Chicchi e righe

Regola d’oro del blogger: per far digerire meglio i post seriosi e politici, bisogna intervallarli con altri leggeri e spumeggianti, come bicchieri di lambrusco che sgurino l’esofago e nettino la lingua tra un salume e un cacio. Cazzeggeremo quindi sui comportamenti buffi degli umani. Ce ne sono tanti! Vediamone alcuni, che traggono la loro inconsapevole vis comica dalla smaccata incoerenza Quelli, ad esempio, di chi va in palestra (e paga abbonamenti carissimi) per tenersi in forma faticando, ma poi cristona se trova un ascensore guasto. O si compra il grattaformaggio elettrico per evitare la dura fatica di grattarlo a mano. Tipiche, in quello, le madame in rischio-disfacimento ma ancora fighe. Quelle che mettono la sveglia un’ora prima per fare la cyclette, quelle che si strapazzano di jogging, massaggi, diete e ginnastiche d’ogni tipo per tenersi in forma, e poi, pur di non fare due passi in più, mollano i loro gipponi chiusi a chiave con le quattro luci lampeggianti in doppia fila, o di traverso sui marciapiedi, o davanti ai passi carrai. E mica perché hanno fretta: perché sono stronze, e basta. Infatti le vedi tornare tranquille, chiacchierando al cellulare e ignorando la lunga fila d’automobilisti inferociti che strombazza. Salgono a bordo con calma, senza degnare di uno sguardo o di un “mi scusi” il poveraccio che suona da mezz’ora perché deve uscire dal portone.


Altro comportamento incoerente: i prestiti di cose. C’è quella che si vergognerebbe come una ladra a chiedere in prestito una borsetta o una sciarpa, ma trova normalissimo farlo con i libri: «E’ bello l’ultimo di Eco? Allora passamelo, appena l’hai finito». Come se mangiassero solo i fabbricanti e i negozianti di abbigliamento e accessori, e vivessero d’aria gli scrittori, gli editori e i librai. Sono usanze, queste, che alla lunga infastidiscono o danneggiano qualcuno. Ve ne sono poi altre, ugualmente incoerenti, che non danneggiano nessuno, ma sono buffe lo stesso: una per tutte, il modo con cui gli italiani si rapportano al caffé, sia in casa che fuori. Avete presente quei pranzi o cene di pura ostentazione, con tanti invitati e troppe portate, quelli dove si spendono fortune in cibi rari e vini da enoteca, e intere portate rientrano in cucina intonse, accompagnate dai “grazie, non ce la faccio più” dei commensali? Bene. Se vi ricordate, la padrona di casa, alla fine, fa la conta: «Chi vuole il caffè? Tu? Tu? Allora, solo nove? Nessun altro?» come se farlo per venti, avanzandone qualche tazza, fosse uno spreco intollerabile. E ancora: a casa, nostra o altrui, ci va benissimo il caffè della moka, ma al bar tiriamo scemo il povero barista col caffé espresso. C’è chi lo esige normale, chi decaffeinato, chi d’orzo, chi cortissimo, chi basso ma non troppo, chi lungo, chi ristretto con acqua bollente a parte, chi macchiato caldo con o senza schiuma, chi macchiato freddo, chi doppio ristretto in tazza grande, chi corretto in una gamma praticamente infinita di liquori… Sono i misteri del caffé. Equivoco, se ci pensate bene, fin dalla forma del chicco…
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