Poco da fari

L’altra mattina su Radio tre parlavano dei fari. Non sapevo che quelli italiani fossero tutti così vecchi. L’ultimo è stato costruito negli anni ’20 del secolo scorso. Il primo, quello di Livorno,  addirittura nel 1305. Mi hanno sempre affascinato, i fari. Piantati sopra gli scogli di sperduti isolotti o aggrappati al dorso di precipizi protesi su acque infide, quasi librati fra terra e mare, spesso lontanissimi dal primo centro abitato, sono architetture titaniche, oltre che simboli fallici evidenti. Significano da sempre orientamento e sicurezza, ma nella loro solitudine caparbia assumono una valenza quasi metafisica. Quel loro stagliarsi di fronte al buio e alle tempeste per proteggere i naviganti giorno e notte, come soldati in prima linea, è una sfida epica, vale a dire poetica e nel contempo eroica.                    
Purtroppo i radiofari e i sistemi satellitari ne hanno drasticamente ridotto l’utilità, tanto da mettere in pericolo la loro stessa sopravvivenza. La Marina Militare si occupa ormai solo dell’apparato luminoso, che grazie alle moderne tecnologie non richiede più il presidio fisso di un farista, e così quei manufatti disabitati deperiscono per mancanza di manutenzione, esposti alle intemperie e ai vandali. Senza adeguati provvedimenti, rischiamo di perderne molti. Hanno provato a venderli, ma non c’è stata coda, al loro acquisto. Sono scomodi, inaccessibili, immodificabili, e hanno la servitù militare di accesso per la manutenzione della lampada. In pratica a qualsiasi ora del giorno e della notte ti si può presentare l’addetto della Marina, e fermarsi per giorni. Addio privacy.
Senza contare che tutto ciò che affascina nella vita “da farista” (isolamento, solitudine, silenzio rotto solo dai gabbiani, dal sibilo del  vento e dal rumore del mare) alla lunga stufa chi non ci è portato. Persino i paradisi naturali più celebrati vengono a noia. Un mio amico che era andato a far l’animatore in un villaggio turistico delle Maldive mi mandò un sms il giorno del suo arrivo: “Dio abita qui”. Ma quando ritornò, solo qualche mese dopo, era strafelice. Della casa di Dio ne aveva le palle piene. Il mare cristallino, le spiagge bianche e deserte, le palme, il vento, il sole implacabile, la sabbia, il sale, gli uscivano dagli occhi e dalle orecchie. E dire che non era stato solo, ma sempre in mezzo a bella gente che era andata laggiù per divertirsi. Figuratevelo confinato per mesi dentro un faro…
Ed è qui che emerge la valenza metafisica dell’isolamento. Dire “vita di farista” è un po’ come dire vita di pastore in alpeggio, di eremita in grotta, di velista solitario in traversata oceanica… Chi non riesce ad affrontarla non cerca certo fari. Chi al contrario ci riesce, ed è abituato a ritirarsi nella propria interiorità, trova dentro di sé il suo faro virtuale senza bisogno di cercarne uno reale fuori.

Ma la conclusione a queste brevi considerazioni sta nella differenza enorme che corre fra vita e vacanza. Abitare in un faro è diversissimo dal trascorrervi un breve periodo di relax, nel corso del quale scomodità, isolamento, silenzio possono sembrare piacevoli, e persino afrodisiaci se si è in coppia. Mi ricorda la vecchia barzelletta di quell’anima che aveva ottenuto da San Pietro il permesso di fare una gita in inferno per vedere com’era, e l’aveva trovato bellissimo, pieno di gente simpatica, cibi, bevande in abbondanza, fresco e accogliente, tanto che una volta rientrato in paradiso aveva chiesto al santo di essere trasferito in inferno definitivamente. Ottenuto il permesso, era tornato giù, ma con sorpresa e sgomento aveva trovato il solito inferno tradizionale, fatto di urla, gemiti, fiamme, umiliazioni e dolore. Chiesta ragione di ciò al demonio, si era sentito rispondere: “Eh, caro mio, ora capisci la differenza che passa fra turismo e emigrazione…”
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