Grandi mostre, grandi code

L’ultima mostra del Caravaggio che ho visto è stata a Napoli nel 2005, al Museo di Capodimonte. Alla chiusura il Mattino tirava le somme: “Dalle due alle tre ore, il tempo per arrivare alla biglietteria. Almeno un’altra per raggiungere le stanze dedicate al Merisi”. Ci sono stati 200mila i visitatori paganti, più un 10% di omaggi. Queste 220mila persone, divise per i 92 giorni della mostra, portano ad una media di quasi 2400 al giorno, cioè 240 all’ora, 60 per sala (delle quattro dedicate al Caravaggio), otto davanti ad ognuno dei 30 quadri esposti.
Sarebbe stato un affollamento sopportabile per poterli veder bene, se alle grandi mostre la gente arrivasse e si muovesse a flusso costante. Invece, come succede per il traffico in autostrada, procede a grumi. Troppi visitatori nei week end e nelle ore centrali della giornata, pochi nei giorni feriali e nelle altre ore. Quando ci sono andato io era il penultimo giorno, e c’era una calca inverosimile. Tutti prenotati da mesi. Non è troppo doversi fare quattro ore di coda dopo aver prenotato? La ragione della coda, però, era stupida e semplice: all’entrata c’erano solo due cassiere a dare i biglietti, ed erano incaricate anche di vendere il catalogo e noleggiare le audioguide. Tutto questo (è un mio sospetto) serviva per far scorrere a lungo la coda davanti ai banchi del merchandising (libri, Dvd, foulards, cartoline, souvenirs…) sperando di vendere qualche euro in più di quella paccottiglia. Ma nutro anche un altro, peggiore sospetto: che in molte “grandi mostre” la coda sia provocata apposta, per motivi di immagine. Perché i Tg la mostrino. Perché i media ne parlino. Così la gente corre: coda lunga = mostra ganza, devo assolutamente andarci, perché fa “in”.
E’ la sindrome da discoteca che invade l’arte. Per i bronzi di Riace a Firenze si picchiavano, mentre adesso che sono fissi in Calabria non ci va nessuno, a vederli. Anche le decine d’ampie sale del museo di Capodimonte, piene di capolavori sicuramente all’altezza di quelli caravaggeschi, erano semideserte in quella mattina del 2005. Pur potendo visitarle con lo stesso biglietto, la gente, dopo aver visto il Merisi, scappava via. Per la cultura aveva già dato. E per la coda, pazienza, tanto fa fico. La coda c’è anche davanti ai locali notturni più trendy, anzi, lì c’è pure il buttafuori che fa come Minosse, tu puoi entrare e tu no, in base a misteriosi criteri suoi (bellezza, sesso, look, notorietà…) e tratta tutti a pesci in faccia. A Capodimonte non c’era ancora, il Minosse. A quando, la sua adozione nelle grandi mostre?
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Una risposta a Grandi mostre, grandi code

  1. Zoe ha detto:

    Non capisco bene se gli strali siano mirati al pubblico consumista, agli organizzatori, ai media, o a chi gestisce i musei e i relativi bookshop…
    Sono stata spesso infastidita anch’io dalla disorganizzazione e dall’ineducazione (eufemismo per ignoranza), ma penso comunque che sia meglio si accalchino durante il weekend davanti a un Caravaggio, piuttosto che davanti alla tv… chissà che un raggio sfuggito ai suoi meravigliosi chiaroscuri non illumini le menti pecorecce!
    Z

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