MESSA NATALIZIA IN CIRILLICO

ortodossiNon so perché mi è venuta voglia di andare alla messa di Natale degli ortodossi. Forse era solo nostalgia dell’infanzia. Da vecchi si torna un po’ bambini, si rimpiange il tempo dei giochi, uno due tre libero tutti… quando gli altri pensavano per noi e tutto era grande, tutto intimoriva, incuriosiva, incantava…
Anche i riti religiosi. Oggi nelle chiese cattoliche non rimane quasi più nulla di quell’atmosfera, ma in quelle ortodosse sì. Volevo andarci per ritrovarla.
Però poi ho voluto raccontare l’esperienza sul mio blog come se l’avessero vissuta tre persone diverse.
Tre post in uno, di cui due riconducibili alla mia doppia personalità (quella sentimentale e filosofica di Manlio e quella sarcastica e scanzonata di Zeus) e il terzo a un personaggio di fantasia.
Tre soggetti narranti, come se la messa fosse stata filmata sul set da tre cineprese: campo, controcampo e panoramica.
Il primo a raccontare è Kevin, l’agente immobiliare. Incarna il prototipo del giovane d’oggi, rampante e incolpevole analfabeta di ritorno, a cui le esperienze scivolano addosso senza lasciar traccia.
 
Pope
 
DAL BLOG DI KEVIN CUCCURULLO, REAL ESTATE BROKER
 
Ma guarda cosa mi doveva capitare proprio al rientro da una Befana da sballo passata a fare snowboard al Séstrier. Passo dal Collino, quello che si fa chiamare Zeus, che gli dovevo far vedere una roba che ho su in collina e non riesco a piazzare, e lui mi fa: “stamattina non posso, voglio andare alla messa di Natale nella chiesa ortodossa russa di San Massimo, ma se mi accompagni, visto che è proprio in piazza Hermada, dopo possiamo andare a vedere la villa”.
Così l’ho accompagnato, e mi sono beccato una grossa fregatura. Io manco lo sapevo che gli ortodossi fanno il Natale in una data diversa dai cattolici. E comunque pensavo che la messa fosse questione di tre quarti d’ora al massimo. Macché: due ore filate di canti e litanie, che alla fine non c’è stato più tempo per la villa.
Un freddo, poi, là dentro! Prima che la chiesa si riempisse si vedeva persino il fiato del pope (mi ha detto Collino che si chiama così, il parroco ortodosso) mentre cantava. E niente banchi, tutti in piedi, e dopo anche in ginocchio sui tappeti stesi dappertutto come nelle moschee, e qualcuno si chinava persino a toccare la terra con la fronte, come i mussulmani. Ecco da chi ha copiato Maometto!
Non si vedeva neanche l’altare. Il prete celebrava a porte chiuse dietro una parete di legno con tre porte, piena di santi dipinti (mi ha detto Collino che si chiama iconostasi) e mentre lui cantava da di là (ma ogni tanto apriva la porta centrale e appariva a cantare qualcosa anche di qua) la gente di qua baciava le immagini, accendeva candele, si faceva il segno della croce all’incontrario e si inchinava di continuo, durante tutta la messa.
Meno male che i canti erano belli, e anche le ragazze non erano male, sebbene tutte col velo in testa e vestite un po’ pacchiano, infagottate nei cappotti e nei piumini, perché gli slavi è mica gente che abbia tante pellicce da esibire, essendo tutti immigrati o quasi. Ma non capisco proprio cosa ci abbia trovato Collino in una cerimonia così, oltretutto lui è cattolico e per quanto ne so neanche troppo praticante.
 
