Note sulla goliardia fiorentina, bolognese e torinese

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Zeus e il Gran Maestro del Fittone Franco Grandi, nel 1984

Frugando fra i miei files ho trovato questa lettera scritta giusto 10 anni fa al Pari di San Salvi Cesare Calamandrei, direttore del Museo Stibbert di Firenze. La copio nel blog perché contiene alcune mie considerazioni generali ancora oggi attualissime, oltre che interessanti retroscena della goliardia “meno nota”. Attenti, che è lunghetta. Chi non è proprio del “giro” goliardico farebbe meglio a non leggere questo post.

Torino, 4/1/2000             Caro Cesare, sono lieto di aver finalmente incrociato, a Firenze, il tuo sguardo buono, di uomo giusto. Sono lieto anche di aver conosciuto la tua bella moglie, che ha diviso con te molti anni della sua vita e nonostante ciò è ancora al tuo fianco. Coi tempi che corrono, non è poco. Socrate, che con Santippe ne sapeva qualcosa, disse (o gli fu attribuito, che fa lo stesso, perchè è verosimile) più o meno così: invecchiare con la stessa donna è una grande fortuna per un uomo, perché se costei resterà dolce e sottomessa lo renderà felice, e se invece diventerà acida e rompiballe lo renderà filosofo. Non sono sicuro sull’etimologia di “rompiballe” (deve derivare dal termine attico “rompi”= rompi e il corinzio “balle” = balle), ma il concetto è chiaro. Io ho una moglie che finirà per farmi diventar filosofo, ma tutto sommato è meglio così che star soli, come il povero Vannini, che quando è morto, se non c’era la riunione estiva del Gran Consiglio, rischiava di essere ritrovato dopo una settimana, e solo per l’odore. Oltretutto non è che noi s’invecchi tanto meglio, almeno io, tu non so. Tu mi sembri così etereo, così poco incazzoso, così sognatore, da riuscire a crearti un mondo tutto tuo di cui sei re incontrastato, e nel quale ammetti chi ti piace ed escludi chi ti sta sulle balle (stessa etimologia attica di prima).

Mi chiedi se sono stato bene alla festa di San Salvi, e non posso che confermarti quel che già ho detto allo Zalla. Ero ospite di amici carissimi, ho mangiato e bevuto bene, ho trovato altri amici a tavola con cui ho fatto una discreta baldoria, come potrei dirmi scontento? Ho fatto alcune considerazioni sull’ambiente e l’atmosfera della serata, ovviamente, e cercherò, visto che me lo chiedi espressamente, di spiegartele.

Ho trovato curiosa l’eleganza dei convitati, innanzi tutto. Smoking a iosa, abiti scuri, dame in lungo. Non siamo abituati, a Torino, a concepire tanta eleganza formale per una riunione conviviale goliardica, anche se “particolare” come la vostra cena d’auguri (inventata da Alvaro, a quanto mi risulta), con mogli al seguito. Pensa che qui da noi Germonio, il III Profeta del Corno (anche lui “conditor” del nostro Ordine, insieme ad altri venerati personaggi) da un paio d’anni a questa parte ha istituito le “pizze dei goliardosauri”, che sono cene in pizzeria, dalle sette e mezza alle dieci per via dell’età media dei partecipanti, che si svolgono ogni primo giovedì del mese, con mogli al seguito, per le generazioni goliardiche dal 1945 al 1960. Ebbene: all’inizio è stato un successo, più di cinquanta convitati ogni volta, poi pian piano ci sono state defezioni e adesso stentano a fare la ventina, perchè la maggioranza dei goliardosauri vorrebbe fare un po’ di casino, ma la presenza delle dame li “blocca”. E’ una concezione di goliardia, quella torinese, più “selvatica”, più trasgressiva, meno “da parata” della vostra.

