I canti non tornano

Ravanando negli archivi trovo ogni tanto delle perle, come questa lettera, scritta nell’estate del ’96 all’Arcano Maggiore dei Tarocchi per ringraziarlo della cena del ventennale. Dico perla non per cosa abbia scritto o come (non starebbe comunque a me dirlo), ma perché dicevo a 50 anni cose sagge, pensose e malinconiche che oggi, 15 anni dopo, forse non direi. Sto diventando disbéla, o rimbambisco? Non importa: l’una cosa è legata all’altra. E poi non sono tanto cambiato: continuo a cantare anche in banca o in coda alla cassa del Crai, a dire supercazzole agli amici ed ai figli (oggi ai nipoti) e non mi prendo mai troppo sul serio. Chissà cosa mi era preso, nel ’96…

Caro XXXXXX,
la cena del ventennale STOT è stata qualcosa di più di una bella cena. Sono stato altre volte tra voi, anche in occasioni meno ufficiali, e sapevo che comunque sarebbe valsa la pena, ma non mi aspettavo che riuscisse così bene. Per la prima volta dopo anni ho riso di cuore, mi sono entusiasmato, mi sono anche commosso e per giunta, cosa mirifica, non “Baccho favente” (ho bevuto ben poco rispetto ai miei standard), ma per l’atmosfera gioiosa che si è creata, è lievitata e non ha più avuto cali fino a notte fonda. Quando, alle tre, ho inforcato la Vespa dopo l’ultimo “gaudeamus” e sono fuggito nella tiepida notte, l’ho fatto con rimpianto, ma anche con sollievo, per il vago timore che un finale diverso sciupasse l’incantesimo.

Chissà perchè succede che solo a certe cene, e non ad altre, si crei quella che io chiamo “la magìa”. Una volta mi accadeva più spesso di trovarla e di godermela, specialmente alle cene dei Clerici, poi sempre di meno anche a quelle, forse perché anche tra noi volpi l’età media dei commensali cresce di anno di anno, senza validi ricambi. Invecchiare è brutto comunque, ma l’invecchiare di un gruppo si nota nell’indulgere della maggioranza al ghigno snob di chi ha già visto tutto e non deve dimostrare più niente a nessuno. Non ci si sbilancia più, si sta attenti al momento giusto in cui buttarsi nella mischia, da consumati primattori non ci si regala più a vanvera.
E così va a finire che non si regalano più neppure gli altri, i caratteristi, le “spalle”, quelli su cui si contava per dare inizio ai fuochi o per farsi tirare la volata, e la sera s’ammoscia come un flan malriuscito. Man mano che le volpi smettono di remare, la barca giallonera procede sempre più lentamente, e “la magìa”scatta sempre più di rado…
Ma poi è vero, o è solo per me che non scatta? Forse le mie sono solo scuse, recriminazioni lamentose di un cinquantenne che non invecchia bene. In fondo quel “regalarsi agli altri” cercando di dare il meglio di sé, quell’entusiasmo naïf che, assecondato, era talmente contagioso da costituire il vero detonatore delle serate esplosive, non era altro che la gioventù.
 E siccome giovane non lo sono più, è perfettamente logico che mi diverta assai meno di quando lo ero. Aggiungi che nessuno mi sembra più patetico di chi si sforza di apparir giovane a tutti i costi. Io, almeno, la penso così. Infatti non m’incazzo quando mi danno del vecchio, non me ne frega niente della pancia, del doppio mento e dei capelli bianchi. Resto curioso della vita, ma da tempo ho già girato la prua della mia barchetta verso il porto. La mia giornata di pesca è stata lunga e fruttuosa, a ben guardare. D’ora in poi remerò piano verso riva e getterò ancora le reti, ma ho finito di scrutare l’orizzonte, di doppiare promontori, di cercare nuovi fondali.
Mi capita anche di ridere sempre meno. Non lo faccio apposta, è che proprio non mi viene. Intorno a me lo fanno ed io vorrei, Dio sa se vorrei, poche cose mi mancano come quell’abbandonarmi al riso fino alle lacrime, fino ad aver male alla pancia ed implorare ‘basta!’ come mi succedeva un tempo. Ma non ci posso far nulla, e odio anche sforzarmi, in queste cose.
Trovo insopportabili i divertimenti preconfezionati, i veglioni con trombetta, le barbecues sulla spiaggia con gli animatori del villaggio Valtur che ti cazziano se non balli intorno al fuoco, le sagre della frittella con lotteria. Poi però ci ripenso, e mi accorgo che sono ingiusto, che questo mio rifiuto è pieno di snobismo e di ipocrisia, perchè quelli in fondo sono solo piccoli pretesti offerti ai timidi e ai formalisti perché si lascino un po’ andare. Io non ho mai avuto bisogno di un pretesto per mollare i freni inibitori, ma non per questo ho il diritto di sfottere chi li cerca. Prendere le distanze da tutto l’ambaradan delle ‘feste comandate’ è tanto facile quanto scioccamente snob. Nel mio caso è anche ipocrita, perchè devo confessare di essermi divertito come un matto, da giovane, alle sagre paesane, alle  feste pubbliche, ai veglioni con trenino e cotillons. L’unica differenza è che non mi divertivo “solo” in quelle occasioni precettate, ma sempre e comunque, anche nei posti più sfigati e con le persone più tetragone. Perchè ero io la locomotiva del treno.

Adesso sono vagone, anzi, carro merci, di quelli che sferragliano e cigolano, e nessun bambino li conta quando passano e gli fa ciao con la manina, di quelli che servono a portare la roba da qui a là, meglio se di notte, e dopo se ne stanno quasi sempre fermi, mandrie silenti e rugginose negli scali di periferia.
Però mi ricordo che da piccolo, quando guardavo i treni che passavano davanti a casa di nonna Nora, a Laigueglia, ne vedevo di ogni sorta. Passeggeri, merci, misti (cioè con vagoni dell’uno e dell’altro tipo) ed anche locomotive da sole. E poi le littorine, che sembravano vagoni che andavano da soli, senza bisogno di locomotiva.
Chissà l’altra sera, tra i Tarocchi chi è stato locomotiva e chi vagone. Chi littorina e chi carro merci. Di sicuro il treno andava; oh, come andava, fischiando nella notte! Ed io mi son sentito un carro merci, ma leggero, di quelli fighi e colorati che non fanno quasi rumore mentre sfilano veloci, non li vedi mai fermi ad arrugginire negli scali di periferia, quando il tuo treno rallenta e stai per scendere. O se ci sono  pensi sempre che stiano lì per poco, giusto il tempo di caricare o scaricare, e poi subito pronti a ripartire.

 

 

 

 

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Una risposta a I canti non tornano

  1. brunello ha detto:

    Sarò “fuori”, ma nonostante i miei 70 compiuti mi sento ancora una locomotiva.
    Agli inizi della vita lavorativa, visti gl stronzi che circolavano, fui sicuro di fare carriera. Non per merito mio ma per demerito loro. Infatti così accadde.
    Bella la tua immagine del carro merci, ma tu sai di essere ancora una locomotiva.Quegli stronzi di cui ti parlo sono cresciuti, ma sempre stronzi.
    Quindi abbi fede caro Manlio!
    Ciao
    Brunello

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