Chi la fa non l’aspetta

In politica, l’antiqualcosa (antifascista, anticomunista, anticlericale, ecc…), quando denuncia i regimi a lui invisi, fa come il passante che giudica una rissa solo dagli ultimi colpi, senza tener conto della sequenza, degli antefatti e dello stato psicologico dei contendenti, senza capire davvero chi ha cominciato, chi è il provocante e chi il provocato. Il che è difficile come dire se è nato prima l’uovo o la gallina. Resta una sola cosa, certa: quasi mai nelle umane lotte la reazione è proporzionata all’offesa. L’antifascismo è giusta ribellione alla violenza nazifascista? Certo. Ma essa fu a sua volta la degenerazione di una (inizialmente legittima e comprensibile) reazione alle violenze sovversive dei socialcomunisti. Che però erano la giusta (o almeno prevedibile) ribellione delle masse contro il loro sfruttamento da parte di una borghesia capitalista. La quale tuttavia, a suo tempo, si era violentemente ribellata durante la rivoluzione francese del 1789, stufa di subire gli anacronistici privilegi dell’ancien régime. Eccetera… Vedete com’è facile allungare la collana, risalendo la storia? Il quadro sarà magari un po’ schematico, ma ci stiamo dentro tutti, destre e sinistre. E tutti abbiamo esagerato, una volta al potere, perché l’offesa esige vendetta anche dopo secoli. E’ dura dimenticare i torti subìti, e ancor più perdonarli. Moderarsi, nella vendetta è difficile. Ci piace offendere, ma non essere offesi; deridere, ma non venir derisi; spiare, ma non esser spiati. 
Ecco perché, ad esempio, si ridicolizza come superato e stantìo l’anticomunismo mentre si coltiva ancora con passione l’antifascismo. Il PNF è morto e sepolto da 66 anni, eppure la recente proposta di abolire il reato di apologia del fascismo (anacronistica sopravvivenza di reato d’opinione in un paese come il nostro che si pretende democratico) ha suscitato reazioni isteriche, anche fra i giovani di Fb.
Come nel lessico: l’uso univoco, ossessivo, violento e antistorico del termine “fascista” a furia di insistere è diventato un insulto, nell’uso comune. Come i compagni volevano. Per 66 anni è stato il loro modo di tenere la destra sotto schiaffo, ghettizzarla, escluderla dall’arco costituzionale. Ma se da destra si cerca di fare la stessa operazione col termine “comunista” (come fa Berlusconi) scatta la derisione. La sinistra “non ci sta”. Inutile dimostrare, dati alla mano, che il comunismo è stato peggio del nazismo, che ha fatto più morti, che fa ancora danni nel globo con governi e simboli, mentre il PNF è scomparso. Non basta. La ritorsione paritetica non viene accettata. Le vengono opposte beffe, lazzi, battute piene di sarcasmo (“certo… noi mangiamo i bimbi”), perché i rossi non mollano. Hanno lavorato duro per decenni, e vogliono l’esclusiva dell’insulto. Nessuna par condicio.
Tutti pretendiamo che le nostre offese recate siano presto perdonate e dimenticate, e in ogni caso considerate come legittime reazioni a presunte offese subìte, delle quali però teniamo ben desta la memoria. I compagni vogliono che siano perdonate le BR (che hanno ancora lasciato a Mirafiori scritte e messaggi di morte durante l’ultimo referendum pro o contro Marchionne), ma fra 13 giorni, il 25 aprile, saranno tutti in piazza con la bandiera rossa a ricordare  le vittime partigiane. Così facendo, le contese si trascinano per secoli: il Vaticano non può dirsi ostile ai matrimoni gay senza che i compagni tirino fuori Guelfi e Ghibellini, Cavour, Porta Pia, i Patti Lateranensi… dimenticando la loro tanto sbandierata (strumentalmente, in chiave antileghista) unità d’Italia. E chi assiste, chi legge, chi vota, chi ascolta i talk show e chi li fa, chi insomma dovrebbe giudicare queste liti, non vuole la chiarezza. Non pensa quasi mai di cambiare idea o campo. Se lo fa, lo fa solo per tornaconto materiale, se no resta di là, tra i rossi, dove ci sono i soldi, i privilegi, il potere. Ci resta anche solo per moda, per appeal cultural-salottiero, della serie “ci ho il Suve la colf filippina in nero, ma sono di sinistra”.
L’esempio migliore di questo è il sostanziale silenzio dei media sul processo a Soria, l’intellettuale rosso che ha rubato miliardi col Premio Grinzane mentre umiliava i domestici e i collaboratori come schiavi (violenze sessuali comprese) senza che i magistrati, tutti attenti al bunga bunga, se ne accorgessero. E’ così che la collana dei torti si allunga nel futuro, all’infinito.

 

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Una risposta a Chi la fa non l’aspetta

  1. brunello ha detto:

    Bravo Manlio! Leggerti è sempre un piacere!
    Peccato che, sembra strano visto che sono per lo più in pensione, mi manca il tempo.
    Sarà che l’anzianità rallenta tutti i movimenti! Speriamo non il cervello……
    Ciao.
    Brunello

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