Un artista

Quando ho iniziato l’Università alla Sorbona, nel 1964, c’era ancora De Gaulle all’Eliseo, i flic portavano le mantelle blu coi piombini cuciti nel bordo inferiore (per colpire i manifestanti roteandoli, durante le manifestazioni, invece di usare i manganelli), e Edith Piaf era appena morta l’anno prima di polmonite fulminante. Le sue canzoni risuonavano in ogni juke box dei bistrot, insieme alle prime dei Beatles, a quelle di Françoise Hardy (“tous les garçons et les filles de mon âge…”) e di Jacques Brel (“Le plat pays…”). Nel cuore del troisième arrondissement pulsava ancora l’enorme, ottocentesco mercato all’ingrosso delle Halles, stomaco e intestino di Parigi, dove io mi guadagnavo l’affitto della squallida stanza che abitavo (in un alberghetto di puttane e africani di rue de la Harpe, nel quartiere latino), scaricando cassette da cui ciulavo qualche mela per sfamarmi. Nei bistrot aperti tutta la notte (lungo i confini del grande mercato ce n’erano molti), arrivavano verso le 4 del mattino (quando io scaricavo già da 3 ore) allegre compagnie composte da belle donne ingioiellate in abito lungo e stola di visone, e da signori in frac o smoking, che finivano la nottata andando a gustare la “soupe à l’oignon” seduti gomito a gomito coi clochards e coi voyous, “pour s’encanailler sans payer cagnotte”, cioè per provare senza troppi rischi il brivido di mescolarsi alla canaglia.

Nessun posto di quella Parigi di quasi 50 anni fa è rimasto uguale. Le Halles sono state chiuse e spostate in banlieue. I turisti sono centuplicati. Ma l’ultima volta che ci sono andato (era il 2001…) ho ancora provato la gioia di assistere ad un evento magico, lo stesso che mi ero goduto per la prima volta 20 anni prima, e dopo allora sempre, ogni volta che andavo nella ville lumière. In realtà era solo una performance di “living theater”, teatro di strada, ma per me era di eccezionale e poetico livello. Nel 2001 non credevo di trovare ancora il suo creatore, invece c’era, proprio là dove l’avevo sempre visto, nel giardinetto di fronte all’ingresso del Centre Pompidou. Il “mio” artista di strada si esibiva tre o quattro volte al giorno. Assomigliava vagamente a Leoluca Orlando, ed era stato anche attore professionista (a me aveva detto di aver recitato nella Comédie Française), ma probabilmente aveva capito che si guadagna più per strada che nei teatri (che a Parigi sono tantissimi, anche di poche decine di posti). Lui davvero sapeva farti ridere, piangere, recitare, ballare, cantare… Ti stregava. Aspettava che gli si radunasse intorno il cerchio di passanti (tra cui, data la vicinanza del Beaubourg, molti turisti stranieri) e dava inizio ad una “pièce” di cui assegnava le parti agli astanti, scegliendo quelli più buffi ed impacciati. Aveva in mente una mezza dozzina di canovacci fissi.  I miserabili di Victor Hugo, Ginevra e Lancillotto, Cenerentola, eccetera… Naturalmente il riferimento al canovaccio era quanto mai vago. Le sue erano storie deformabili e deformate sul momento, a piacere, alla ricerca dell’effetto comico o poetico. Le scenografie erano dipinte dalle sue parole “qui c’è il ponte… là vedete il castello e le torri tra la nebbia… ecco che arriva la carrozza del re dipinta d’oro…” e lui le descriveva con frasi e mimiche così precise e persuasive, da scrittore nato, che ti sembrava proprio di vederle. Gli attori, come ho detto, eravamo noi, il pubblico. Ci sceglieva lui, assegnava i ruoli, dettava le battute, faceva ripetere più volte le scene come si fa alle prove d’una commedia, e soprattutto commentava ogni cosa ad alta voce e “da fuori” (un po’ come fa la Gialappa’s). Lo faceva al volo, e con sagacia fulminante, piena di riferimenti all’attualità.

