Indennità di esistenza

Nell’imminenza del referendum su Mirafiori alcuni intellettuali di sinistra parlavano, su Radio Capital (che a dispetto del nome è tra le più rosse), di mercato del lavoro. Auspicando la sconfitta di Marchionne, esecravano il divario fra le nuove, aleatorie forme contrattuali di oggi e il vecchio contratto collettivo ‘sacro e intoccabile’. Ad un certo punto una testa d’uovo (… ma sì, diciamo d’uovo) ha proposto di dare 500 euro al mese a chiunque abbia un reddito inferiore ai 50mila euro l’anno, senza chiedere in cambio alcuna prestazione. Tale “assegno di cittadinanza”, secondo quel genio, risulterebbe meno umiliante del sussidio di disoccupazione, che è legato al lavoro, perché sarebbe vincolato alla sola esistenza, che deve essere garantita a tutti su una base minima di accettabilità. Poi, chi vuole, si stacca da quel livello lavorando, secondo le opportunità che gli si offrono e capacità che ha. Ganza, l’idea! I soldi, però, chi li mette? Capisco che il lavoro sia ritenuto oggi una condanna e non più una fortuna come una volta (e ciò in fondo è in linea con la dannazione di Adamo nella Bibbia: “col sudore della fronte mangerai il pane”), ma in ogni caso non è un’invenzione dei padroni. Certo, riducendo le pretese si può anche farne a meno, del lavoro, come i barboni, i punk, gli zingari e in genere coloro che vivono di scarti altrui e di questue, ma quella è una scelta parassitaria, impossibile senza una società disposta a farsi parassitare. 
Le condizioni di lavoro, ormai, sono sempre più globali e meno legate ad usanze, necessità ed aspettative locali. Se ormai il 90% dei paesi ha un’economia di mercato (in alcuni più aggressiva e “neoliberal”, in altri più ammorbidita da ammortizzatori sociali), se i capitali d’investimento (e, ahimé, soprattutto di speculazione) circolano ormai liberi e in tempo reale per tutto il pianeta, è impossibile resistere aggrappati a sistemi alternativi, per salvare eden assistenziali (ma anche cartelli e monopoli) che hanno fatto il loro tempo. La sinistra, unita solo dall’odio per Berlusconi, potrà anche tornare al governo promettendo ai salariati un welfare eterno e intoccabile (anzi, migliorabile con l’assegno di cittadinanza), ma si romperà il muso contro l’economia globale dei futuri decenni. Per fortuna che gli operai di Mirafiori l’hanno capito in tempo.
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6 risposte a Indennità di esistenza

  1. Marco ha detto:

    I rossi di economia non capiscono un … uovo!!

    Cerea

  2. Ettore ha detto:

    Ciao Manlio,

    volevo fare un’ osservazione riguardo la scelta del “no” al referendum di Mirafiori.

    Se la scelta di votare “no” è legata alle solite logiche per cui si deve fare la guerra ai padroni e lottare contro l’imperialismo capitalista e borghese, è chiaro che è meglio che abbiano vinto i sì. Almeno si può pensare di vedere ancora qualcuno investire su Torino.

    Se invece dietro la scelta di votare “no”, c’è l’idea di dire: caro Marchionne, non poter accettare condizioni lavorative peggiori di quelle attuali, perché ritengo di poter vivere una vita migliore facendo una scelta diversa, allora questo “no” mi intriga e desta ammirazione (anche se dubito che ce ne siano stati).

    Mi piace pensare che qualcuno possa accettare di uscire dalla logica del lavoro salariato e tornare, ad esempio, ad un’economia agricola di autosussistenza o, comunque, pensare a qualcosa d’alternativo al lavorare sempre di più, per poter guadagnare sempre di più, per poter consumare sempre di più, per continuare a lavorare sempre di più!

    Ettore

    • manliocollino ha detto:

      Dubito fortemente che la molla che ha indotto quasi metà degli operai di Mirafiori a rispondere “no” sia stata “uscire dalla logica del lavoro salariato e tornare, ad esempio, ad un’economia agricola di autosussistenza o, comunque, pensare a qualcosa d’alternativo al lavorare sempre di più, per poter guadagnare sempre di più, per poter consumare sempre di più, per continuare a lavorare sempre di più”.
      Quel “qualcosa di alternativo” è il problema su cui si stanno spremendo le menti più illuminate della sinistra, senza riuscire a trovare il bandolo pratico, prima ancora che teorico, della matassa.
      Il consumismo (lavorare per consumare e consumare per lavorare) è la formula che regge da un secolo l’economia occidentale, e ora si sta diffondendo senza ostacoli anche in quella metà di mondo (Cina + India + tigri asiatiche + Brasile + Cile) che si affaccia al benessere dopo secoli di miseria.
      Con tutti i suoi danni collaterali (inquinamento, nevrotizzazione da competitività esasperata, emarginazione dei più deboli) il consumismo è la formula economica che negli ultimi 50 anni ha migliorato le condizioni di vita (dove più e dove meno, ma sempre in modo sicuro e documentato) delle popolazioni più povere. Magari solo di riflesso, ma l’ha fatto.
      Va governato nei suoi aspetti più inquietanti (signoraggio monetario, speculazione finanziaria su titoli, valute, materie prime e merci…), ma finora non è stato trovato nulla che possa sostituirlo con pari efficacia.
      Marchionne ha solo messo in evidenza l’inutilità dannosa di rimanere avvinghiati a situazioni contrattuali (diritti… orari… privilegi… paghe) maturate in un periodo in cui le valvole dei vasi comunicanti tra i paesi di livello economico molto diverso erano ancora chiuse, e c’era chi quei diritti e quelle paghe non poteva neanche sognarseli, pur lavorando il doppio.
      Ora che i vasi comunicanti sono stati IRREVOCABILMENTE aperti dalla globalizzazione, bisogna prepararsi all’irrompere schiumoso e gorgogliante, sul mercato del lavoro, di tutti quei bisogni negati o compressi per secoli, che spazzeranno via privilegi altrettanto secolari, fino ad equilibrare tutte le economi sullo stesso livello.
      L’ho già scritto, ma lo ripeto sempre: sarà già tanto se ciò potrà avvenire senza drammi biblici. Se cioè una qualche ‘governance’ planetaria (va bene anche l’Onu, il Fmi, il G16, persino la Trilateral e il Bildelberg) riuscirà a controllare il fenomeno, neutralizzandone le pericolosissime componenti ideologiche, religiose ed etniche. Altrimenti sarà difficile evitare guerre mondiali o rivoluzioni sanguinose (di cui abbiamo un esempio, in questi giorni, negli stati africani mediterranei).

  3. Michele ha detto:

    Alla magistrale precisazione di Manlio, aggiungerei che il contratto di Mirafiori, salvo alcune questioni più di principio che altro, non contiene alcunchè di epocale, limitandosi soltanto a prevedere una maggiore flessibilità da sempre presente non già in Cina, bensì nella gran parte delle piccole fabbriche dell’indotto Fiat.
    Inoltre la formula turbocapitalistica ad apparente circolo chiuso (e vizioso) “più lavoro più consumi più lavoro” è speciosa, poichè risulta di empirica evidenza che la capacità di smarcarsi dallo scacco economico a cui l’Europa è sottoposta dalle Tigri asiatiche è correlata all’incremento della produttività, non della produzione: in Germania gli operai non ruscano più dei nostri, ma guadagnano di più; come mai?
    Infine, ci sarebbe da specificare meglio cosa DAVVERO volesse Marchionne con il nuovo accordo aziendale, ma questa è un’altra storia sulla quale non mi dilungo perchè ho già occupato troppo spazio.
    Saluti.
    Michele

  4. Ettore ha detto:

    Buongiorno Michele,
    mi potrebbe chiarire meglio perchè il meccanismo “più lavoro più consumi più lavoro” sarebbe “ad apparente circolo chiuso”? A me pare strettamente a circolo chiuso.
    Se devo essere sincero, l’ultima cosa che vorrei che facessimo, sarebbe proprio quella di correre dietro alle “Tigri asiatiche” Non vorrei prorio nè aumentare la produttività (maggiore efficienza del processo produttivo, intendeva questo?), nè aumentare la produzione (maggiori risorse dedicate al processo produttivo, intendeva questo?).
    Io vorrei che si maturasse la consapevolezza che non si può “cresere” all’infinito.

    Saluti, Ettore

  5. Michele ha detto:

    Buongiorno a lei, Ettore.
    L’ “apparenza” risiede nel fatto che, come cercavo di spiegare, una crescita virtuosa (cioè che non limita le condizioni di vita dell’uomo al mero lavoro) ed in linea con l’aggressività di una competizione globalizzata si fonda non sull’aumento del prodotto in ragione di un incremento del lavoro, bensì di un potenziamento del valore aggiunto di quel prodotto a parità di lavoro impiegato: questa è, sebbene in termini atecnici, la differenza tra l’aumento di produzione e l’aumento di produttività. Sempre in modo un po’ atecnico, in effetti potremmo intendere la produttività (non il prodotto) anche come l’ha definita lei (maggiore efficienza del processo produttivo).
    Convengo sul fatto che la maggiore produttività non nega la logica consumistica, nè le correlate implicazioni di una spinta alla crescita; ne costituisce, invece, un miglioramento. Ma quest’ultima considerazione è, evidentemente, una mera opinione personale.
    Saluti.
    Michele

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