Da noi la forma, quando viene esibita, assume tinte esagerate, volutamente canzonatorie, allo scopo di irridere quello “stile” borghese e perbenista per il quale il goliardo dovrebbe avere una sana allergia. I frac bisunti e le bombette sdrucite della Vitaliano Lenguazza, a Padova, sono un chiaro esempio di questo concetto. Lo stesso vale per le onorificenze, le pergamene, le sciarpe e i vari orpelli che ci si scambia in goliardia. Questione di scuola, se vogliamo. Pensa che fino agli anni ’80 (ben oltre, quindi, il mio pontificato, che durò dal ’68 al ’71) il SOTC non aveva neppure una sua placca. Per quei capi esteri che proprio lo chiedevano (e che lo meritavano) avevamo inventato la carica inesistente di “arcivescovo”, di cui naturalmente rilasciavamo la sola pergamena di nomina. Era una carica onorifica alla quale non corrispondeva alcun potere effettivo, né privilegi particolari. Anch’io, per coerenza (e come me i miei predecessori, e quasi tutti i miei successori) non inseguivo le placche altrui, di cui invece sulle piazze italiane si faceva gran commercio e scambio fin dal primo dopoguerra. Cresciuto a questa scuola, capirai perché ho sempre dato poca importanza al lato araldico del Grande Gioco, e forse questo è un mio preciso limite. Riconosco che la mia lotta vittoriosa di trent’anni fa contro Roncaglia e i Prinx (tutti tromboni innamorati dei timbri e delle ceralacche) mi ha forse spinto un po’ troppo sulla sponda opposta, verso una goliardia piazzaiola, tutta burle, canzoni e imprese “esagerate”, in cui l’araldica aveva un ruolo assolutamente marginale. Pensa che Nicola De Cesare, Pontifex dal ’63 al ’66 e primo Clerico HC di Torino, fu a lungo corteggiato da Moscatelli perchè accettasse la placca giallonera.

Io stesso fui fatto Commendatore di San Salvi da Baldazzi, ma più della placca gradii la chiavata che lui offrì, per festeggiarla, a me e a Toni Lo Savio, Principe del Bo (l’altro insignito della serata) presso una graziosa e abilissima professionista sua amica. Ricordo la bella mansarda di costei sull’Arno, il culo peloso di Toni (passò per primo lui) che andava su e giù, l’abilità incredibile con cui l’etéra mi infilò il goldone senza che me ne accorgessi (io passai per secondo) e l’inatteso pudore del “Gran Condomino” quando ci chiese di accomodarci in anticamera durante la sua performance (lui passò, noblesse oblige, per terzo). Era comunque, quella, una patacca (credo fosse il 1973 o giù di lì) guadagnata “sul campo”, datami da un coetaneo e assegnatami per quello che ero e che rappresentavo in quegli anni, goliardicamente, s’intende.

Mi riesce difficile invece capire che senso abbia scambiarsi placche, spille e pergamene tra sessantenni. Finiscono inevitabilmente per sembrare degli “Oscar alla carriera”, con tutta l’approssimazione e la malinconia legate a tale concetto. Comunque mi rendo conto che la cosa, per voi, è perfettamente in linea con quanto fece il Vannini nei primi anni ’70 inventando quel “ruolo d’onore” che vi ha permesso di continuare il gioco tra ex, anche con l’Ordine militante “in sonno”. Questo è servito almeno a cementare l’amicizia e a mantenere i contatti fra i vecchi goliardi Sansalvini, oltre che a “tenere accesa la fiamma” in attesa di una riapertura ai giovani (che oggi finalmente è avvenuta). Io non condivisi quella mossa, e l’ho anche scritto nel mio libro “Gaudebamus igitur” (1990), chiamando Alvaro e tutti gli altri che d’accordo con lui congelarono l’Ordine “banda del freezer” e attirandomi per ciò l’ostilità dei goliardosauri gigliati. Non la condivisi perchè fu troppo comodo (e vile, a mio giudizio) ritirarsi sull’Aventino abbandonando i giovani come Baldazzi, Bressan, Ruocco, me e tanti altri nelle università e nelle piazze italiane a prendersi sputi, irrisioni ed anche peggio dai rossi. Ho vissuto il ’68 sulla mia pelle, anche fisicamente, lo sai. Quando fui eletto Pontefice ero in un letto dell’Ospedale Oftalmico per le sprangate prese dai compagni mentre facevo coi goliardi la caccia alle matricole di Medicina. Ma ricordo anche il volto sanguinante del Grifone di Perugia Tonino Maxuca, quando a Firenze, durante la festa delle matricole del ’71, osò avventurarsi nelle viuzze intorno a Piazza della Signoria e cadde in un agguato dei rossi, che non aspettavano altro. Ricordo un mio cardinale (Bozza, oggi fa l’avvocato a Roma) con un dente spezzato da una randellata, sotto i portici di Piazza Maggiore, a Bologna. Era il 1973. Durante la stessa “feria” pattugliai su e giù Via Zamboni con Azazello (buon’anima) e pochi altri, con un bicchiere spezzato in mano e l’aria più truce che potevo, ma con la feluca ben calcata in testa, per “marcare il territorio”, per ribadire che la piazza era dei goliardi, per far vedere ai rossi che non avevamo paura di loro. Questo era il clima, questi erano i precisi momenti durante i quali l’eterea banda del freezer, dopo aver congelato l’Ordine, se lo spupazzava in feste e gite sociali, con dame al seguito, brindisi e scambi di patacche.

