Caffé con zucchero

Nei resoconti sulle alluvioni che hanno colpito i paesi asiatici più poveri facendo decine di migliaia di morti, la gente sta scoprendo l’acqua calda, e cioè che le cosiddette “tigri asiatiche” (i paesi ad alto tasso di sviluppo colpiti dal disastro), hanno una massa di derelitti che vive ai margini d’un neo-benessere riservato a pochi. Nei talk show televisivi l’economista di turno dice che è illusorio pensare di colmare col turismo esotico “facile” (cioè non più riservato ai paperoni, ma esteso ai ceti medi della borghesia occidentale) il gap fra le due economie. Dice anche che ci vorranno tre generazioni perché i camerieri dei turisti che vanno nei paradisi tropicali raggiungano i livelli di benessere dei loro clienti, e tre secoli perché ciò accada nei paesi più arretrati, come la Somalia.
Può darsi. Ma se il turismo cessasse, le generazioni necessarie alle “tigri” per colmare il gap diventerebbero sei, come i secoli per le nazioni-paria. Lo scopriamo ora, che nel mondo ci sono divari economici abissali? Il problema della globalizzazione è proprio quello: governare il delicato fenomeno di vasi comunicanti che li sta riequilibrando. Chi ha meno avrà di più, ma chi ha di più avrà meno, e siccome non ci sta, invoca più barriere doganali e meno immigrazione. Vuole, cioè, chiudere i vasi comunicanti. Andrà già di lusso se l’osmosi avverrà senza troppe guerre, terrorismi e drammi ecologici.
Il capitalismo ha bisogno di correttivi (liberismo, sindacati capaci di farsi rispettare, serie leggi antitrust), ma la storia ha dimostrato che il suo opposto, il collettivismo di stato, non funziona. A parte il discorso (basilare) della libertà oppressa nei paesi a regime marxista, non è vero che esser povero fra poveri è meno brutto che esserlo fra i ricchi. Quel che conta è che esista l’effettiva, ragionevole speranza di poter migliorare il proprio status. Se c’è quella, la povertà risulta meno ostica in occidente perché è vissuta come transitoria, come base di partenza. Più dura è, più slancio dà verso il traguardo del benessere. La speranza e le sue sorellastre (invidia e ambizione) sono il vero caffé che ti sveglia, nella vita. L’ottimismo alla Tonino Guerra è solo lo zucchero.
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Una risposta a Caffé con zucchero

  1. Zoe ha detto:

    Tema complesso. Ispira, più che un commento, una riflessione a latere, sul “traguardo del benessere”. Visto dagli economisti, che lo traducono in reddito pro capite, ha una valenza che definirei virtuale, perché sempre e solo statistica. Visto dalle persone che l’hanno raggiunto – da noi occidentali – più che come diritto a godere di libertà e di importanti servizi (scuole, sanità, ecc.) viene percepito come possibilità di concedersi il superfluo (tecnologia, automobili, griffe…). E forse è proprio questa percezione che viene esportata col “turismo esotico facile”. Il risultato è un consumismo di bassa lega (e basso costo, per noi, ma non per loro) e uno scimmiottare i visitatori nell’abbigliamento e nelle abitudini.
    Quasi quasi sarebbe meglio impiegarci tre millenni, ma elaborare un percorso che tenga conto delle radici di questi Paesi, piuttosto che trent’anni, con valori d’importazione e violenze culturali.

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