si erano ammucchiate intorno ad esse montagne di cose “in attesa di destinazione”: gli scatoloni provenienti dallo sgombero dell’alloggio di mia madre (morta nel ’92), stampi, vecchie attrezzature, mobili, documenti, avanzi di magazzino… praticamente era diventato un gigantesco solaio, una discarica al coperto, in ordinato caos.
E quando dico “in attesa di destinazione” accenno al piccolo dramma che tutti viviamo quando dobbiamo disfarci delle cose vecchie che avevamo conservato per due motivi: il primo economico (“…può sempre servire, e poi al mercato delle pulci ho visto vendere robe anche più brutte a cifre notevoli…”), il secondo affettivo (ogni oggetto, anche rotto, anche inutile, porta legato a sé un mondo di ricordi ed evoca lontane emozioni).
Purtroppo bisogna farlo, prima o poi, altrimenti si sconfina nella patologia psichica, e comunque ostinarsi a conservare la roba è una spesa, perché lo spazio ha sempre un costo.
Io ci ho messo sei mesi a vuotare il capannone. E confesso che non sono riuscito a buttare via tutto. Parte della roba l’ho stipata in altri magazzini, in attesa di “riconsiderarne la destinazione” (vendita, regalo, rottamazione).
In pratica rimandandone l’uccisione.  Perché un oggetto vive della sua funzione, caricandosi di emozioni e ricordi durante la sua esistenza funzionale, e muore (per noi) nel momento in cui ce ne separiamo definitivamente.
Una volta scrissi, parlando di chi si alza all’alba e sveglia un po’ alla volta i familiari dormienti, questa considerazione: “Diverso, invece, è svegliare le macchine. Quelle, sembra quasi ci aspettino. Che si trovino in casa, in ufficio o in laboratorio, che si tratti di lavatrici, di computers o di macchine utensili sofisticate, vi è nel nostro gesto di pigiare il pulsante d’avvìo (cui risponde subito l’accendersi di lucine e il ronzare di vita artificiale nella macchina) un surrogato dell’atto creatore. Un piccolo “fiat lux”. Le macchine e gli utensili manuali sono inutili, se non li adoperi. Possono al massimo far figura, arredare, servire come piani d’appoggio. Solo quando li usiamo ritrovano la loro vera identità, cioè la ragione per cui sono stati fabbricati e comperati da noi. Solo allora esistono. E nella quiete della casa o dell’azienda ancor deserte, sembra quasi che ci ringrazino”.
23:5:13Macch.pirott.imbragata
Quando però ci separiamo da loro, è come se ne facessimo le esequie. Il paragone potrà sembrare blasfemo, ma per me è stato così.
Radunare intorno al “bestione” (la pressa da 300 tonnellate) le altre macchine comprate da mio padre negli anni ’30 per facilitarne l’aggancio alla gru e il trasferimento sul carro funebre… pardon… sul camion del rottamaio, è stato per me una specie di funerale. Quel gruppo di cadaveri in ghisa sembrava l’obitorio di certi ospedali, dove le barelle sostano in disordine in attesa dell’arrivo dei feretri e del trasferimento al cimitero.
Anche vederle salire verso il cielo, imbragate alla gru, aveva una sua commovente valenza metaforica. Prima le piccole, poi il bestione…
L’altoforno dove finiranno, in fonderia, sarà una specie di forno crematorio, da cui invece della cenere uscirà una colata di nuovo metallo, che prenderà altre forme.
Come forse capiterà anche a noi…
Chissà

altoforno

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Una risposta a Anime in ghisa

  1. Ettore ha detto:

    Ciao Manlio, vorrei aggiungere un altro aspetto “umano” degli attuatori in generale: la fedeltà. Tu puoi tornare dopo anni a pigiare quel tasto e sembra che ti riconoscano. Ripartono, come se niente fosse, dopo che invece sono stati trascurati per anni.

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