Bella russa con candele CinquePope
 
DAL BLOG DI MANLIO COLLINO, GIORNALISTA
 
Arrivo stranamente in anticipo, e sui gradini della chiesa mi sorprende il canto primaverile, ripetitivo, di un uccello che non so dire, ma che sicuramente è in anticipo anche lui. Va bene che c’è il sole, ma siamo al sette gennaio! Lo prendo come un benvenuto, comunque sia e da chiunque mi arrivi, ed entro in chiesa durante la prothesis, quando la “divina liturgia” (così si chiama nel rito bizantino la messa vera e propria) non è ancora iniziata. Una voce angelica si libra lungo le navate dalla cantoria, voce di flauto sonora e vellutata, alla quale sembra che le altre voci femminili del coro si appoggino e si avvolgano come i tralci di una vite al palo.
Turiboli… letture salmodiate…
Tappeti… inchini con la fronte a terra…
Un colombo svolazza sotto le navate. Penso all’uovo di colombo… L’antico e irrisolto indovinello teologico (se sia nato prima l’uovo o la gallina) mi entra in mente di soppiatto, senza chiedere permesso. Per chi crede in Dio la risposta è: l’uovo, come origine di tutto, cioè come Dio. L’uovo primigenio, gemellare e infecondato, da cui nacquero per atto creatore autonomo l’uomo gallo e la donna gallina, e da loro tutta la catena…
E se, al posto di Verbum, l’evangelista Giovanni avesse usato nel suo incipit la parola Gallina? “In principio erat gallina, et gallina erat apud Deum, et Deus erat gallina”…
Il Dio-mistero sarebbe allora un’entità femminile (la gallina è solo un simbolo, qui) e l’uovo sarebbe Adamo. Invece l’uomo, più forte e prepotente della sua compagna, impose nelle Sacre Scritture l’idea di un Dio maschio, fece uscire la donna da una costola di Adamo, la incolpò del peccato originale e nel medioevo giunse addirittura a negare che avesse l’anima.
Perché?
Perché in amore il maschio è schiavo. Così forte è il suo impulso ad accoppiarsi, che accetta persino di morire nell’atto sessuale, come il maschio della mantide. Siamo talmente schiavi del sesso che abbiamo voluto umiliare la donna per rifarci di questa sudditanza biologica, di questo rimbecillimento che ci ha sempre indotti a pagare per la figa, dando origine al mestiere più antico del mondo.
Preghiere salmodiate… cori femminili soavi…
Giovani donne composte sotto il velo… come sottomesse…
Più l’uomo, per ristabilire l’equilibrio, confinava la donna in ruoli subalterni, più lei, il Dio-gallina, si chiudeva nel suo mistero.
Mistero = Dio = virtù.
Conoscenza = uomo = peccato.
Questa intuizione, tesoro primigenio della donna, fu detta da Goethe nel Faust “eterno femminino”.
Candele accese a centinaia… baci sulle icone…
Segni di croce ripetuti di continuo, quasi compulsivi…
La donna sa che se si scopre (in metafora e in realtà) e si fa conoscere (verbo che per gli ebrei vuol dire anche scopare), perde potere e fascino. Però “deve” farlo, per riprodursi.
La deminutio che ne consegue spiega anche il divieto ebraico di far idoli (cioè di rappresentare Dio visivamente), proibizione rispettata anche dai protestanti e dagli islamici. Spogliando Dio (cioè guardandolo nella sua nudità iconografica) lo si sminuirebbe, come succede per la donna.
Ancora canti… ancora incenso…
Devo trovare un posto per sedermi, qua ci son solo tappeti e mi è venuto il mal di schiena a forza di stare in piedi…
Messali antichi… calici dorati… paramenti damascati…
La donna lo sa bene che, più si nasconde, più l’uomo la cerca. Di ciò si serve con astuzia nelle schermaglie amorose, ma l’attitudine le resta anche dopo. Il velo è solo il simbolo della sua “copertura”. La donna cattolica non lo mette più neanche in chiesa, l’ortodossa lo mette solo lì, e l’islamica lo deve mettere sempre, se è in pubblico. Si possono spiegare anche così le umiliazioni che a volte le tocca subire (prepotenze, percosse, segregazione in casa, imposizione del burqa): è come se i suoi maschi-talebani la divinizzassero per poter bestemmiare.
Non potendo amare fisicamente e bestemmiare Allah (Dio-tutto, mistero non concepibile da mente umana) ne amano e bestemmiano l’unica rappresentazione terrena disponibile: il Dio-donna, che ha in sé il segreto della vita. L’uovo del Dio-gallina.
Intanto la messa finisce e i fedeli escono pian piano, salutandosi. Ora è più facile per l’incenso dominare i dopobarba maschili e i profumi femminili, e per chi parla sottovoce sovrastare i canti.
Escono anche l’uovo e la gallina dalla mia mente. Il colombo, nel frattempo, si è appollaiato sull’iconostasi. All’uovo penserà lui.
 
