In cauda venenum

Sarà la crisi, ma un mese fa a Milano ho visto un sacco di gente in coda al freddo. Dicono che noi torinesi siamo freddi e scostanti, che non lasciamo “integrare” facilmente gli stranieri, però un pasto caldo e un letto quando gela qui c’è per tutti, anche se solo sotto una tenda riscaldata. E quando abbiamo visto le code interminabili degli extracomunitari per il permesso di soggiorno, ci siamo mobilitati per rifocillarli, aiutarli, guidarli.
A Milano, invece, niente di tutto ciò. Dicono che lì il lavoro non manca, ma lì c’erano persone in coda da tre giorni per un posto. Non so da dove venissero. Infagottati com’erano, curvi e infreddoliti sotto il parapioggia (chi ce l’aveva, se no col cappuccio tirato sul capo), con le sciarpe davanti al viso, non si capiva neanche bene che età avessero.
Di sicuro non erano tutti giovani. E se lo erano sembravano vecchi lo stesso, talmente avevano l’aria preoccupata, lo sguardo sconsolatamente fisso su chi li precedeva. Errore. Quando si fa la fila non bisogna mai guardarsi davanti: meglio voltarsi indietro e godersi la smorfia allibita di chi arriva credendo di sbrigarsela in poche ore, e vede una fila interminabile. Sarà un espediente po’ sadico, ma funziona.
Qualcuno si arrendeva e se ne andava scuotendo la testa. Io mi son fermato, per solidarietà, a scambiare due parole. “Meno male – mi hanno detto – che ci siamo accordati per ammettere il “cambio”. Così molti di noi vengono “rilevati” da parenti o amici caritatevoli per la notte, per i pasti, o per un breve riposo al caldo d’un bar…”
Ecco: la solidarietà vien fuori lì, nei duri momenti del bisogno. Anche nell’altro senso del termine “bisogno”, perché il freddo stimola la vescica e la prostata non concede attese, a una certa età. Qualcuno s’arrangia contro il muro. Oppure nei bar (ma di notte sono chiusi).
E tutto per un posto.
Anche gli aspiranti massoni facevano la fila per entrare nella P2, ma la facevano in senso figurato. Aspettavano comodamente a casa loro, prima di essere ammessi nella grande loggia. Questi no. Tre giorni e due notti in coda per avere un posto in un’altra grande loggia: il loggione della Scala, per la prima del Don Giovanni di Mozart.
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