L’ultima carezza

Si è spento a Chieri, all’età di 85 anni, Eugenio Quagliotti. Mi scrive Vincenzo, suo figlio: ” Mi hanno fatto molto piacere le tue parole, Manlio.  So quanto apprezzavi mio padre e sappi che la cosa era reciproca: conservava con affetto quell’articolo  che  avevi scritto su di lui, dopo l’ultima cena con il suo coro. Se n’è andato il giorno di Natale, a casa ,  dopo averci lasciato consumare il pranzo natalizio, quasi a testimoniare il suo attaccamento alla famiglia  non interrompendo le tradizioni , che per lui erano quasi sacre. La malattia lo aveva stremato. Se però avesse potuto parlare, certamente avrebbe recitato uno dei necrologi di cui faceva la raccolta(!!!), scegliendolo nel dossier in cui li conservava quasi religiosamente, ritagliandoli dalla Stampa. Il suo preferito era  “Non siate tristi per me perché sto per apprestarmi ad andare a ritrovare moltissime persone che amo, molte di più di quelle che lascio qui”. Questo era mio padre, un ragioniere sognatore, un abitante della terra di mezzo fra realtà e sogno. L’ha tradito l’unico difetto che secondo me aveva: la convinzione di essere immortale. Sapessi Manlio quante lotte ho dovuto combattere per fargli capire che, a 85 anni e con seri  problemi di salute, molte cose che voleva fare non avrebbe più dovuto nemmeno immaginarle. Ma lui niente: a metà agosto, mentre da solo lavorava nella sua azienda chiusa per ferie, si è rotto il femore , ed è stato  l’inizio della fine”.
In memoria di Enio voglio ripubblicare qui quell’articolo che gli dedicai sul giornale il 28 marzo 1987, quasi cinque anni fa. Enio aveva allora “solo” 80 anni, ma in una specie di sensazione premonitoria intitolai il pezzo “Penultime carezze”, anche riferendomi al tramonto dei cori alpini, così tanto amati da lui e da me. Sono fiero di apprendere che lui lo conservasse, magari nel dossier accanto a quello dei necrologi.

PENULTIME CAREZZE
La vita è un susseguirsi di tramonti, reali e figurati. A Chieri canta da 40 anni il coro maschile “Arco alpino”, di cui è Mecenate l’ex sindaco Eugenio “Enio” Quagliotti, industriale tessile, classe 1926. C’è chi sponsorizza lo sport per mettersi in vetrina, e chi un coro senza farlo neanche sapere. Per il piacere di sentirlo cantare, almeno una volta l’anno alla “bagna cauda” sociale (ahimé mutata da qualche tempo in cena normale), per ricambiarlo con versi piemontesi (Ennio recita a memoria Badalin e altri). Si mettono a tavola “per voce” (tutti i bassi insieme, eccetera…) e cantano da seduti. Un antipasto, e parte “a l’ombretta del busson”. Dopo i rigatoni arriva “belle rose du printemps”. Finì ‘l brasà a taco “la tradotta”. E poi altre, e altre ancora, fra dolce, caffè e pussacaffé… Il gran finale è lui, Enio. Recita le poesie (due, anche tre) poi se ne va in anticipo, sordo ai “bis”, per non genare i coristi. Accetta solo il regalo ufficiale (una stampa, un libro raro…), placa gli applausi e si eclissa, modesto, con la scusa “dla fomna ch’a l’é a cà sola e a sta nen bin”.
St’ani però a l’era chiel a nen sté bin. Alto, magro e pallido, faceva fatica. Il discorso (“so bene che invecchiamo tutti, e le prove sono sempre più faticose, ma venta ten-e dur, anche për coi ch’a në scoto da là sù”) e la poesia (una sola, stavolta) li ha detti appoggiato alla colonna. I son restà magonà. Tutti erano commossi. Il direttore mi aveva appena detto che i cori alpini non hanno futuro. Non c’è ricambio, i giovani non cantano, e chi lo fa sceglie i cori dai repertori “alti” (Bach, Haendel…). Gli inviti sono sempre meno. “Magari – diceva il maestro Guidotti  – ci chiamano da Tokio o dagli States, ma qui in Italia gli assessori preferiscono “fare i colti”. Il coro alpino finirà presto”. E io mi perdevo in quel tramonto, bello come non potete immaginare. Le teste quasi tutte bianche, le voci (“belle” fa un ospite, e Guidotti: “non più, però sanno cantare”), il cicaleccio piemontese fra le portate, in bonaria complicità di rughe, pance e vuoti di memoria, la carezza struggente di note imparate in gioventù, ma giunte alle ultime repliche dal vivo (Re-La- Si…). E il Sol ridea calando dietro il rigatone.
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