L'osteria di Liliana

Pausa distensiva, raga. Oggi postiamo in tuta da jogging, non in tuta mimetica. Francesco Valentino, che mi apprezza in quanto sincero ed anticonformista, non immagina neanche quanto lo sia anche nella vita quotidiana. Voglio darne la prova ripescando negli archivi una lettera che scrissi anni fa alla tenutaria di una fiabesca piola situata in seconda cintura, all’interno di un’antica scuola elementare rurale in disuso. Non credo che tante persone, dopo essere andate in trattoria, scrivano all’oste. Io sì, se mi gira e mi son trovato bene. Se mi son trovato male, invece, glie lo dico subito. E’ bene che l’oste abbia il suo feedback, anche se mi danno fastidio quelli che ogni 10 minuti si avvicinano al tavolo belando “tutto bene?”. Già con quello si rivelano osti della lippa, perché l’oste barbìs lo capisce da solo e da lontano, se va bene. Gli basta uno sguardo. Senza contare che al ristorante, anche se mangio e son servito bene, mi manca sempre la ‘variabile-conto’ per poter dare la valutazione finale. Inutile cissarmi prima. I peuss ëdcò ess-me trovà da pocio, prima, ma se peuj l’òsto am ciola, mì ‘m anràbio. E s’im anràbio, adèss ch’i l’hai le piume grise, digerisso mal (da giovo i digerìa fin-a i ròc…). Se qualcosa nel cibo e nel servizio non va bene, e tu me lo chiedi durante il pasto, delle due l’una: o faccio il  diplomatico (cioè mento e rispondo “tutto bene” per star tranquillo) oppure te lo dico in faccia e ad alta voce, cosa non va, ma allora sono cazzi tuoi, perché mi sentirà tutta la sala. Quindi è meglio che gli osti mi girino alla larga, mentre pitto. Al massimo gli scrivo dopo. La lettera, se mi sono trovato davvero bene, sarà più o meno come questa.

Cara Liliana,

mi sono svegliato senza cerchi alla testa né pesi sullo stomaco, pur avendo mangiato nel suo ristorante la lonza con l’erba cipollina, le trote in carpione e un memorabile fritto misto di bontà e leggerezza eccezionali. Ciò è merito sicuramente del barbera genuino che servite in quelle splendide ‘stope piemontèise’ di vetro nero e spesso, a culo cavo (che ieri sera ho onorato scolandomene personalmente ben due), ma anche della sua ottima cucina, fatta con ingredienti di prima qualità. Ho voluto scriverle perchè le sono grato di poter vivere, nella privilegiata veste di cliente, questo particolare momento del suo locale, da lei appena rilevato. So che non durerà perchè, anche solo per un fenomeno di passaparola, la sua piola sarà ben presto gremita ogni sera, il che la indurrà magari a tentare l’impresa con qualcosa di più grande e meno sperduto fra i campi. Chi verrà dopo di lei, come chi l’ha preceduta, non sarà sicuramente alla sua altezza. Non avrà il suo garbo, né il suo sorriso, né la sua abilità ai fornelli. Certo, la vecchia scuola di campagna continuerà ad avere il suo fascino, specialmente per noi cittadini, immersa com’è nel verde del mais, con l’odore di stalla che aleggia e la gente semplice del posto che gioca a carte o a bocce, ma non ci sarà più lei, Liliana. Ci saranno sempre un salame della Metro, una pastasciutta scotta al sugo di barattolo, una fetta d’arrosto scaldato con patate unte, un dolce della Bindi, grissini in busta e una bottiglia etichettata di barbera  industriale, il tutto magari anche a buon prezzo, come in cento altre piole, ma non ci sarà più lei né le sue soavi amiche che servono ai tavoli leggere come rondini. E quando non ci sarete più voi, non varrà più la pena di far tanta strada per venirci, perchè il posto non sarà più ‘speciale’ com’è adesso. Adesso venir da lei e’ una festa del corpo e dello spirito. Ogni volta un’emozione nuova. A parte il suo barbera (complimenti a chi ha avuto la sapienza per cercarlo, il palato per assaggiarlo, l’esperienza per capirlo, l’intelligenza per comprarlo e la pazienza per imbottigliarlo all’antica in ‘quelle’ bottiglie) che da solo vale la gita, non ha idea, Liliana, di quanto io apprezzi le sorprese dei suoi piatti semplici ma sfiziosi, ogni volta diversi,  preparati con le verdure degli orti vicini, col burro delle stalle (alla faccia delle odiate ASL), con la sua abilità, ma soprattutto con il suo amore. Si capisce che fare questo lavoro le piace, e finché dura è una specie di miracolo che mi voglio godere, considerandomi, una volta tanto, un privilegiato.

