Il Cainabele che c’è in noi

In un intervista su “L’Avvenire” lo scrittore Maurizio Maggiani parla della sua interpretazione del passo biblico su Caino e Abele, e definisce “fratricidio necessario” quello che è il primo omicidio della storia (almeno di quella biblica). «Se lo leggiamo senza pregiudizi – dice l’intervistato –  il racconto della Bibbia è terribilmente semplice e, nello stesso tempo, pressoché incredibile. Dio stesso sembra arrendersi all’ineluttabilità di quell’uccisione. Il famoso “nessuno tocchi Caino” non ha nulla di garantista, non è un motto pannelliano: è una constatazione, piuttosto. Dio riconosce la necessità di quanto è accaduto. E’ la nascita della storia. Abele, il pastore, è un uomo libero, solitario, non è difficile immaginarlo bello, lindo. C’è candore, in lui. Caino, al contrario, è il contadino, uno con la faccia sempre a terra. Si ammazza di lavoro, non può permettersi di vegliare per tutta la notte. Non ha tempo di riflettere, perché il riposo del corpo gli è indispensabile. Eppure è lui nostro padre. La storia e la scrittura della storia hanno inizio con l’insediamento agricolo: gli uomini si fermano, prendono dimora, fondano città. Caino, il fondatore, deve uccidere Abele, il pastore ancestrale che rappresenta il suo passato, ciò che è stato e non può più essere. Ho l’impressione che il persistente odio nei confronti dei nomadi sia un retaggio di tutto questo. Sosteniamo di avere paura degli zingari, ma in realtà li invidiamo». Ma non perché siano la discendenza di Abele, precisa Maggiani. Abele non ha discendenza. Però a vincere è la storia e noi siamo costretti a prenderne atto ogni giorno. E Dio stesso accetta questa ineluttabilità, assegnando a Caino il marchio della vergogna, «la stessa vergogna che ci portiamo dentro e che avvertiamo quando restiamo soli con noi stessi. Siamo storti, zoppichiamo. Ogni tanto, però, Abele ci torna in mente e allora vorremmo che fosse andata altrimenti. Ma è impossibile, perché abbiamo coscienza di essere l’anello fragile dell’universo. Siamo quelli che hanno tradito, rappresentiamo un’asimmetria. Però vorremmo rinascere, ritrovare la bellezza, essere redenti. Vorremmo tornare quello che per cui eravamo nati prima che Caino alzasse la mano su Abele e Abele, in modo misterioso, ricevesse quel colpo senza opporre resistenza». In questa mancata resistenza (non c’è racconto di lotta nella Bibbia) Maggiani non ravvisa il riconoscimento della legge del più forte, bensì  la forza della non-violenza prima cristiana (volgi l’altra guancia a chi ti percuote) e poi Gandhiana. La forza di Abele sta nell’aver inciso nella nostra memoria più profonda la sua mitezza e la sua indulgenza, nell’averci trasmesso con la sua resa una nostalgia di bontà, una specie di struggimento del bene. «Abele sopravvive nel nostro sguardo – dice Maggiani –  meglio, nella nostra possibilità di decidere in quale direzione spostare lo sguardo. Mio nonno era un contadino, stirpe di Caino destinata a strusciare la faccia sui campi tutto il giorno, ferendosi e sporcandosi. Ogni mattina, però, apriva la porta della cucina e guardava verso la campagna, fissando lo sguardo sul filare della vigna. Il suo orizzonte era quello ed era un orizzonte di dignità e bellezza. Ecco, sono queste per me le parole di Abele: bellezza e dignità. Dio non ha creato la morte. Si legge nella Bibbia: sono stati gli amici della morte a lasciarla entrare nelle case degli uomini. Lo hanno fatto allontanando da sé l’assoluto per cui erano nati, proprio come Caino ha eliminato Abele diventando così costruttore di morte».

La tesi di Maggiani è suggestiva, ma innanzitutto è antropologicamente falsa. Abele era un pastore, errante finché si vuole, ma ormai legato ai commerci del bestiame e dei suoi prodotti. Era, insomma, l’uomo nuovo addetto alla pastorizia come Caino lo era nell’agricoltura. L’uomo preistorico evocato da Maggiani, nomade, raccoglitore e cacciatore, era tutt’altro che contemplativo e lindo. Era un feroce assassino, antropofago, impaurito dalla natura selvaggia e avara. E non era libero, ma schiavo della fame che lo costringeva a errare senza sosta in cerca di sempre nuovi territori di caccia e di raccolta. E viveva così da oltre due milioni di anni. Altro che candido pensatore! Al contrario, la stanzialità guadagnata con la scoperta della pastorizia e dell’agricoltura lo ha migliorato, non peggiorato. Drizzato, non storto e azzoppato come sostiene Maggiani. Con la stanzialità è cominciata la storia, senza alcuna nostalgia per la preistoria. Sono nati i mestieri, i commerci, le prime embrionali organizzazioni societarie, le prime religioni, il culto dei morti, l’arte rupestre, i graffiti delle caverne, gli attrezzi, i monili… Caino non ha inventato il male (che c’era già prima, e ci sarà sempre). Ne ha solo acquisito la consapevolezza, e lo ha organizzato.

Ma siccome la tesi di Maggiani non si sviluppa sul piano storico, ma si tiene furbamente sospesa tra i fatti e le idee, nella zona sfumata di confine fra la storia/scienza e la filosofia/religione, occorre capire che neppure sul piano emotivo il Nostro non inventa nulla. E’ solo una sirena che canta bene per vendere libri ‘facili’. L’uomo è come il mercurio: lo puoi dividere in mille perline, ma poco a poco esse s’aggregano, come se contenessero una segreta “nostalgia dell’Uno”. L’accettazione del dolore/Caino da parte di Abele/bellezza/pulizia (“…non ci è difficile immaginarlo bello, lindo…”), la sua non-lotta che indica continuità e collegamento non è una pensata di Maggiani. Che la bellezza sia collegata al dolore (e viceversa) lo dicevano già i greci. Platone sosteneva che l’uomo, dopo aver smarrito la perfezione dell’origine, è perennemente alla ricerca della forma primigenia. Il vago ricordo e la nostalgia di essa lo spingono a cercarla, e quando egli s’imbatte nella bellezza (che della forma primigenia è la più chiara evocazione), questa lo destabilizza, lo emoziona, gli strappa le bende, gli sconvolge gli accomodamenti della routine. Lo fa soffrire, in una parola, anche se in questo dolore egli, ri-attratto come il mercurio dall’Uno (la perfezione originale mai del tutto dimenticata) mette le ali allo spirito e si eleva. Questo avrebbe detto Platone, vedendo il nonno contadino di Maggiani guardare le vigne al mattino. Poi, magari, gli avrebbe chiesto il permesso di inchiappettargli il nipotino. Ti è andata bene, Maggià
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Una risposta a Il Cainabele che c’è in noi

  1. anonimo ha detto:

    L’ossimoro del tramonto mattutino è una splendida visione, meno di Platone che inchiappetta un imberbe Maurizio Maggiani ma tant’è…

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