Proprio come è avvenuto l’altra sera alla Loggia, con la differenza che, finalmente, l’altra sera era presente anche il giovane Gran Maestro di San Salvi a rappresentare la goliardia militante, che è l’unica che merita di essere seguita, aiutata e preservata con ogni sforzo. Questo è anche il senso dell’onorificenza che io portavo al collo, la Commenda di Santa Caterina. L’abbiamo istituita a Torino proprio per premiare non già chi fu grande goliardo in gioventù, ma chi si segnala per testimonianza attuale, per aiuto dato ai giovani, per spirito goliardico conservato anche in vecchiaia ed esibito costantemente (come fa lo Zalla), non solo una volta all’anno a cena in frac con lady visonata al fianco. Scusa la franchezza.

Come ospite, naturalmente, non vi capisco, ma mi adeguo. La serata, tra l’altro, era organizzata alla perfezione. Belli i discorsi, bello il giornale, commovente il regalino di Bacco, Tabacco e Venere da parte delle giovani goliarde, discreto anche lo “spettacolo”, pur nella limitatezza di prove che si eran potute fare. Sono stato veramente lieto di far da contorno a tutto l’apparato scenico da te splendidamente coordinato. Nella prima fase della serata c’è stato il trionfo di questo tipo di goliardia “protocollare” che la vecchia guardia di San Salvi predilige, ma nella seconda fase ha potuto emergere anche la goliardia che prediligo io, quella dei frizzi, delle burle, delle canzoni e delle donnine allegre (ne avevamo un paio di notevoli al tavolo vicino, due slovacche poco slo e molto vacche…).

E’ stato bello, a fine serata, vedere tutti i Pari Gran Croce di San Salvi ronzare attorno al tavolo dei Clerici, a fare capannello per ascoltare i nostri cori. E’ stato un bel momento di “fusione” delle due scuole. E chi se l’è perduto, peggio per lui. Gli assenti han sempre torto. Mi riferisco a quei Pari modello “après moi le déluge” (con la variante d’occasione “après Alvaro le déluge”) che non si sono neppure presentati alla Loggia a premiare lo sforzo che tu e pochi altri avevate fatto per far riuscire al meglio la serata. E magari sono gli stessi Pari che si precipitano alle cene del Rotary, dei Lyons o di qualche Loggia Coperta… Pur umanamente comprensibile, questa chiusura al nuovo, questo volersi crogiolare nel ricordo delle passate glorie sostenendo che tutto quanto è venuto dopo di esse è solo merda è un errore madornale, soprattutto verso i giovani. Li mortifica. Troppe volte li abbiamo scavalcati, prevaricati, ingannati.

