Curiosità sabaude (ceréa 2)

Dicevo che mi piace salutare col “ceréa”. Sapete come nacque questo antico e nobile saluto sabaudo? Pare che Ambrogio Olerio, aio del futuro Carlo Emanuele I (figlio di quell’Emanuele Filiberto “testa ‘d fer” che spostò la capitale della Savoia da Chambéry a Torino nel  1563) usasse salutare il principino suo allievo con un “kere” (in greco antico pari al “salve” latino).
Tale saluto, imitato per gioco prima dai cortigiani e poi dalla servitù, si diffuse tra la gente, mutando in “ceréa”. Evidentemente i borghesi della Torino di allora scimmiottavano spesso usi e linguaggi di corte per darsi arie di essere “del giro”. Esattamente come succedeva  quattro secoli dopo sotto i nuovi Savoia di Villar Perosa, cioè gli Agnelli. Nella Torino prona alla Fiat del secondo ‘900 molti yuppies, per darsi arie di appartenere “al giro che conta” imitavano ‘Giuanin lamiera’ (Gianni Agnelli) portando l’orologio sopra il polsino della camicia e la cravatta sopra il pullover.  Nihil sub sole novum…
Comunque, tornando al mio “ceréa” d’ingresso al bar, quasi sempre i giovani baristi, sentendolo, mi guardano perplessi, cercando di capire da dove vengo: l’antico saluto piemontese ha un suono, per chi non lo conosce, vagamente balcanico-danubiano, un che di albanese o di rumeno che stride col mio aspetto.
Anche il piemontese stretto possiede a tratti quelle sonorità.   Ricordo in proposito un buffo aneddoto che ha per protagonista il mio coscritto barone Bijno, antiquario e goliardo, chansonnier e compagno di merende (sinòire), detto “l’orecchio assoluto” per la concentrazione e la pignoleria con cui accorda la chitarra ad occhi chiusi.
Anche lui, pur parlando un forbitissimo italiano, ha il vezzo vetero-nobiliare di rivolgersi in piemontese a chiunque, salvo passare all’italiano quando incompreso.  Gianfranco abita in centro, e da quel ‘bon vivant’ che è rincasa spesso ad ora tarda. La sua mole imponente lo ha finora salvato da brutti incontri, ma una notte fu avvicinato “an via  dòira gròssa” (via Garibaldi) da un tossico malfermo, con la tipica frase: “ciao, ciài mica un euro da darmi per mangiare?”. Lui si fermò, lo guardò fisso negli occhi e gli rispose a muso duro: “Chiel ch’as përmëtta nen  ëd déme dël ti: peul desse ch’i l’abia cò  ëd pì, ma i lo dago franch nen a chiel” (lei non si permetta di darmi del tu: può darsi che io abbia anche di più, ma non lo do certo a lei).  Il lato buffo dell’aneddoto è che il tossico si allontanò borbottando “minchia, zio fà, mai visto un albanese così elegante!”
Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

3 risposte a Curiosità sabaude (ceréa 2)

  1. brunello ha detto:

    Facevano gli snob ma guarda come hanno ridotto la Fiat
    Quanta gente ha piegato la schiena per niente!
    Bruno

  2. Pingoss ha detto:

    Mi hai deliziato. E hai funto da medium: mi hai evocato una fantasmatico pezzo – nevoso, notturno e disperato – di Mario Soldati (dalla raccolta “55 novelle per l’inverno”, uscita negli Anni Settanta), dal titolo “L’ultimo torinese”. Se non ce l’hai, te lo passo io. Ciao, somà.

  3. cli ha detto:

    ma che bella fotografia! baci a e e al barone. cli_

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...