Il citofono

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Ci son giorni in cui suona al citofono dei sensi un piacere antico, stampato in qualche remota spirale del Dna, e reclama impertinente il diritto di farsi udire a tutti i costi, anche da chi è distratto, o preso da urgenze più prosaiche. Giornate che è impossibile ignorare quel piacere, anche per chi, preso da faccende o magoni, quasi non lo riconoscerebbe, lì per lì. E’ l’arcaico piacere della primavera che torna, talvolta con rialzi di temperatura repentini, grazie allo scirocco (nonna Africa non ci manda solo barconi stipati, ma anche carezze d’aria calda che prendono la rincorsa dai deserti per atterrare ancora tiepide sui nostri alberi indecisi), talaltra con ondivaghi ritardi tra brividi e tepori altalenanti, come quest’anno di piogge e tardive nevi basse, che la natura pareva già sapesse in anteprima del vulcano islandese, tanto che persino le siepi non si decidevano a vestirsi, sembrava che dicessero fra loro (come noi) ma guarda tu che tempo matto, frigo di notte e forno al pomeriggio, non so cosa mettermi e comunque non lo porto ancora in tintoria, il cappotto, pensa che al mare ho ancora il piumone sopra il letto…

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Ma ormai Maggio è alle porte, ragazzi, e la collina s’è fatta di un verde tenero con macchie di colore prepotenti qua e là, anche se a guardarla da vicino è piena d’alberi piagati e piegati dalla neve, di rami ancora penduli, di moncherini squarciati, o corretti da potature fuori ordinanza. Le ultime nevicate di metà marzo hanno lasciato il segno, e le ferite si vedono dovunque. La giovane magnolia rosa ha un grosso ramo spezzato, e la siepe al cancello è fiaccata, forzata giù che quasi mi mostra le radici, il tasso ha brecce nel suo manto ovale verde cupo, ed anche il noce, i pini, e mille altri alberi nei boschi, nei giardini o lungo i viali.

Ora è tutto dimenticato, però. Gli alberi sanno tollerare le intemperie, non sono mica brontoloni come noi. Eccoli infatti stiracchiarsi al sole, imbrufolarsi di gemme, muover linfe e radici al languido tepore e rapidi vestirsi. L’odore della terra in fermento invade le narici prima ancora che l’occhio registri il trionfo dei fiori più precoci. Un altro inverno scampato! Questo grida in silenzio il cromosoma, pigiando il nostro citofono dei sensi e reclamando contezza. Questo è l’urlo silente che filtra dalle caverne di un Dna immutato nei millenni. Nel succedersi lento delle ere fu sempre una specie di miracolo, per l’uomo, scampare all’inverno. Ecco perché i nostri geni primordiali lo festeggiano ancora. Ecco perché suonando i campanelli del soma ne invitano le cellule a vibrare, a rallegrarsi per esser vive, per aver resistito al grande freddo. Or venga pure maggio, e luce e caldo con lui! Venga con cacce, frutti, cibo, amori e vita! Fanculo l’Ejafjallajokul. E anchel’Hekla, l’altro vulcano che si sta svegliando. Ne ha visti così tanti, il nostro antichissimo Dna, di vulcani in eruzione, che non si lascia certo rovinare la festa da due monelli islandesi.

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4 risposte a Il citofono

  1. missis Horse ha detto:

    è una primavera amena e fragrante quella a cui hai dato forma… grazie… la tua innata raffinatezza estetica mi aiuta ad assaporare, con più consapevolezza, le più recondite sfumature

  2. Dado ha detto:

    Primavera, sole e tepore così agognati che me li sto godendo più del solito!
    Adoro i lunghi inverni.

  3. Fufu' ha detto:

    Caro Manlio, questi sono i tuoi post piu’ belli….. anche perchè non hanno i commenti degli amici rossi…. forse perchè in questi articoli non possono insultare nessuno…. o forse non li capiscono neppure…..
    Ciao con affetto Fufu.

  4. Tarvingoss ha detto:

    Io la butto in politica lo stesso: Eja! Eja! Eja!… Fjallalà!
    E il “jokul” ce lo teniamo per dopo, chè non si sgàira certo il bocoun d’el preive!

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