Ricordo una mattina del 1984, a Bologna, in un Grand Hotel del centro. Ero stato invitato dall’allora Gran Maestro Franco Grandi a fare il punto sulle manifestazioni dei “saecularia nona”, le feste per il nono centenario dello Studio Felsineo previste per il 1988. C’erano Paolo Forti, Toni Lo Savio, Tito Pasqualigo, Alvaro Vannini ed altri principi della sua età. Io, allora trentottenne, ero il più giovane della brigata (pensa tu), perchè a Bologna, dove l’Ordine del Fittone era stato chiuso per motivi politici due lustri prima, s’era pensato di riaprirlo per il centenario, ma affidandone lo scettro di gran Maestro al Grandi, quasi cinquantenne. Eccettuati Lo Savio e il sottoscritto, non c’era in sala uno, dico uno, che avesse battuto le piazze goliardiche negli ultimi quindici anni. Eppure tutti pontificavano, giudicavano, progettavano, criticavano. Io ascoltavo in silenzio. A quel tempo giravo ancora volentieri agli esteri, vuoi per le cene dei Clerici, vuoi per le matricolari di Padova, le ultime rimaste. Facevo il mio numeretto (a Padova quell’anno avevo fatto il mostro di Scandicci) e mi divertivo coi ragazzi. Ero ancora magro, bruno e “credibile”. Ogni tanto incrociavo ancora sguardi golosi di giovani femmine. Ero su di giri, insomma. E non avevo mai visto nessuno di quelli che da un’ora in quella stanza pontificavano sulla goliardia e ne programmavano i fasti per il nono centenario dell’Alma Mater. A un certo punto Grandi chiese il mio parere. Mentre mi accingevo ad intervenire, Alvaro fece silenzio con uno di quei gesti imperiosi che gli erano abituali e disse: «prima di parlare, dicci chi sei». Non l’avesse mai fatto! Mi alzai con calma, e lo fulminai col mio famoso “sguardo da Zeus”, dicendogli seccamente: «No, caro mio, ditemi voi piuttosto chi cazzo siete, perchè io batto le piazze da vent’anni, ma non vi ho mai visti in faccia prima d’oggi». Ci fu un attimo di tensione e di silenzio imbarazzato. Poi Vannini, che se non altro ai suoi tempi era stato davvero un grande, abbozzò. Capì il suo torto, si presentò cordialmente, e mi presentò tutti gli altri, uno per uno. Solo allora io dissi chi ero, e che trovavo ben strano che ad una riunione indetta per decidere sui festeggiamenti goliardici del 1988 non fossero stati invitati i giovani, i rappresentanti della goliardia militante, quelli iscritti all’università. Se ci fossero stati quelli – aggiunsi – avremmo potuto esserci anche noi, ma solo per dar loro il nostro appoggio, i nostri consigli, i nostri incitamenti, avendo ben chiaro in testa che comunque la goliardia del 1988 era la loro, non la nostra. Anche la mia goliardia personale, di Zeus, era “a cavallo”. Giravo le piazze di tutta Italia, ma già in quegli anni ero fuori dal SOTC militante, e mi accingevo a “lasciare” piano piano anche il carrozzone dei Clerici. Agli esteri mi comportavo sempre più come un “vecio” alle feste degli alpini. Una rimpatriata con gli amici, un “numero” per farci su due risate, una buona bevuta, una bella cantata, e poi a cuccia dietro la scrivania per altri sei mesi. Non toglievo, cioè, alla famiglia ed al lavoro più tempo e dedizione di quanto non togliesse un pescatore o un tifoso abituato a seguire in trasferta la squadra del cuore, ma soprattutto badavo a non togliere ai giovani protagonisti di quello splendido gioco di ruolo che è la Goliardia il gusto di cimentarsi ad armi pari con i loro coetanei, vivendone appieno la stagione giusta.

