Parlami d'a mole, Manliù

Ho studiato a Parigi e ci ritorno spesso, vi posso quindi confermare che sono molti i parigini che non han mai visto la loro città dall’ultimo piano della Tour Eiffel. Come del resto sono molti i torinesi che non sono mai saliti sulla piattaforma panoramica della Mole Antonelliana, dove parte la guglia. Torino, che una volta era chiamata “la piccola Parigi”, ha sulla sorella maggiore transalpina due vantaggi (serbatis distantiis, naturalmente): a parità d’atmosfera “da capitale” (maestosa eleganza architettonica, larghi viali alberati, lunghissimi e alti portici, ampie ed eleganti piazze, grandi parchi lussureggianti, fiume largo e navigabile), per poter essere ammirata dall’alto possiede una collina (come Budapest), e per chiudere il fondale del suo regale panorama ha la collana scintillante delle Alpi. A Parigi mancano, le Alpi. E infatti, quando sei sulla cima della Tour Eiffel, se non c’è il sole ad orientarti ti sembra d’essere sul cassero d’un albero maestro, in mezzo all’oceano. Nelle giornate di pioggia guardi in basso e tutto sembra uguale come il mare, nelle foto che scatti lo sfondo urbano è indistinto, confina dappertutto col cielo grigio ed è difficile capire nelle foto quali arrondissements hai ritratto, se non li conosci bene. A Torino invece ti orizzonta lo sfondo delle alpi, che se sono innevate resti a guardarle ipnotizzato tanto sono belle, rosa al mattino, bianche e scintillanti di giorno, arancioni di sera nell’amplesso col sole che tramonta e le incendia.

Se poi è primavera, come adesso, e la collina ad un passo (che sembra quasi di toccarla) verdeggia d’erbe fresche e foglie cangianti appena nate, la goduria per gli occhi è totale e rende bella persino, a immaginarla, la città di sotto, immenso campo arato con tetti rugginosi come zolle e lunghe vie diritte come solchi. Vie che a pensarci (ma il pensiero è zavorra in quei momenti, e fa perdere quota al cuore mongolfiera) sappiamo essere sporche e frequentate male (almeno alcune, ahimé, tra le più belle d’un tempo) per colpa di chi ha lasciato per incuria che ciò accadesse. Tuttavia la città è e resta bella, a dispetto di tutto, con o senza Fiat, grazie ai marocchini finti (termine scherzoso per lavoratori meridionali di pelle scura e lingua ignota) che l’hanno resa ricca durante il boom, ed ora grazie ai marocchini veri (termine generico per lavoratori africani di pelle scura e lingua ignota) che rendono vivace Porta Palazzo, e non solo di mali affari, ma di sudore, lavoro e forte umanità. Metà di quelli che ci porgono la frutta nei mercati, ormai, sono africani, e non hanno trovato grande resistenza, ad insediarsi. Le grida piemontesi della mia infanzia (béi pruss, fomnëtte!) avevano già lasciato luogo negli anni ’70 e ’80 a quelle “mandarine” (cient’au chile ‘u mellone, nu reggàaalo!). Ora la maggior parte dei richiami ha l’accento strascicato dell’arabo, perché la vita del mercato è dura, come la terra è bassa. Se non ci fossero loro la verdura resterebbe nei campi e Porta Palazzo sarebbe semivuota. Forse. Però sarebbe sempre bella, dall’alto.

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2 risposte a Parlami d'a mole, Manliù

  1. marco ha detto:

    no Manlio col meridionale non ci siamo!! “ue ue u meloni a centu liri u chilu” andava meglio!
    Bel post. E’ azzeccatissima la chiosa finale, giusto ricordare che in mezzo a troppi
    farabutti, ci sono anche delle gran brave persone ,che alle 2 di notte cominciano il duro lavoro del mercato.

  2. missis Horse ha detto:

    Brav Manliù! 🙂 Sempre molto vivi e colorati i post che fanno parte di questo peculiare filone
    “…Però sarebbe sempre bella, dall’alto.”
    Questo “dall’alto” può dare adito ad erronee interpretazioni…

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