Stormi e cieli diversi

Quando studiavo alla Sorbona nel 1964 (e al maggio francese mancavano ancora 4 anni) in Italia gli adolescenti chiamavamo già “matusa” i genitori. A Parigi però erano più perfidi: li chiamavano “bepesé” (BPC, acronimo di “bon pour les crysanthèmes”) oppure “pepeàsce” (PPH, acronimo di “passeront pas l’hiver”, non passeranno l’inverno). E’ sempre stato un problema superare l’inverno per i vecchi. Per quello, oggi che inizia la primavera, voglio congratularmi con quelli di loro che ancora una volta ce l’hanno fatta. Quest’anno, più che il freddo, li ha falcidiati l’influenza A/H1N1(virus bastardo, recidivo, tachìss), ma i media non potevano dare spazio alle migliaia di sue vittime: erano troppo occupati con Ruby Rubacuori. L’anno scorso, in compenso, di fronte a molte meno vittime, strillavano alla pandemia di “suina”. Lo facevano per giustificare i governi che avevano sprecato oceani di soldi nel vaccino Novartis. Non solo noi: tutti, da Obama a Sarkozy, alla Merkel, comprarono centinaia di milioni di dosi, rimaste per il 95% inutilizzate. “Principio di precauzione” dissero. Un principio che, stranamente, quest’anno non valeva più…
Bon. Pensavo ai vecchietti scampati all’inverno guardando il cielo di oggi. Mi accade sempre più spesso di guardare in alto. Una volta lo facevo meno, perché il testosterone s’appendeva al mio sguardo e lo abbassava su curve di passaggio, o visi ostili. Ora, man mano che l’ormone cala, l’occhio sale e si posa sui frontali delle case (quante ringhiere liberty, ogive barocche, cornici medioevali ho scoperto su facciate guardate tante volte senza vederle!), vola sui tetti ed oltre.
In quello schermo da infiniti pollici che è il cielo (su cui la natura proietta film sempre nuovi ogni stagione, giorno ed ora) non mi sfugge più nulla, una nuvola, una scia, un volare d’uccelli anche lontano. Amo i decolli improvvisi degli stormi, quando i piccioni appollaiati sui tetti o i passeri posati sui fili come note sul pentagramma partono di colpo tutti insieme, per andare a posarsi chissà dove. Penso a questi improvvisi frulli d’ali quando apro il giornale e scorro i necrologi, che nella buona stagione sono meno, mentre d’inverno (specie dopo ondate di gelo o picchi d’influenze) sono di più. Pagine intere di anziani che se ne stavano appollaiati sul filo della vita sperando di dare il benvenuto a un’altra primavera ancora, e invece hanno dovuto volar via.

Ma quella almeno – rifletto – è una morte normale. Non come quella seminata in queste ore sulla Libia da altri stormi di sinistri uccelli d’acciaio, mandati dagli stessi governi che l’anno scorso compravano i vaccini per evitarla. Un solo, unico filo lega i due misfatti: l’interesse materiale, truccato da ideale umanitario. Il testosterone residuo ricomincia a girare e il mio sguardo, appesantito, vola basso di nuovo. Su, mi han rubato il cielo. Me lo stanno chiamando flying zone.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Stormi e cieli diversi

  1. brunello ha detto:

    E stato un vero piacere leggere queste tue righe.
    Grazie!
    Ciao
    Manlio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...