Poi tutti sappiamo come andò (squallidamente) la storia dei “saecularia nona”. Che splendida occasione fu perduta per il rilancio, nazionale e mondiale, della goliardia! Che vergogna fu il furto di decine di milioni perpetrato dai vecchi gran maestri del Fittone, che fondarono la F.I.G.A. (Federazione Italiana Goliardi Anziani, sai che battuta!), allo scopo di farsi elargire il finanziamento dal Magnifico Rettore e spartirselo fra loro, togliendolo ai giovani. Che tristezza fu anche il concerto dei Clerici in Piazza Maggiore (unica manifestazione goliardica pubblica dei saecularia nona), con una predella scolastica per palco, un impianto di fortuna (tre microfoni) pagato di tasca sua da Kalimero Paltrinieri, e i fari della mia Volvo come luci ad illuminare i cantanti quando calò il buio, perché non c’era un solo riflettore intorno al “palco”. Spero che tutto ciò resti un brutto ricordo, e rimanga come monito per quelli che a Firenze giocano ancora con i veti incrociati e in Italia si baloccano con le spille diamantate e le coroncine da Prinx, convinti che “tanto, quella di oggi non è più goliardia”.


vannini-pasqualigo-cecchini-e-lo-savioInvece, per diversa che sia dalla loro, quella di oggi è comunque la goliardia che c’è, quella che siamo riusciti a tramandare, quella che vive, gode e ride a dispetto di tutti i tromboni coi capelli grigi, portandosi dentro tutte le contraddizioni e tutti gli errori che noi abbiamo commesso nel trasmettere il messaggio. Forse non basta neppure l’apertura “in extremis” di Alvaro (e di poche altre menti illuminate tra i Pari di San Salvi) a rimediare ai guasti prodotti nelle giovani generazioni goliardiche fiorentine da una simile mentalità. Tant’è vero che agli occhi di un estraneo come me la festa della Loggia, due settimane fa, sembrava un galà fra nonni a cui erano stati invitati, eccezionalmente e purché non facessero casino, pochi nipoti scelti fra i più presentabili. Bisogna che i goliardosauri fiorentini capiscano che la cena degli auguri natalizi, se non è benedetta dalla presenza e dall’allegro casino dei giovani in feluca e mantello, ha il sapore malinconico di quei raduni di ex-partigiani, sempre più mogi, lì, a raccontarsi imprese ogni volta meno credibili e a ricordare chi non ce l’ha fatta a passar l’inverno.

Questo, Cesare caro, era quanto mi frullava per la mente mentre gustavo beato la mia pipa (e la grappa uccellata), aspettando che si esaurisse la fase protocollare della serata per dar mano al plettro e fiato alle gole. Il resto fu solo gioia, ed occhi lustri nella notte.

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15 risposte a Note sulla goliardia fiorentina, bolognese e torinese

  1. missis Horse ha detto:

    Caro ZEUS, chi è fuori dal “giro” goliardico è incuriosito e spinto a leggere il tuo post fino in fondo ed il motivo è dovuto, principalmente, all’effetto che suscitano le tue prime quattro righe in grassetto!
    E’ quasi un invito a leggerlo e, per me, ne è valsa la pena, che pena non è stata! 😉

  2. missis Horse ha detto:

    @ MAN
    PS: purtroppo la foto sotto il titolo, “zeus e grandi a bologna nel 1984”, non compare, al suo posto c’è una crocetta rossa 😦

  3. Manolus II ha detto:

    Stupendo, toccante, profondamente vero e condivisibile.
    Bellissima la foto col Senator Pasqualigo, tra l’altro.

    Se Lorenzo Valla fosse vivo, tuttavia, avrebbe notato un anacronismo tale da mettere in profonda discussione la datazione del documento! ^^

    Son pròpi ‘n rompabàle, va bìn istéss? 😉
    MIISSqS

  4. Tarvingoss ha detto:

    Eh!… Vorrei che questo pezzo lo leggessero in tanti, perchè è praticamente una lectio magistralis. Vorrei vedere file di goliardi in ginocchio ad ascoltare. Comprenderebbero che l’arte sovrana della scrittura è carisma. E, in quanto tale, intrasmissibile, nemmeno per cromosomi. E’ una grazia. Vorrei che vedere ranghi serrati di goliardi d’ogni tempo fermi ad ascoltare, a riempirsi i vuoti di memoria, a spazzolare via le loro briciole di supponenza. Vorrei che fosse chiaro a tutti che in questo pezzo c’è la goliardia del dopo-guerra, che è fatta proprio di tutti gli ingredienti che Collino fa muover sul suo palcoscenico. Perfino le placche e le onorificenze, il giallo e il nero e i goliardosauri e roncaglia: è tutto parte del compost da cui sono, decennio dopo decennio, spuntati tanti rametti. Ognuno di noi è un rametto, vivo fino al gaudebamus. …E, forse, anche dopo.

