Il come della rosa (1 – Laigueglia)

La mamma della ragazza che ha ricevuto il fegato di Titti, sei anni fa, si chiama Rosa, e questo è un nome che mi è mi è caro per molte ragioni. La prima ragione è che mi riporta ai tempi dell’infanzia, quando mia nonna materna (presso la quale, a Laigueglia, mia madre ci lasciava, noi tre fratelli, a svernare) aveva una serva che si chiamava Rosa, una montanara buona come il pane che ci ha fatto da tata. 

Non è “politically correct” dire serva, lo so, ma allora si costumava dire così, specie parlando in piemontese, e la fantesca-tata-cuoca-factotum non s’offendeva affatto, anche perché l’epiteto non ha in sé nulla d’ingiurioso (è latino puro) e oltretutto il termine “colf” era ancora ben lontano dall’essere inventato.
Rosa veniva da una piccola frazione sopra Dronero, il paese di Giolitti, e aveva un paio di tette maestose. Aveva anche una protuberanza bluastra sul labbro inferiore, una specie di fagiolino, che ricordo bene. Era vedova, ed aveva una figlia già grande, quindi penso che avesse intorno ai 40 anni, quando io andavo all’asilo di Laigueglia. Essendo emigrata per molto tempo in Francia col marito, parlava bene il francese (per quanto ne potessi capire allora io), ma come quasi tutti i montanari di allora si esprimeva molto stentatamente in italiano. La sua lingua madre era il piemontese, anzi, il dialetto di Dronero.
Non era un grosso ostacolo, quello, perché nonna Nora e nonno Manlio parlavano abitualmente la lingua piemontese fra loro, ed anche coi due figli (mio zio Gualtiero, l’architetto, e mia madre Fulvia). Naturalmente facevano lo stesso con Rosa, e si capivano benissimo, anche se lei non parlava proprio il torinese puro dei miei nonni, ma il piemontese del marchesato di Saluzzo, pieno di esse (“…a Salusses it manges, it bèives, it paghes nientes, për ‘na cotlà ‘t lamentes?” le diceva mio padre per prenderla in giro: “A Saluzzo mangi, bevi e non paghi niente, ti lamenti per una coltellata?).
Quando invece i nonni “ricevevano” (il che accadeva quasi tutti i giorni, o per l’aperitivo in terrazza coi vicini di villa, o per la canasta del pomeriggio, o per visite varie di cortesia) Rosa si “genava” (si metteva soggezione) degli ospiti, e tentava di parlare italiano. Gli esiti erano tragicomici: “Andove sono le masnaglie (le masnà, i bambini), madama? Sono in cusina che si demorano (se demeurent, giocano) con le bovatte (buàte, bambole) e hanno già fatto marenda…”. Oppure: “Màlio, (Manlio era assolutamente incapace di dirlo, anche se mio nonno si chiamava così e mia nonna lo chiamava per nome) non sautare pareglio di un cravotto (sàota nen parèj d’un cravòt, non saltare come un capretto), desnò robatti (se no cadi)”. Eccetera… Uno spasso. Aveva battezzato mia sorella Maria Consolata “la canarda” (dal francese canard, anitra), perché strillava come un’oca spennata appena la sfioravamo. In realtà, povera bimba, non aveva torto, perché Federico ed io, suoi fratelli maggiori, le facevamo ogni genere di dispetti e le infliggevamo i soliti soprusi infantili.
Un altro motivo per cui il nome “Rosa” mi è caro, è che da quando Maria Claudia è morta l’ho sognata una volta sola, e quella volta aveva una rosa rossa in mano, col gambo molto lungo. Per quello le porto volentieri rose così, alla palina dove ha sbattuto la testa. Non ricordo bene le fasi precedenti del sogno. So che ad un certo punto lei mi è apparsa dall’altra parte d’una larga strada. Usciva da un supermercato o da un grande magazzino, poi ha attraversato il corso per venire da me, mentre io le andavo incontro emozionatissimo. Quando l’ho abbracciata, piangendo, le braccia mi si son chiuse su se stesse, e ho stretto l’aria. Per la forte commozione, mi sono svegliato. 
Non l’ho mai più sognata come viva, da quella volta. C’è chi dice che si comincia a sognare l’anima cara perduta solo dopo averla “lasciata andare”, il che può avvenire anche dopo anni. In effetti ho sognato molte altre volte “a proposito di” Titti, ma non direttamente Titti. Nel senso che nel sogno ero consapevole che lei fosse morta, e parlavo di lei a terze persone, come defunta. Ma come si fa a “lasciarli andare”? E dove  vanno?
(segue)
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