La lingua batte senza protettore

gws558315142Noto che i frequentatori di questo blog hanno in comune l’amore per la buona scrittura, dove il “buona” riguarda l’aspetto formale e non contenutistico. Proprio oggi un amico di Facebook mi tagga (anglismo che lui aborrirebbe) in una sua nota sull’imbastardimento della lingua: «… in Italia abbiamo il primato (non il “record”) europeo di prestiti dalle altre lingue; invece di difendere il più possibile l’integrità del vocabolario nazionale, come fanno gli altri Stati, ci affanniamo ad usare i forestierismi in luogo dei nostri vocaboli equivalenti, per motivi che solo uno psicologo saprebbe individuare…» Polemica vecchia. L’Accademia della Crusca nacque nel 1583 e pubblicò nel 1612 il primo vocabolario della lingua italiana proprio per dirimere queste polemiche (già allora conservatrici e “protezioniste”) e difende ancora oggi il purismo linguistico. Eppure considero quest’Accademia fra le istituzioni più superflue.

E’ come se a Roma, invece del museo delle carrozze, ci fosse l’ATE (Accademia del Traino Equino) lautamente finanziata dallo Stato e dedita a conservare esemplari originali o riproduzioni di tutti i traini a cavalli esistiti nella storia, pubblicandone periodicamente l’elenco aggiornato con disegni e particolari tecnici, difendendone l’uso corretto (la biga non è adatta per recarsi a teatro…), ma soprattutto lottando contro l’invasione di auto, moto e altri mezzi di trasporto moderni. Insomma, per me l’Accademia della Crusca sarebbe meglio chiamarla “Museo della crusca”, e bon. Anche Arbasino non fu tenero con i cruscanti e il loro «purismo imbecille che caldeggia l’impiego di qualsiasi grulleria del Piovano Arlotto per definire prodotti e nozioni del nostro tempo e approva l’uso del greco antico per indicare un qualche cosa che non esiste (il nettare, l’ambrosia), mentre respinge qualunque termine inglese moderno relativo a qualcosa che invece esiste (come il cocktail), senza avvedersi che qualunque parola poteva suonare scandalosamente moderna quando venne usata per la prima volta da un Autore Classico».

Ecco la mia risposta all’amico di Fb: «Lasciami dire, da cuciniere di parole (giornalista), che il problema da te eviscerato (ti piace il termine cruschiano?) non mi sembra essere nella hit parade (òps… nell’elenco dei maggiori successi) dei problemi italiani. Il mio non è benaltrismo (neologismo di origine politica, efficace anche se brutto), ma semplice constatazione. Ogni lingua è una pianta viva che cresce e muta quanto più è parlata, perché nell’uso viene quasi sempre piegata al comodo dell’utente, manipolata, arrichita di neologismi, imbastardita con prestiti. Senza scomodare i forestierismi, tienti ai dialettismi: Camilleri col siculo ed io col piemontese (solo per citar due casi fra i tanti) adoriamo usarli e inventarne di nuovi. Lo facciamo per onorare le nostre origini e anche per colorare, personalizzare e profumare la nostra prosa. Pavese fu un maestro, nel genere. Fu il primo a studiare, identificare e riprodurre perfettamente (non solo nei dialoghi) le cadenze, le pause, gli anacoluti, le sincopi e i dialettismi del linguaggio popolare, povero, “sporco”, sintatticamente scarno e scorretto, ma sapido, musicale e pieno di rassicurante identità. Pavese che ogni mattina, prima di attaccare a lavorare all’Einaudi (fulminante questo dialettismo: avrei dovuto dire “cominciare a lavorare”, ma quanto mi è più familiare questo “attaccare”! E quanto meglio ambienta Cesare in quell’ufficio, dato che a Torino diciamo “taché a travajé”) si leggeva due o tre pagine di tragedie direttamente in greco, lui scriveva con la lingua degli incolti!