  5. E.Raser ha detto:

    ma anche i cappelli rotondi, adesso?
    questa è roba da Grande Oriente Egiziano!!!!
    E quello spilungone, chi è?
    io, pessimo goliardo ( pensate son così infimo da preferire, sia in privato che in pubblico, una bottiglia di Coca Cola ad un buon bicchiere di vino, ecco perchè vesto male ed odio i formalismi )
    ma che dico goliardo, sono un numero ormai, il n° 3, del N.O.M.I.,osservo un imperativo categorico già molto popolare , ME NE FREGO,finanche di Venere, e conservo solo ormai il culto della pipa.
    ma questi patetici vecchiardi, pieni di storia, di polvere e vestiti……moriranno d’invidia quando avremo realizzate le costumanze del Nuovo Ordine della Medusa Immortale.
    Cappello: a punta, infinitamente aguzza
    Mantello: sismico
    Piume: urticanti
    Placche: che si scontrano.Col simbolo della Medusa Immortale ( la ben nota Turritopsis Nutricula )
    ed il motto dell’Ordine: vogliamo le gomme sotto le case, vogliamo l’ombrello davanti allo scudo
    Attività: poche
    Passività: stampiano dal Nulla note di banco, o banconote,per emulazione della cugina, la piovra che strangola il mondo, con la nota transattiva, per favore non mi rompa i coglioni.

    Per aderire non servono imprese, meriti, processi o varie, basta aver letto e capito il ibro La Fisica del Cristianesimo di Frank J Tipler, Mondadori, 2008.
    Con attenzione, perchè io poi vi ci interrogo.

  6. Carmen ha detto:

    Non l’ho ancora letto, il post, perché è veramente lungo e sono di fretta, però… se qualche anno fa eri come si vede nella foto piccola, Manlio, mi sarebbe piaciuto conoscerti allora!
    Ha avuto buon gusto tua moglie, che saluto con simpatia e un pizzico d’invidia, anche se non la conosco di persona. So bene che non c’entra nulla, questa risposta, con l’argomento del tuo post, ma è un’idea che mi è passata nella mente così, vedendo quella foto…
    Anche se sei un bel signore pure adesso, e oltre all’aspetto hai materia grigia in abbondanza.
    Cari saluti a tutti e due.
    Carmen

  7. Antonio Veneziano Lo Savio ha detto:

    Mi colpisce questa Carmen che avrebbe voluto conoscerti (in senso bilbico, spero) qualche anno fa, e che oggi saluta caramente Anna. Ma, a bando alle pinzallacchere, come diceva None ai tempi che presentava la Lenguazza, quello che scrivi, soprattutto per coloro che hanno vissuto i vari aspetti della Goliardia dagli anni 60 ad oggi, è accurato e totalmente condivisibile.
    Un grande abbraccio
    A.V.C. (o se preferisci Toni).

  8. Carmen ha detto:

    Non avendo mai visto una foto di Manlio quando era un po’ più giovane di ora, ho solo espresso
    un mio pensiero (SENZA SECONDI FINI) ed è per quello che ho salutato la moglie Anna
    che condivide la vita con Manlio, non conoscendola.
    Mi spiace che qualcuno abbia interpretato la cosa con malizia… io ho semplicemente fatto un complimento a
    Manlio, che non conosco, ma del quale trovo eccezionali i post.