Per farvi capire cosa intendo, se l’avesse fatto qui in Italia negli anni ’80 avrebbe detto a un attore “metta la mano nella tasca posteriore: c’è il portafoglio?”. Alla risposta “no” la sua battuta sarebbe stata, girando lo sguardo indagatore sul pubblico: “C’è dunque un socialista, fra voi!”. Alla risposta “sì” il contrario: si sarebbe messa una mano sul cuore e respirando di sollievo avrebbe detto “meno male, oggi non ci sono socialisti in giro!”. Nell’Italia del 2002 avrebbe certamente chiesto ad una mamma con bambino: “Che bel piccino, ha l’aria sana, lo porta qualche volta in montagna?” E alla riposta affermativa: “non a Cogne, spero!”. In quella del 2010 avrebbe chiesto l’età a una ragazzina e alla risposta (15, 16 anni): “perché ti fermi qui? Corri ad Arcore, se no trovi la coda!”
La sua mimica era degna di Dario Fo. Ogni suo commento valeva una battuta di Beppe Grillo. Un genio. E come tutti i geni, un po’ strambo. Non dava confidenza a nessuno, dopo lo show, neanche ai baristi e agli abitanti del rione. Se ne andava, e basta. Nessuno sapeva mai dire se sarebbe tornato o meno. Non aveva neanche orari fissi. A volte mancava per giorni. Ma prima o poi lo rivedevi arrivare. Si piazzava dietro le cabine telefoniche, e per un po’ si concentrava, seduto a terra, con la testa fra le mani.  Per caricarsi (e per incuriosire la gente). Ma siccome era conosciuto, e aveva dei fans come me che lo aspettavano, non aveva bisogno di molto tempo per vedere formarsi un bel crocchio di gente intorno. Allora si alzava e cominciava. Sempre con grande carisma. Per raccogliere i soldi, ad esempio, sospendeva la pièce all’improvviso e faceva personalmente il giro col cappello in mano, guardando fieramente gli spettatori negli occhi, uno ad uno. Se giudicava la questua insufficiente, era capace di sospendere la recita e far finta di andarsene, finché la gente lo supplicava di continuare, e per convincerlo riempiva abbondantemente il cappello quando lui, con finta riluttanza, rifaceva il tour.

 

 

