Sul cappello che non portiamo

Come aperitivo, prima del post sull’adunata degli alpini di Torino, che sto ancora metabolizzando, ecco un quadretto del mio blitz a quella di  Cuneo, la penultima a cui ho partecipato. E’ il maggio 2007. Siamo in cinque, tutti goliardi, vecchi e giovani. Partenza in treno dal Lingotto, alle tre e mezza del sabato. Il caldo è infernale, perché i vetri sono sigillati e l’aria condizionata è rotta (carrozze nuove…), ma l’allegria contagiosa sopperisce al disagio. Dal piano superiore arrivano cori,  impossibili da raggiungere perché c’è una muraglia umana in piedi, fra le file dei sedili. Un’ora di viaggio, e finalmente arriviamo a Cuneo. Impieghiamo dieci minuti per raggiungere il piazzale della stazione dal binario, sottopasso intasato come all’uscita dello stadio, scaloni idem, si avanza pianissimo, eppure quasi tutti sorridono, nessuno si lamenta. Ci siamo. Ci siamo. Lo stato d’animo che leggo negli sguardi mi fa venire in mente l’arrivo alle ferie matricolari della goliardia cantato da Piero Finà nel “primo notturno d’autunno”. Giungemmo sempre da periferie – dove arrivava l’eco dei clamori – e l’euforia rapiva in un momento… Ci tuffiamo nel mare di penne nere, t-shirt sudate, bancarelle, richiami e musiche, risalendo il fiume di visi e dirigendoci verso il centro.
Flash di magia verso le sei. In un vicolo coperto, accanto all’osteria dello Zuavo, troviamo quattro alpini sui 60 anni che cantano in piedi. Basso, contralto, tenore e falsettista. Una serie di canzoni da pelle d’oca, appena sussurrate, come piace a me, ma ben amplificate dall’ottima acustica della volta bassa . I pochi che imboccano il budello sono subito  ipnotizzati e stanno zitti, lì. Solo qualche applauso (piano) fra un’esecuzione e l’altra. Mi unisco al basso, nel “bimbambimbaaa” di una canzone sarda (è facile: una nota sola), ma loro non devono gradire, perché non ne cantano più, dopo. Anche se accampano come scusa le ugole riarse, mi rimane il dubbio. Comunque la magìa, per esser  tale, deve durare poco.
Ci “ri-acclimatiamo” gradualmente al caos scolandoci quattro stupe di dolcetto (curiosa l’etichetta: una stampa antica con un abate che solleva la gonna alla fantesca…) nel cortile ombroso dello Zuavo, dopo averle ottenute con fatica dall’oste riluttante. E’ nervoso perché gli tocca mandar via gente di continuo (il locale è prenotato da mesi) e dire di “no” ai clienti non è mai bello. Pensa un cacciatore, di quelli che per sparare a qualcosa scarpinano giornate intere in lande povere di prede. Se un bel giorno costui ha la botta di culo, e a metà mattina si trova già il carniere pieno e le cartucce finite, è contento. Però… porta la mano lo stesso al fucile, anche se è scarico, e sacramenta come un portuale per ogni bestia che gli frulla davanti senza che lui possa sparargli…
Scolate le stupe… tanti passi, e tante soste, a guardare e ascoltare. Più avanti, nella sera, altri cori (meno sofisticati, più di gola e di contagio…) e una salciccia in una tenda, un tòco de torta in un’altra, e sàgia ‘sto vin, e senti che sgnapa…       Poi di nuovo a camminare…      A tarda notte, sotto i portici, brandelli di fanfare in concerto qua e là. Gruppetti di 5-6 fiati e un paio di tamburi, membri di formazioni più grosse. Tutti giovani che osano suonare – a una certa ora e ad un certo tasso alcolemico – anche il jazz. Tanto i “véci” (ovvero i membri più anziani della formazione) sono già in branda: “doman ne tòca sfilar de bon’ora, ostia!”…       Nei déhors dei caffè impazzano le fisarmoniche, soliste e in gruppi. La gente balla intorno, sulla strada, e l’alba arriva presto. Mi guardo intorno: sono tutti giovani e svegli. Loro ci sono abituati, a fare l’alba, perché ormai la “movida” in Italia è come il turno di notte alla Feroce: da dés a sés. Passano ancora, veloci ed eterei, gli alpini psichedelici (tuniche bianche da angeli, luci azzurre in mano, musica new age, rollers ai piedi e cappelli con la penna nera…). Un ologramma… Alla fine qualcuno pronuncia il fatidico  “bon: as va?”, e finiamo per avviarci, un po’ dondolanti, verso la periferia, in mezzo al gregge assonnato che riguadagna accampamenti e posteggi. Noi ci permettiamo ancora la gara d’autostop, a chi arriva primo ai posteggi (10 km dal centro). Niente navette, by night. L’alpino, di notte, dorme. E se è sveglio, marcia. Tutto si scioglie in un ritorno cauto e placido, stipati in cinque su di un’utilitaria arancione (la guido io, anche se non è mia) sperando di non incontrare pattuglie ed etilometri… La nebbia che levita sui prati, lungo la Reale, sembra tracciata con lo spray da un writer  minimalista.
Cornetti caldi a Carmagnola, mentre i primi brocanteurs montano i banchi. Cuori caldi a Torino, mentre le ultime gauloises smontano i bronchi. A Torino è stato tutto questo, ma moltiplicato per N . Ci ho nuotato dentro per tre giorni, e ricomincerei domani
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2 risposte a Sul cappello che non portiamo

  1. marco ha detto:

    Tutto fantastico!!! compreso il mais alla brace con burro e sale in Piazza Carlo Felice…e il tuo mantello di tessuto indefinibile a proteggerti dai 30° di domenica.

  2. michele ha detto:

    Parafrasando Fellini, mi vien da commentare: amarcord…anche se molto, di quel giorno, ha i controni sfumati dal dolcetto dello Zuavo; davvero erano le sei? Avrei detto le quattro, al massimo. La foto di te al cellulare, invece, la ricordo bene, essendone l’artefice.
    Saluti.
    Michele

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