  9. Skizzo ha detto:

    Caro Zeus,
    … non posso commentare la Storia – con la esse maiuscola – che scrivi in quanto non c’ero.
    Ma traspare quello spirito per cui – nonostante i due o tre cazziatoni di cui mi hai fatto oggetto negli anni, soprattutto della mia gioventù – ti considero un Magister Vitae.
    Ti ringrazio per questo spiraglio nella Storia da te vissuta.
    Un abbraccio.

    Skizzo

  10. Andrea Albertini ha detto:

    Carissimo Manlio,
    sottoscrivo appieno quanto tu scrivi. Ho vissuto, come tu ben sai, quei tempi, anche se non non ricordo il concerto dei Clerici in piazza Maggiore, che deve essere stato fatto o nel 1987 (anno in cui non si fece neanche la festa) o nel 1989. Ti dico questo perchè fui io, rientrato dal servizio militare, a reggere le sorti dell’Ordine nel 1988, facendo la festa in Piazza Santo Stefano, con un Ordine composto da 4 Balle, e le casse praticamente vuote. Talmente vuote che, quando volli rispondere all’intervento (lesivo della dignità della goliardia) scritto sulla “Magna Charta delle Università”, a nome degli universitari bolognesi, dal loro “rappresentante politico” (e dico politico perché era quello uscito dalle elezioni universitarie, che sono sempre state politiche), quando volli ribattere – dicevo – e pensai di farlo pubblicando un libretto intitolato “Magna Charta delli Studenti”, dovetti pagarlo con una questua straordinaria imposta alla Balla di Montecristo, la mia Balla Madre.

  11. Rulettus ha detto:

    “…ma soprattutto badavo a non togliere ai giovani protagonisti di quello splendido gioco di ruolo che è la Goliardia…”

    Sintetizzato con queste parole il tuo piu’ grande pregio…

    Grazie.
    Sen. Astrolabius Johannes VIII

  12. kinta ha detto:

    Carissimo Manlio,
    grazie per questo pezzo di storia, sottoscrivo appieno quello che tu dici, e speriamo di poterlo tramandare ai nostri giovani goliardi
    in BTV Kinta

  13. stefano gnech ha detto:

    Mi ricorderò sempre quando nel momento più critico del mio lunghissimo Pontificato (la risposta muscolare degli eporedioti alla nostra ennesima prova di forza goliardica in casa loro) ho chiesto udienza al Senatore Zeus. Volevo un consiglio su come gestire la situazione….. Zeus come sempre, nonostante i mille impegni lavorativi, mi ha ricevuto immediatamente e una volta messo a conoscenza dei fatti mi ha detto “Santità la piuma bianca è sulla tua feluca nessuno può dirti cosa fare tantomeno io. Qualsiasi cosa tu decida io sarò con te!”. Poi prima di congedarmi ha aperto il suo immenso archivio storico e ha iniziato a raccontarmi con la sua solita bravura e simpatia 30 anni di eventi simili accaduti ai miei predecessori….
    Questo è Manlio…
    Grazie

    Millenarius Lucius VII

  14. Tiberio Luporso ha detto:

    Manlio,
    Mi piace assai quello che scrivi.

  15. Dottolo ha detto:

    Caro Manlio…
    Tu hai fotografato efficacemente un momento storico che si sovrappone quasi perfettamente a quello attuale: non è poco, considerato il momento che il Grande Gioco vive.
    O quello che noi percepiamo come tale… Sì: forse è più corretto dire così.
    Sottoscriviamo i commenti di Linguamatic, Manolus, Rulettus e Skizzo, ché sono per noi Fratelli.
    Condividiamo, ancorché con scarso ottimismo, la speranza di Kinta per i Giovani d’oggi (checché ne dicano le statistiche: noi non lo siamo più)…
    Hai la nostra più grande Stima.
    Usiamo il “pluralis modestiæ” di Plutarco, ché tanto ci piace, perchè è dal ginnasio che ne siamo infatuati. Per il Grande Gioco, invece, ci lasciamo guidare dal Vero Amore.
    Un abbraccio,

    Paolo di Campo Fregoso
    XLV serenissimo Doge SOGL

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