L'ex Pontefice che ha nutrito il Pontefice

Ho un caro fratello in goliardia, ex Pontefice del Corno e Commendatore di Santa Caterina, nonché nobile di antica schiatta sabauda. La scorsa settimana mi ha invitato a cena nel suo attico arredato con gusto raffinato, mobili antichi, quadri d’autore alle pareti, vista spettacolosa sulle Alpi. Chiacchierando in terrazza, durante l’aperitivo, vengo a sapere che è stato lui a curare protocollo, menu e mise en place del pranzo del Sommo Pontefice, quando è venuto per la Sindone. C’erano solo trenta commensali alla tavola di Papa Ratzi, nell’Arcivescovado (in maggioranza Cardinali), e il mio amico era fra loro (Vittorio Emanuele, Marina Doria, Emanuele Filiberto e John Elkann, per dire, sono rimasti fuori). Scopro anche che sarà presto nominato Cavaliere dell’Ordine di San Maurizio e Lazzaro; si sta facendo cucire il ricco mantello di velluto rosso con la grande croce mauriziana bianca ricamata sul dorso, per l’investitura che avverrà fra qualche settimana a Ginevra. Sorrido tra me, pensandoci: ci hanno sempre derisi, noi goliardi, per i paludamenti, i collari, le pergamene, i riti… e poi guardali lì, i potenti: fra grembiulini, cappucci, mantelli, collari, spade, compassi… non si fanno mancare proprio nulla. Noi, almeno, lo facciamo per scherzo…

L’anfitrione e sua moglie sono adorabili e l’ospitalità è di livello eccelso. Fanno girare fra i convitati il guest book rilegato in cuoio, col menu della cena vergato ad inchiostro (penso di stilografica: nero di seppia e penna d’oca sarebbero puro esibizionismo filologico) in calligrafia. Due champagnes come aperitivo, e come stuzzichini vol au vent con mousse di robiola, tortino salato di ortiche e Castelmagno, mini-involtini di peperoni arrosto ripieni di bagna caoda (in cestelli di foglia secca di palma), code di gamberi braisés e infine (stranezza mai provata prima) dadi di gelatina di vermouth. Siamo dieci a tavola e ognuno ha il posto marcato dal segnaposti. La tovaglia è in lino grezzo stampato a mano (pezzo unico), il sottopiatto è in cristallo con lo stemma di Casa inciso a sabbia. Una siepe di calici davanti al piatto, grande candelabro d’argento a quattro bracci acceso a centro tavola, pronti, via. Il padrone di casa, in camicia e cravatta allentata (per indurre chi vuole a mettersi a suo agio), va e viene dalla cucina indossando un grembiule nero con pettorina. Ci serve lui personalmente, o meglio riempie i piatti, e noi ce li passiamo. Questo sì che è chic! Qualsiasi notaio oggi ha il filippino con la coreana a righe e i guanti bianchi, o noleggia per la serata il cameriere ‘volante’ in smoking crème. Invece qui cucina e serve lui. Ometto l’elenco delle portate, tutte eccelse come i vini (Ruché sui primi, Barolo sul secondo, Moscato sul dessert, tutti Docg). E chi fuma può farlo beatamente tra una portata e l’altra, anche se né l’anfitrione né sua moglie fumano, perché è lui stesso a suggerirlo, ponendo accanto ad ogni piatto un piccolo posacenere di cristallo.

La cena fila via tra dotti conversari, battute spiritose, commenti ai piatti e complimenti ai cuochi. Dopo il caffè e i liquori partono anche i canti. Eppure… mi scopro ad avvertire, almeno all’inizio, un impalpabile senso di disagio. Amo fraternamente il padrone di casa, ma non il suo stile di vita. Trovo strano che viva così un goliardo, e lui lo è stato e lo è, non vi son dubbi. Al suo matrimonio gli avevo fatto uno scherzo rimasto famoso: al banchetto (super elegante) ci eravamo presentati, noi tre pontefici prima di lui, vestiti da clochards, con tanto di barbe finte e abiti sporchi, portandoci dietro due barboni veri. Avevamo mangiato nelle latte vuote dei pelati Cirio, ruttando e dicendone di tutti i colori. Lui, anziché prendersela, si era divertito come un matto, e aveva fatto casino con noi. Ma avevamo vent’anni, allora. La vita, poi, prende strade diverse.

C’è chi cura la forma, l’etichetta, la carriera, la vita di società, le buone relazioni, gli incarichi di prestigio, e chi come me se ne frega, cura pochi amici giusti coi quali sfottersi a vicenda e sbeffeggia chi si prende troppo sul serio. I nostri parrebbero binari destinati a non incontrarsi, e invece eravamo lì, quella sera, entrambi a nostro agio pur con stili di vita diversi. L’accurata perfezione della cena (‘corretta’ da tocchi di cordialità e semplicità che a mio avviso sono quelli che trasformano l’arida correttezza formale in vera eleganza) è stato il piatto il più prezioso che ci è stato servito: il ‘sacro’ da dissacrare. Come fai a goderti il pollo mangiato con le mani o la mela morsicata se prima non sei stato costretto ad armeggiare con le posate su entrambi? Mi è bastato pensarci e il disagio si è sciolto, lasciando il posto alla gratitudine.

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3 risposte a L'ex Pontefice che ha nutrito il Pontefice

  1. Carmen ha detto:

    Vedi Manlio, io penso che in te, che sei una persona aperta, curiosa,,burlona,
    ma coltissima riesci a sdoppiarti secondo le situazioni.
    Per me, resta cosi’.
    Un caro saluto
    Carmen

  2. marco ha detto:

    E se fosse che il tuo fratello di goliardia abbia voluto giocarti lui uno scherzo ?
    Sapendo che sei un uomo di piola, secondo me, si è voluto divertire come un matto nel
    vedere quanto i tuoi occhi avessero potuto tradire il disagio di fronte a tanta raffinatezza.
    D’altronde la goliardata che gli hai riservato al suo matrimonio , meritava una giusta
    vendetta.

  3. E.Raser ha detto:

    LEGGERE E’ CONOSCENZA
    CONOSCENZA E’ POTERE
    IL POTERE CORROMPE
    LA CORRUZIONE E’ UN CRIMINE
    IL CRIMINE NON PAGA

    ….ergo….se leggi vai in bancarotta

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