Una volta mi fece fare l’elicottero. Era “in scena” la saga di Re Artù, e la parte di Ginevra era stata assegnata astutamente ad una giovane e grassa norvegese con le trecce. Una pacioccona che diceva le battute in un francese così goffo (battute che lui, a sua volta, ripeteva in caricatura, imitando la voce di lei e ampliando gli errori…) da far scompisciare la gente, già solo per quello. Un po’ come fa David Letterman nel suo “Late Show”, quando scende in sala a fare i quiz al pubblico, e rifà il verso a quelli che sono impacciati o parlano “strano”.  La “damigella” doveva salire a cavallo, per andare dal re. Il cavallo, però, era immaginario. Così quella aveva già volteggiato più volte la gamba destra a cerchio, con tutta la sua ciccia, facendo la torsione tipica di chi monta in sella, mentre lui fingeva di trattenere per la cavezza il focoso destriero, rinculando e riavanzando come un palafreniere del Palio prima della mossa. Intanto lo rabboniva ad alta voce: “Ehi! Ehi! Calmati, mio stallone! Che ti prende? Lo so che è grassa, ma non porta nemmeno l’armatura, cosa vuoi che sia per un cavallo come te? Sarai mica per caso un cavallo statale?”. Ogni volta che la biondona tentava di salire sul cavallo-fantasma, lui gridava: “pas comme ça, pas comme ça, demoiselle! (e lei si fermava imbarazzata, con la sua gambona a mezz’aria) “non così, signorina, lo fate imbizzarrire. E’ già terrorizzato dalla vostra mole!”. Lei non s’offendeva perché non capiva il francese, ma il pubblico sì, e rideva. Quando finalmente non la fermava, e quindi lei s’immaginava in sella al cavallo, lui si metteva una mano sugli occhi e rovesciava la testa all’indietro: “Mais noooon, mais qu’est-ce que vous faites, vous ne voyez pas que la tête du cheval est derrière vous?”. Le spiegava, cioè, che era salita al contrario. E il bello era che lei si girava a controllare se era vero. Guardava, cioè, dietro di sé la testa inesistente di un cavallo immaginario, con aria contrita e imbarazzata. La gente si torceva letteralmente dal ridere. E lui, con finta pazienza (“vedete cosa mi tocca sopportare! ” sembrava dire, alzando gli occhi al cielo) la faceva ridiscendere.  Allora lei per “smontare” faceva  la torsione della gamba al contrario, ma lui: “stooop! Non così, siete matta? Rischiate di prendere a calci la testa del cavallo, che è già nervoso di suo”. E quando finalmente lei tornava “correttamente” a terra, lui la faceva ricominciare, perché potesse montare nel verso giusto.
Quella volta dell’elicottero era successo che la walkiria aveva perso l’equilibrio “smontando” ed era scivolata a terra. “Holà, holà, quel accident, ne bougez pas, ne bougez pas – ne approfitta subito lui, pronto – il faut appeler le sérvice de secours, l’ambulance, vite… ne bougez pas” (ostia, che incidente, state ferma, non vi muovete… bisogna subito chiamare  il servizio di soccorso, l’ambulanza, presto… non vi muovete). Pensa tu! L’ambulanza, in pieno medioevo! E la trecciona, sempre più compresa nella parte, resta stesa per terra. Poi, mentre tutti ridacchiano, lui gira lo sguardo acuto tutt’intorno e vede me. Il mio trench di pelle grigia gli fa venire in mente il metallo, e quindi l’elicottero: “Voilà, quelle chance! Il y a just’ici un hélicoptère de secours… oui monsieur, vous êtes un hélicoptère, faites-nous voir!” (ecco, ma che fortuna! C’è proprio qui un elicottero di soccorso… sì, signore, dico a voi… voi siete un elicottero, fateci vedere)
Beccato. E così mi trovo sul “set” a girare su me stesso come un picio, con le braccia tese e allargate, facendo “fu fu fu fu fu” finché lui grida: “Stooop! Mais non, mais non! Pas comme-ça! Vous n’êtes pas un hélicoptère, comme ça vous êtes un train! (stop! Ma no… non così…. così non siete un elicottero… così sembrate un treno…) e tutti giù a ridere, mentre io lo guardo come un ebete. “L’hélicoptère – prosegue – fait pàta pàta pàta pàta pàta, il ne fatit pas fou fou fou fou!” Io ricomincio allora a girare come un pirla dicendo “pata pata pata pata”.  Lui mi osserva soddisfatto, io continuo, lui mi riguarda, poi si volta, e io… mi fermo.                        Aspettava proprio quello, il bastardo.