Mettiti il cuore in pace, René. Ogni barriera che cade fra le persone (quindi anche nel linguaggio) è per me la benvenuta. Lo stesso fenomeno sta avvenendo nell’abbigliamento, eppure non te ne sei accorto, o non ti dà fastidio. Oggi, se guardi una foto ravvicinata di sola folla (senz’altri riferimenti), non riesci a capire se è stata scattata a Parigi, Londra, New York, Mosca, Roma, Torino, eccetera. E soprattutto non riesci a capire dai vestiti chi è ricco e chi è povero, e che mestiere fa questo o quell’altro. Ecco una grande conquista dell’epoca moderna. Vivi sereno, allora, e scegli tu quando ti va di andar per strada in tuta da “jogging” e “nàiki”, oppure abbigliato alla maremmana con fustagni e mantella. Scegli quando ti sfagiola di parlar togato e quando di svaccare alla pisana. Sei sempre tu e mi piaci, in entrambi i casi.

folla-per-strada1

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6 risposte a La lingua batte senza protettore

  1. missis Horse ha detto:

    caro Man, scusa, ma dissento su “… l’amore… per l’aspetto formale e non contenutistico”!!!
    La frase può essere fraintesa! D’accordo per “la buona scrittura” ma credo che il contenuto debba avere la priorità!
    Quindi viva il gergo “ripieno” di contenuto, è più gustoso! 😀

  2. zoe ha detto:

    Secondo me non c’è reale priorità, il contenuto viene esaltato da un “contenente” adeguato all’obiettivo: le espressioni dialettali, ostiche ai più come il piemontese che MC utilizza con sapida abilità, o il siciliano di Camilleri, altrettanto sapido, che richiede sicuramente un po’ di esercizio per essere “orecchiato”, o ancora altri dialetti più immediatamente fruibili, come il veneto, che ha nella trascrizione facilità di lettura, sono un nostro patrimonio ricchissimo di emozioni ed evocazioni, unico tra le lingue europee, che come le lingue di ceppo sassone affidano di norma a pronunce diverse lo stesso significato o, come spesso il francese, difendono strenuamente la cosiddetta identità linguistica.
    Crusca o non crusca, mi piace assorbire stimoli dalle varie regioni, utilizzando un colore in più in più per esprimere i concetti.
    Anche l’apporto di termini tratti dalle lingue straniere, se ci consente scorciatoie rispetto a complessi giri di parole, è il benvenuto, purché non si sublimi nell’imbecillità di alcuni slogan, primo fra tutti quello pubblicato proprio oggi sul Corriere da un noto brand (utile traslazione dall’inglese) di un concetto quantomeno opinabile.
    Cito testualmente il messaggio “Smart critiques, stupid creates”, “Smart has the plans, stupid has the stories”, e “only the stupid can be brilliant”, che chiude la sequela di beceraggini con
    “be stupid – DIESEL”.
    Forse non colgo l’essenza profonda del payoff, ma ci leggo che solo i cretini – pardon gli stupidi – comprano il brand in oggetto.
    Zoe

    P.S. Grazie del caloroso benvenuto, mrs horse!
    Z

  3. marco ha detto:

    Un giardino così ben curato (il blog di Manlio),non può che produrre bellissimi fiori.
    Mi è capitato spesso di incappare in qualche svarione…frasi sgrammaticate, errori di
    battitura…un giorno avevo coniato una parola sconosciuta persino all’Accademia
    della Crusca…Manlio me l’ha fatto giustamente notare:),da allora ho ridimensionato
    i miei interventi,qualche volta non in sintonia col pensiero del padrone di casa.
    Non per questo comunque ho ricevuto il cartellino “rosso”…Manlio non li usa (paura
    d’infettarsi):))…Si diverte di più a lanciare le “saette” che son sempre anticipate
    dal titolo in latino….
    @Manlio,”Alberto da Guarnica” potevi per esempio intitolarlo “Manilius ad Marcum linkatatum”
    Benvenuta Zoe, chi ti scrive è la pianta selvatica.
    Marco Ammirati

  4. michele ha detto:

    Se ho ben interpretato la prima frase del commento di marco, quoto la sua tesi (anche se “quoto” è davvero brutto): per come la vedo, la forma è parte del contenuto e ciò vale in particolar modo per i pezzi di Manlio. Essi stimolano l’acquolina quanto un piatto preparato con ottime materie prime (ricercatezza lessicale) e con la maestria caratteristica di un cuoco vero (chiarezza espositiva), qualità che ne delineano l’apprezzabile contenuto, ed hanno altresì il pregio di essere serviti con la cura e l’amore per la presentazione (destrezza nell’elaborazione sintattica: ecco la forma). Del resto, immagino che l’unione di questi elementi sia deliberatamente cercata dall’autore in ogni suo articolo, poiché se è vero – com’è senza dubbio – che l’abito non fa il monaco, è altrettanto vero che l’occhio vuole la sua parte. Peraltro, continuando nella metafora culinaria (che quella floreale proposta da marco è meno appetitosa), il piatto rimane uno soltanto, anche a seguito della predetta unione, ed è buono assai proprio grazie al gradevole connubio tra sapore e vista. Insomma, è la complementarietà dei due ingredienti che dà al tutto un gusto originale ed è difficile immaginare vi sia l’uno senza l’altra; non lo dico io, ma Cicerone: “si rem tenes (contenuto), verba sequentur (forma)”.

  5. zoe ha detto:

    Sono d’accordo, penso che il miglior contenuto abbia bisogno di un adeguato contenitore, arricchito con l’uso di termini dialettali – crusca o non crusca, è una fortuna poter spaziare pescando nei vernacoli delle varie regioni – o con vocaboli stranieri, che spesso hanno avuto successo perché offrono una scorciatoia rispetto a complessi giri di parole.

    Quello che mi disturba profondamente è invece l’abuso dell’inglese che da un po’ di tempo a questa parte si fa in pubblicità. Già non son convinta che tutti lo capiscano veramente, e mi sorge il dubbio che anche i copy delle agenzie pubblicitarie abbiano bisogno di chiarirsi le idee.
    Cito un esempio su tutti, dal Corriere di ieri, dove comparivano degli annunci pubblicitari girati su ben quattro pagine: “Smart critiques, stupid creates”, “Smart has the plans, stupid has the stories” e ancora “Only the stupid can be truly brilliant” per concludere con “Be stupid. DIESEL”.
    Forse non colgo il significato profondo del messaggio, così a prima vista mi sembra un’esortazione ai cretini – pardon agli stupidi, evidentemente categoria bistrattata dai più – di acquistare i prodotti di questo brand.

    P.S. Questa è la versione sbiadita di un commento inserito nottetempo, quando l’insonne si sente ispirato, chissà che fine avrà fatto… Grazie dei calorosi benvenuti Z

  6. michele ha detto:

    Sui “forestierismi”, trovo che il discorso di Manlio sia condivisibile, a patto che dell’utilizzo di imbastardimenti linguistici di vario genere ne faccia sfoggio chi mostra di saperli adoperare con la debita cognizione.
    Provo a spiegarmi citando una frase con la quale Picasso amava descrivere il proprio stile pittorico: “Quando ero piccolo sapevo dipingere come Raffaello, mi ci è voluta però una vita intera per imparare a disegnare come un bambino”.
    Tento una parafrasi ed annessa trasposizione della menzionata frase: per cimentarsi negli esperimenti, bisogna prima acquisire i fondamentali.
    Spero di aver reso l’idea.

    Inoltre, senza scadere nel fondamentalismo terminologico di matrice “NanniMorettiana” (vedasi la scena di “Palombella Rossa” nella quale il pallosissimo regista transteverino prende a sberle un’intervistatrice, rea di aver detto “trend evolutivo”), è indubbio che un argine sarebbe opportuno porlo, almeno onde evitare che al citato imbastardimento si sostituisca una babelica confusione verbale. Al riguardo, chi conosce un po’ Londra, ha forse presente ciò a cui alludo: nella periferia est della capitale dell’UK si parla il c.d. “cockney”, che è un miscuglio di decine, se non centinaia, di idiomi che mutano ad una velocità tale da non consentirne la conoscenza nemmeno a coloro che abitualmente usano quella sorta di gergo; il pericoloso risultato prefigurabile in conseguenza di questo fenomeno è l’incomunicabilità persino tra individui che appartengono allo stesso vicinato. Forse esagero, magari ipotizzo presagi eccessivamente decadenti, ma il rischio c’è.

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