donna+musulmana      incenso
 
DAL BLOG DI ZEUS, GOLIARDO
 
Alla messa di Natale degli ortodossi russi si percepiva una maggiore religiosità, rispetto alle nostre funzioni, forse perché la chiesa per l’emigrato rappresenta anche un po’ la patria, la famiglia lontana, le radici…
Abituato alle messe cattoliche, piene di anziani, mi stupiva il fatto che lì non ce ne fossero quasi (erano rimasti in patria, evidentemente) e che i fedeli si dividessero appena entrati, maschi di qua (a capo scoperto), femmine di là (a capo coperto). La scusa ufficiale è omaggiare Dio. Lo scopo reale è (come lo fu da noi per millenni) discriminare le donne, metterle da una parte, nasconderle, tenerle sotto il velo, cioè “sotto” tout court.
La divisione dei locali è significativa. La celebrazione si svolge ancora dietro l’iconostasi, nel presbiterio, dove i fedeli non possono entrare, come non potevano entrare nel naos (la cella) dei templi greci, dov’era collocata la statua della divinità, o nel “sancta sanctorum” del tempio di Salomone, dov’era custodita l’arca dell’Alleanza.
Regole, divieti, mistero. Sono gli ingredienti-base di ogni religione. Da quando il primo cavernicolo paraculo, vedendo i membri della tribù fuggire terrorizzati al rombo del tuono, disse “è la voce del grande spirito adirato che vi parla, e solo io che la capisco posso placarvelo se mi portate un agnello da sacrificargli” (riuscendo a farsi credere), son rimasti quelli.
Anche i gesti e le posizioni richieste nei riti sono gli stessi. Chinare il capo (cioè non guardare il superiore negli occhi) lo fa in natura ogni animale che intende sottomettersi. Inginocchiarsi lo fa solo l’uomo, ma perché vuol dire resa totale. Provate a usare la spada o a scappare stando sulle ginocchia!
Così nei templi ti fanno inginocchiare verso il dio, ma finisce che ti inchini anche verso chi dice di rappresentarlo. Ti inginocchi davanti a un tizio che, vestito e ornato lussuosamente (e soprattutto da te mantenuto) dice di parlare in suo nome.
Accendere tantissime candele è bello, le loro fiammelle tremolanti ti ipnotizzano, è magico vederle bruciare tutte insieme.
Anche l’occhio vuole la sua parte.
L’odore dell’incenso, col suo ancestrale richiamo, serve a creare l’atmosfera giusta. Bruciare una cosa preziosa con l’intenzione di offrirla alla divinità è un atto tipicamente sacrificale, già i pagani lo facevano.
Anche il naso vuole la sua parte.
Poi c’è la musica, a completare l’effetto. Tanta, tutta di cori, cioè musica per antonomasia, visto che la vox humana è lo strumento più perfetto che esista. Qui gli ortodossi, astuti, fan cantare solo coristi bravi scelti all’uopo, e che i fedeli ascoltino, gli basti. Non come da noi cattolici, che ti vien voglia di scappare appena senti le beghine miagolare il sanctus. Se aggiungi poi che i canti ortodossi sono meravigliosi, l’effetto è quasi ipnotico.
Anche l’orecchio vuole la sua parte.
Lo so che ho riportato di quest’esperienza soltanto dati sensoriali (vista, olfatto, udito) e ragionamenti. So pure che sensi e ragione portano a conclusioni illusorie. D’altra parte non esiste realtà oggettiva, ma solo sensoriale e soggettiva, cioè diversa a seconda di chi la percepisce. Per quello l’ho descritta da tre punti di vista.
Il dato comune a tutti e tre i racconti è che manca proprio lui, il festeggiato di Natale.
Manca Dio, lo so, anche se era il suo compleanno ed ero in “casa sua”.
Ma è perché spiegarsi il mistero di Dio solo coi sensi e la ragione è impossibile, bisognerebbe “lasciarsi andare”, affidarsi all’intuizione e alla fede. L’unica forza che può avvicinarci a Lui è la forza creatrice che sta nell’atto di credere l’inspiegabile.
E io, per ora, quella forza non ce l’ho.
Coriste in cantoria
 
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