Vite di vite

Nelle città cresciute troppo in fretta ci sono differenze eclatanti di stili e dimensioni, nelle case. A Torino, oltre l’antica cinta daziaria, in quella che una volta fu periferia ed ora è quasi centro (Santa Rita, Cenisia…) ci son villette ad un piano costruite ai primi ‘900 (quelle con la facciata marron-viola di mattoni a vista e la base grigia in finto bugnato), circondate e soffocate dai palazzi di 8-10 piani esplosi dopo gli anni ’50. Sui loro cortili incombe una muraglia di cemento vivente fatta di balconi con tendoni, ringhiere,  biancheria stesa e, di sera, finestre accese su tinelli e cucine. D’estate vedi gente affacciarsi e andare avanti e indietro, magari in cannottiera e mutande, o donne trafficare in sottoveste. L’impressione, se tu mangi giù in basso nel cortile della tua villetta, è di farlo nella platea d’un grande teatro immaginario, sotto palchi gremiti di curiosi.
Forse il nonno di Paola, quando comprando la villetta aveva piantato l’uva americana e l’aveva fatta correre per fili e tralicci fino a formare una ‘topia’ (pergolato), lo aveva fatto per crearsi in cortile un angolo di verde sotto il quale ripararsi dal sole, ma con l’avvento dei palazzi quel verde era diventato ancora più prezioso, perché riparava anche dagli sguardi curiosi dei ‘palchi’. Era un rifugio sotto il quale, d’estate, era bello cenare e cantare tra amici fino a tardi. E siccome siam gente che canta piano e bene, di rado arrivano proteste, anzi, qualcuno s’affaccia persino ad ascoltare (dà più noia l’audio delle Tv che rimbalza a volume esagerato dagli interni aperti). Solo una notte (ma erano le tre…) qualcuno ci mandò la pula, che ci identificò e ci ordinò di smettere, ma non ci multò. Oltre al riparo, poi, la vite offriva ad ogni autunno vendemmie generose di uva fròla, che Paolo ci regalava a casse dopo aver provato senza successo, una volta, a ricavarne vino bevibile (quel vino tuttavia lo distillò, ottenendo una branda mica male). Poi un inverno chiamò a potarla un giovane rumeno forte e volonteroso, ma totalmente incapace, che la massacrò. Invano aspettammo, le stagioni dopo, che la povera pianta si riavesse. La produzione di grappoli calò, il tralci non ripresero più a correre…
Era chiaro che la vite “pativa”, anche se nessuno pensava che morisse. Invece se n’è andata. Magari non è stata neanche colpa della potatura drastica, magari le radici hanno incontrato una falda profonda avvelenata dagli scarichi abusivi di qualche laboratorio viciniore… fatto sta che la poveretta è diventata sempre più vizza e  gialla, finché è morta. Di grappoli non ne aveva già più fatti, l’anno scorso. Però morendo ci ha fatto una sorpresa. Paola, guardando con dolore rassegnato le foglie che diventavano marroni in pochi giorni, ha scovato su un tralcio laterale (prima nascosti dalle foglie malate) tre grappoli maturati fuori stagione. Spogliata dal vento del suo fogliame secco, la vecchia vite aveva offerto i suoi estremi frutti. Quasi dei figli. Grido d’identità, gesto d’amore, regalo di congedo a chi l’aveva allietata tante volte cantando. Tre grappoli maturi e neri, a Luglio, quando le altre viti americane li hanno ancora acerbi e verdi. Mi è venuta in mente Paola Breda, quella donna di Pieve di Soligo che nel 2007, scopertasi malata di cancro a metà gravidanza, rifiutò la chemio per non danneggiare il feto, ben sapendo che ciò le sarebbe stato fatale, e morì pochi mesi dopo aver partorito. Ho detto a Paola di farli seccare, quei grappoli, e appenderli in taverna. Che ci sentano cantare ancora un po’, finché la voce tiene.

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3 risposte a Vite di vite

  1. maria pia ha detto:

    quando ho comprato la casa in cui vivo, c’erano tante viti, ma una sola di uva fròla,
    che morì quasi subito in un inverno gelido e siccitoso. forse anche lei era stata potata
    male. chiesi aiuto ad un amico che ha la vigna ed arrivò con quattro piantine nuove.
    una l’hanno sradicata i miei cani selvaggi, ma le altre portano tanti grappoli da farti
    venire davvero in mente di farci il vino. e nel sapore ritrovo l’infanzia, quando tutti
    quelli che avevano un cortile ci tenevano la topia di uva americana ed un fico e al
    pomeriggio tardi si sedevano a chiacchierare con un bicchiere di vino, due fette di
    salame e quattro acciughe al verde.

  2. Brunello ha detto:

    Bravo Manlio,è da un po’ che non ti leggo e sentivo bisogno delle tue parole.
    Ciao
    Bruno

  3. achma ha detto:

    ci mancano i tuoi post..

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