Si rigira di scatto, con aria preoccupata: “Holà, qu’est-ce qu’il y a? Le moteur s’est arrêté? Vous êtes en panne? A l’aide, à l’aide, l’hélico va précipiter!” (heilà, che succede? Si è bloccato il motore? Siete in panne? Aiuto, aiuto, l’elicottero sta precipitando!) dice scappando lontano da me, e tutti ridono. Allora io ricomincio a girare… pata pata pata…. lui me lo lascia fare per un bel po’… mi guarda, fa delle smorfie… io continuo, pata pata pata… lui guarda la biondona a terra, guarda il pubblico… io sempre pata pata pata… finché lui guarda l’orologio sul polso e sbotta: “Mais alors, monsieur, que faites-vous? Vous faites une promenade de plaisir avec votre bagnole, où bien vous venez ramasser cette jeune fille qui va mourir? (allora, signore, cosa fate? State facendo una gita di piacere con la vostra bagnarola, oppure venite qui a caricare questa ragazza che sta morendo?) e indica Ginevra, sempre a terra. Altre risate. Io capisco che ci son cascato di nuovo, e mi fermo accanto a lei. Lui la fa “resuscitare” (così l’elisoccorso non serve più), e il canovaccio prosegue. Però io resto lì in mezzo, nel set, come un merluzzo. Non so cosa fare. Non so se uscire, star fermo, ricominciare a fare fare pata pata…. Il contrasto fra il mio evidente imbarazzo e il mio aspetto di austero quarantenne (barba nera curata, pardessus in pelle…) dev’essere comico. 
Ed è proprio lì che il sadico mi aspetta al varco. Finge apposta di ignorarmi. Poi nella scena successiva, che si svolge al cospetto di Re Artù nella sala della tavola rotonda, mi guarda all’improvviso, come se non mi avesse mai visto prima: “Alors? Qu’est que ça signifie un hélicò dans la salle du trone? En plein moyen âge? Ah, bon! Bon! Maintenant j’ai compris porquoi tout à l’heure vous faisiez fou fou fou (Allora? Cosa mi rappresenta un elicottero nella sala del trono? E in pieno medioevo? Ah, ecco! Ecco! Adesso capisco perché poco fa facevate fou fou fou) e lì si batte l’indice sulla tempia, perché in francese fou vuol dire matto.  Rimango di nuovo buggerato come un tordo, ma mi diverto. Prima tu ridi degli altri, poi gli altri ridono di te, è come in goliardia. E’ quello il segreto. Un totale, complice coinvolgimento del pubblico. L’effetto è davvero uno spasso. Negli anni ’80  il mio artista aveva una zazzera foltissima, parlante, che lo aiutava nella mimica e lo rendeva carismatico come un direttore d’orchestra o un regista. Capelli neri, come i miei. Nel 2001, l’ultima volta che l’ho visto, li aveva ormai grigi, come i miei. Se oggi c’è ancora, li avrà ormai bianchi, come me. Se invece (come temo) non c’è più, sono comunque lieto di avervelo descritto, perché rappresentava bene quel misto di illusione e realtà, recita e verità, divertimento e impegno, preparazione e improvvisazione, leggerezza e ironia che io ho sempre inseguito come senso segreto della vita.
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4 risposte a Un artista

  1. manliocollino ha detto:

    (Posto a nome di altri, perché lo trovo un ottimo spunto di riflessione, il commento ricevuto su Facebook, senza citare il cognome dell’autore, di cui non ho l’autorizzazione).
    Ho letto con compunzione il tuo pezzo, Manlio. Così si fa per un amico FB importante. E ti dico un paio di cose, che mi sarei potuto risparmiare. Perché la storia, scritta bene benissimo, non ha acceso in me alcun campanellino sentimentale,… anzi. Disagio sì. Ed allora perché parlarne? Potevo glissare, mettere un “mi piace” senza impegno e via ad altro.
    Ed invece mi hai dato l’occasione di esprimere la mia antipatia per il teatro di strada nella forma che hai raccontato, e l’ostilità per ogni Candid Camera, da quelle di Nanni Loy a seguire e per le telefonate a sfottere all’ascoltatore ignaro (RDS: “Montalbano sono, ha pagato la bollettaaa?”). E’ lo scherno, si dice simpatico, a cui si sottopone un altro per far ridere il pubblico.
    “vai avanti, cretino, che a me mi vien da ridere!” funziona a teatro. Tra la gente no, secondo me.
    Quando a Berlino e Londra, Parigi l’ho cancellata per tre, dico tre, episodi sgradevoli, mia figlia di otto anni si attardava affascinata allo spettacolo sul marciapiede, io non vedevo l’ora che si stancasse. E se la chiamavano in mezzo al gruppetto di saltimbanchi temevo che prima o poi sarebbe toccato a me come padre, del tutto incapace di calarmi nella parte, qualsiasi parte, anche quella dell’albero immobile, figurati l’elicottero!
    Sono un uomo triste, depresso evidentemente, troppo serio, anche se mia figlia dice che mi comporto come un ragazzino, e mia moglie annuisce.
    E’ che non mi piace far ridere mettendo in burla un altro, farne scherno. Neanche Totò in strada mi piacerebbe, con noi accanto a lui a fare le spalle.Meglio allora che sia io a travestirmi da buffone. Il buffone di corte, ruolo nobilissimo e a rischio, attraverso cui si possono dire le verità che non si vogliono sentire.
    La gente semplice è ridicola in potenza, sempre. Tutti siamo ridicoli a voler indagare. Il nostro linguaggio, le nostre fisime, la nostra ignoranza, le nostre paure, la nostra presunzione. Siccome come Goethe penso: “L’uomo intelligente trova ridicolo quasi tutto, quello razionale quasi niente.” Da razionale non voglio tirar fuori il ridicolo da nessuno, sarebbe come abbassare i pantaloni ad un uomo di mezza età sulla pubblica via, solo per far ridere mostrandolo ridicolo a tutti. Non si fa.