Ho passato la vita ad arrivare in ritardo sulle cose belle. Mio padre mi portava, bambino, a vedere il Toro sgangherato degli anni ’50 al Filadelfia, sempre in bilico sull’orlo della B… una sofferenza. E quando perdevamo mi parlava, per consolarmi, del ‘grande Torino’, dei campioni che avevano vinto cinque scudetti di fila, ma che purtroppo non avevo fatto in tempo a vedere perchè erano tutti morti a Superga pochi anni prima. Quando avevo dodici anni, i primi peli sul pube e le mani inquiete sotto le lenzuola, la Merlin chiuse i casini. Così passai l’adolescenza a sentir magnificare dagli amici più grandi quei paradisi di lussuria a me negati per soli quattro anni di ritardo. E così ancora per tante altre cose. Arrivo all’università, mi tuffo nella goliardia e la trovo in regresso, però piena di ‘anziani’ che favoleggiano dei ‘tempi d’oro’ di qualche anno prima, quando alle feste delle matricole a Padova o  Bologna si contavano fino a trentamila feluche in piazza. Vado in Sardegna, e mi dicono che “non è più quella degli esordi turistici, splendida, ospitale e incontaminata”. Di ogni ristorante che mi ha deluso o mi ha lasciato indifferente trovo sempre paladini pronti a giurare che “fino a poco tempo prima era fantastico, credimi, si mangiava bene e si pagava poco, poi la voce si è sparsa, l’oste si è montato la testa…”

Stavolta no, bòia fàuss. Con lei, Liliana, ce l’ho fatta, finalmente. Sono arrivato nel posto giusto al momento giusto. Come l’amore, come tutte le cose, sono convinto che questa non durerà, o almeno non durerà così magica com’è adesso. Mi rendo conto che dev’essere durissima per lei, tutta sola là dietro tra i fornelli. Ma lei è resistente, l’ho vista dopo il servizio giocare a bocce tutta allegra con i soci del circolo, e ho capito che è della razza piemontese di una volta. E’ stato comunque bello esserci arrivato in tempo, da lei, e aver avuto il privilegio di godere il momento magico del suo debutto nell’arte antichissima dell’oste. Che deriva da latino “hospes”, ospite. Per quello ogni volta che vengo da lei mi sento veramente suo ospite, e trovo nella sua accoglienza, nel suo sorriso, nella cura con cui è stato scelto e preparato ciò che mangio e bevo, la stessa affettuosa attenzione che troverei venendo a trovarla in casa sua. Ancora grazie, a lei e alle sue rondini

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9 risposte a L'osteria di Liliana

  1. Zoe ha detto:

    Ma se uno ci va adesso la Liliana c’è ancora o siamo fuori tempo massimo?

  2. missis Horse ha detto:

    certamente anche la signora Liliana si sarà sentita una privilegiata nel ricevere un’inaspettata lettera farcita di un contenuto, così schietto e gustoso, come i piatti da lei preparati!

  3. Domenico ha detto:

    Hai un’idea di quanti inviti a pranzo (o a cena) riceverai solo per la speranza di ricevere una lettera di ringraziamento autografa di quel tipo?
    Considerami pure il primo della lista…a patto che ti presenti con quel pullover e quella cravatta…

  4. michele ha detto:

    In riferimento al commento 1 di Zoe:
    ecco, appunto, caro Manlio, ragguagliaci un po’ su questa opportuna domanda.

  5. Dado ha detto:

    indirizzo!!!!

  6. Roberto Sallier ha detto:

    Come Dado, chiedo pure io: dov’è?

  7. Dado ha detto:

    Dio, quelle due bottiglie scure nella foto… e quella di grappa poco più in là….e non fare il prezioso, Manlio!

  8. achma ha detto:

    …pensavo fosse un campo di girasoli, poi ho messo gli occhiali e ho visto che sei tu,
    con la giacchina primaverile. Bella, me la presteresti una di queste sere quando vado
    a cuccare con le vecchie amiche…
    Achma

  9. Dado ha detto:

    Ecchecca…

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