Il Piave mormora altre cose

Si vede da certe piccole cose che l’età media di noi “professori” della Lenguazza è… diversamente giovane. Una circolare interna della Polifonica diceva oggi che al raduno per celebrare l’anniversario dell’arresto sul Piave dell’avanzata austriaca dopo Caporetto erano in così pochi che non hanno neanche suonato. Dò ombre, dò ciàcole, dò canti, e bon. Anche io mi ero ricordato del Piave il 24 maggio (una data che ai giovani non dice niente) per una specie di riflesso automatico. Maggio è il mese delle rose e delle spose, anche della Madonna se volete, ma per i “diversamente giovani” come me porta un nome che fa ancora e sempre rima con passaggio: “Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio, dei primi fanti il 24 maggio…”.

Quel fiume-simbolo mormorava, nel 1915, al passaggio delle prime truppe italiane dirette al fronte dopo la dichiarazione di guerra di Vittorio Emanuele III (lui che era quasi nano, e sua moglie Elena di Montenegro che invece era una stangona, erano stati ribattezzati dall’arguzia popolare “Curtatone e Montanara”…) a “Cecco Beppe” (Francesco Giuseppe d’Asburgo), lo stesso imperatore d’Austria-Ungheria che da giovane aveva ceduto il Lombardo-Veneto al nonno di Curtatone, “Tòjo barbison” (Vittorio Emanuele II di Savoia) dopo le guerre del Risorgimento. Cecco Beppe, quello che aveva sposato Sissi, cugina di Ludwig di Baviera, il re gay innamorato di Wagner… basta, basta, se no mi ci perdo dietro queste storie che mi salgono alla mente dal canestro della memoria legate fra di loro come ciliegie, e mi fanno sembrare la storia così corta…

Il Piave mormorava calmo e placido, dunque. E per la metrica va bene, ma nella realtà per sentirlo avrebbero dovuto fermare la colonna almeno un attimo, col casino che c’era su quel ponte, tra il rimbombo delle arcate, lo zoccolìo dei muli, il rotolìo dei cannoni ippotrainati, l’ansimare dei primi camion Fiat BLR e delle trattrici Breda, il passo cadenzato degli scarponi chiodati della buffa (“E dèh tu Austria che sei la più forte – su fatti avanti se hai del coraggio – ché se la buffa ti làssia ‘l pasàggio – noialtri alpini fermarti saprem…”). Niente. Non si ferma il flusso dei ricordi. Arriva direttamente su dal cuore e dai racconti di mio nonno Manlio, che guidò uno di quei camion per tre anni su quelle strade militari di montagna scavate di fresco, senza muretti né paracarri, tortuose e strette lungo pareti e precipizi. Guidava e piangeva, guidava e schiacciava i feriti che si buttavano davanti al cofano e imploravano ferma! perché il tenente urlava no, avanti! e così ogni corpo un sobbalzo, ogni sobbalzo un morto, e lui ne uscì sconvolto al punto che non volle mai più stringere un volante tra le mani, per tutta la vita, e si pagò sempre un autista finché visse…

Chi è nato fra le due guerre mondiali ne ha sentite, di queste storie. Quando ero bambino, in villeggiatura, smettevo di giocare apposta, prima di cena, per correre all’osteria a sentire i vecchi che le raccontavano, e sorrido pensando che quei “vecchi” erano tutti più giovani di me adesso. Più nessuno li ricorda, i 600mila morti della ‘grande guerra’, oggi. Né il 24 maggio (anniversario dell’inizio) né il 4 novembre (anniversario della fine vittoriosa). Solo io, i professori della Lenguazza e la gente della nostra età. E anche gli alpini, i grandi protagonisti di quella guerra di montagna, che ormai fanno raduni nazionali sempre meno canori e meno affollati da quando è stata abolita la leva, e non so per quanti anni terranno duro a farne ancora. Ma pazienza. Tutti i raduni cessano. Anche quelli dei garibaldini cessarono, un bel giorno, e finiranno presto anche quelli dei partigiani. La ruota gira. Ogni sobbalzo un addio…

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6 risposte a Il Piave mormora altre cose

  1. Zoe ha detto:

    Questo post mi ha riportato a galla un ricordo tenerissimo dei miei genitori, uno scherzo tra di noi.
    Da quando sono andata a vivere da sola tutti gli anni il 24 maggio telefonavo a casa loro per cantare “Il Piave mormorava…”. Non importava chi rispondesse al telefono. Se era papà intonava a gran voce e sentivo la mamma in distanza fargli eco, ma se era lei se la godeva a gola spiegata ed era lui il coro.
    Z

  2. E.Raser ha detto:

    mio nonno , Gaspare Martorana, ha lasciato a me , per testamento, le medaglie conquistate con la presa del Monte Sabotino.
    E, diceva, erano proprio gli Alpini ad ostacolare la Fanteria.
    Io feci la visita di leva il 20 giugno 1966, a Forlì.
    Per un virus contratto nell’infanzia mi dettero dichiarazione di RIFORMA.
    A nulla valsero le mie proteste: se ero in grado di guidare perfettamente una macchina, ero anche in grado di guidare un carro-armato.
    Nulla, poichè non potevo correre e scappar via, non rientravo nelle tradizoni dell’E.I.
    Il giorno dopo, al Bar Goliardo in Bologna, illustri medici, tal Alberto Galli e Giuseppe Lazzerini, accertarono che non ero stato riformato affatto, ero esattamente quello che ero entrato, anche i cm dei lardelli della pancia erano esattamente gli stessi.
    Il 10 settembre 2001, scrissi al’Ufficio di Leva, qui in Ancona, con fotocopia della dichiarazione di riforma.
    Come potevo assumere un altra forma ?
    Ma manco se vado in palestra tutti i giorni.
    Io chiedevo di essere clonato, per assumere un altra forma, poichè debbo andare a fare il militare , per partecipare ala Guerra Santa,
    Non mi hanno ancora risposto.
    Dicunt…..non è d’accordo il Papa.
    E chi cazzo se ne frega?

    • manlio collino ha detto:

      Non ti conosco, Mario, ma ho imparato dai tuoi commenti a questo blog che sei stato e rimani un grande goliardo, e tu sai che per me è il massimo dei complimenti. Riguardati, là in basso. Ci è rimasto fregato anche Gianni Agnelli…

  3. dado ha detto:

    bei tempi quelli… continuo a sperare che prima o poi tornino. Comunque vergognoso il comportamento dell’Italia nella grande guerra, peggio di una baldracca rubentina

  4. E.Raser ha detto:

    il fittoncino lo tengo nell’ovatta.

  5. Marco ha detto:

    Mi hai fatto tornare alla mente mio nonno, classe 1898, Cavaliere di Vittorio Veneto, che ha combattuto a Caporetto, salvandosi e rischiando la fucilazione perchè scambiato per disertore.
    Bene, tranne pochissime e rare volte, non voleva mia raccontarmi nulla della guerra, mi diceva solo “la guera l’è ‘na roba brutta”. Probabilmente ciò che ha dovuto vedere, e fare, non lo ha mai più lasciato.

    Cerea
    Marco

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