    • manliocollino ha detto:

      Ecco la mia replica.

      Francesco, innanzitutto grazie per il tuo commento, che in realtà è una contro-nota piena di spunti di discussione intelligenti e interessanti. E’ rarissimo averne. E infatti io, che di solito non intervengo mai sui commenti, qui lo faccio volentieri sul tuo, per onorare chi, nonostante il disagio provato nel leggermi, si è speso da vero amico nel tentativo di spiegarmi questo disagio. Non ci siamo mai incontrati, ma sono fiero di averti nel “privé” degli amici ‘importanti’ della mia casa virtuale. E per quello che ho potuto capire dall’aver sempre letto i tuoi scritti su Fb, tu sei innanzitutto un uomo buono e intellettualmente onesto. Nei tuoi interventi non ho mai trovato cattiverie gratuite, facili moti di pancia, falsità più o meno abilmente mascherate. Pane al pane, sempre, ma con eleganza. Forse ti comporti a volte come un ragazzino nella vita, ma nell’intimo non lo sei. Lo si evince dal fatto che ti definisci razionale, alla fine. Io invece nell’intimo sono davvero un bambino, con tutte le mie cattiverie, le mie spontaneità e i miei stupori. Un bambino è tutto fuorché razionale. Intelligente, magari, sì, perché quella è una dote come la forza fisica, che in parte si riceve in dotazione alla nascita, e in parte si siviluppa con la scuola, l’applicazione e l’allenamento. Però si può essere intelligenti e irrazionali, intelligenti e bambini, intelligenti “di pancia” come me.
      Lo scherno per i difetti altrui o per le loro disavventure è una delle molle comiche più tipiche e ancestrali. Tutti sappiamo quanto è difficile trattenersi dal ridere quando qualcuno cade goffamente, o si pesta il dito con una martellata. E le prime comiche di Ridolini (dirette eredi della comicità circense) erano piene di inciampi, ruzzoloni, scivolate, gesti maldestri e torte in faccia. Forse perché ridere scioglie l’imbarazzo. Perché è catartico. Quest’ultima parola mi fa venire in mente una comicità più nobile ed antica, quella della satira e delle commedie. Ma non è qui il luogo per tirare in ballo Aristofane, i fescennini etruschi, le menippee, Orazio, eccetera. Mi basta pensare che calare le brache ad un uomo di mezza età sulla pubblica via per irriderne gli inestetismi fisici equivale a calarle metaforicamente ad un avaro o ad un’ipocondriaco, come ha fatto Molière, per irriderne gli inestetismi psicologici. La prima cosa non si fa, hai ragione. Per eleganza e per bontà. Si sa, ma non si dice. La seconda invece si fa per satira. Per innescare l’antica azione catartica del teatro. E dopo questa rapida spruzzata di consapevolezze dotte, lasciami dire con Shakespeare che la vita è tutta un teatro, in cui ciascuno recita una o più parti. Io sono sempre stato a mio agio in questo teatro, perché sono rimasto sempre bambino, come dimostra il mio essere goliardo nel midollo, aperto allo scherzo, disposto a ridere di me stesso (per potermi permettere di ridere degli altri) fino alla morte. Non mi sono mai preso troppo sul serio, Fra. Per quello mi piace correre dietro le bande degli alpini, guardare il teatro di strada ben fatto, e anche farmi ridere dietro a quarant’anni facendo l’elicottero.

  2. missis Horse ha detto:

    concordo con te, Manlio, Francesco è veramente buono e intellettualmente (e non solo) onesto ed anch’io sono orgogliosa di averlo come amico, un amico speciale.

  3. michele ha detto:

    Senza voler, deliberatamente, entrare nel merito della dotta diatriba tra Manlio e il suo amico, io ho trovato il pezzo gustosissimo: lo conoscevo già, ma è stato assai godibile rileggerlo.
    Saluti

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