Alberto da Guernica

fuckoffbandiere

Sulle conclusioni tratte nel post “L’uovo che verrà”, Marco Ammirati invia due link (a La Repubblica e al Giornale) accompagnandoli con la frase ottimistica “eppur qualcosa si muove… il vento sta cambiando”. A parte che sarebbe ora, anzi, se anche il vento cambiasse del tutto sarebbe sempre troppo tardi per riparare i danni fatti dalla dittatura culturale rossa negli ultimi 60 anni, divertitevi a leggere il primo link. Sono recensioni di “Barbarossa”, il film sulla battaglia di Legnano presentato a Milano lo scorso ottobre e molto piaciuto alla Lega. Dico “divertitevi” perché il tono della stroncatura di Repubblica rende esattamente l’idea di cosa intendo quando parlo di “egemonia culturale rossa”. Il quotidiano di De Benedetti, che fa al Cav. e ai suoi alleati un’opposizione più faziosa e sorda di quella che gli fanno l’Unità e il Manifesto, affida la recensione a una giovane rampante, Natalia Aspesi. La rancida vetero-femminista rossa (80 anni: largo ai giovani!) sfodera contro Bossi tutto il suo veleno stile “Botteghe Oscure anni ’70”. E si scaglia contro il pressapochismo storico del film, sottolineando che Alberto da Giussano è un personaggio di cui si legge solo nella cronaca del frate domenicano Galvano, scritta due secoli dopo la battaglia di Legnano del 1176. E liquida la pellicola come “filmone astorico e anche costoso … manifesto politico… fiction sentimentale e fumettara… polpettone”. Non le frega un cazzo che Alberto da Giussano sia stato celebrato anche da Giosué Carducci, rettore dell’Università di Bologna e premio Nobel nel 1906. Allora non c’era la Lega da schiacciare.

Però è strana tutta questa esigenza di esattezza storica nei film. Perché quando fa comodo a loro, i compagni non vanno tanto per il sottile. Non solo non rispettano la verità, ma addirittura la stravolgono, come è successo col bombardamento di Guernica, al quale han dedicato ben cinque film. Nel 1950 “Guernica” di Alain Resnais, con Mario Valdemarin. Nel 1978 “Guernica” di Emir Kusturica. Nel 1980 “L’albero di Guernica” di Francisco Arrabal, con Mariangela Melato. Nel 1996 ” Tierra y libertad” di Ken Loach. Nel 2008 “Guernica, la morte dal cielo” di Hanno Bruhl. Guernica, lo sapete, è il paese basco bombardato nel 1937 dai nazifascisti durante la guerra civile spagnola. Bèh: il sito del Manifesto denuncia ancora oggi “più di 1000 morti”, quello di Rainews 1654 morti e 889 feriti (coi numeri rotti si dà più l’idea di un conteggio preciso…), e Rai Educational “più di 2000”. E nei cinque film si sta su quelle cifre. Quella DEVE essere la verità. Lo è per i rossi, quindi devono accettarla tutti. Anche se Stefano Mensurati, conduttore di “Radio anch’io” (quindi uomo Rai, non un camerata nostalgico) ha scritto una spessa monografia sul tema (dopo aver letto oltre 400 volumi e aver consultato gli archivi storici e diplomatici di tutta Europa) da cui risulta inequivocabilmente che i morti furono126. Mensurati è riuscito anche a dimostrare che la cittadina basca era sulla linea del fronte, aveva ben tre fabbriche di armi, ospitava tre battaglioni baschi e costituiva quindi un importantissimo obiettivo militare strategico. Il che sfata la leggenda (propalata dai rossi) del quieto paese agricolo attaccato selvaggiamente, senza motivo, e di sorpresa dai nazifascisti. Al contrario, l’esiguo numero di vittime rispetto alla popolazione (oltretutto l’azione coincise col giorno di mercato, quando i presenti in paese raddoppiavano) dimostra che l’azione fu preannunciata, come han sempre detto i tedeschi, proprio per risparmiare i civili e dar loro il tempo di scappare.

Ma la macchina della disinformazione rossa ha fatto strame di queste verità. Per 70 lunghi anni. E continua anche ora (vedi i siti citati, vedi il film su Guernica del 2008) a snobbarle, come fa con le foibe e i gulag, riservando la sua pignoleria ad Alberto da Giussano. Gente che riesce (strumentalmente) a moltiplicare da 10 a 20 volte i morti di un atto di guerra di 73 anni fa, dovrebbe fregarsene della presenza o meno di un guerriero a un atto di guerra di otto secoli fa, quando tutto era mal documentato e peggio riferito. Invece no. Sul Carroccio fanno i pignoli, e su Guernica (fatto notissimo per l’eco mediatica che ebbe nel mondo, anche grazie al dipinto dedicatogli da Picasso) barano. Persino il dipinto è una mezza bufala. Vi siete mai chiesti come mai in esso non ci sia nulla che raffiguri aerei, bombe o esplosioni? Semplice: inizialmente era stato dipinto in memoria di un famoso torero, e si intitolava “En muerte del torero Joselito”. Poi Picasso, noto comunista (tanto fazioso che gli Usa gli negarono il visto d’ingresso fino alla sua morte, avvenuta nel 1973, cioè 20 anni dopo la fine del Maccartismo) si indignò per il bombardamento, e quando il governo antifranchista gli chiese di esporre un quadro che parlasse della guerra civile spagnola all’Expo Mondiale che si teneva a Parigi quell’anno, mandò quello “in memoria di Joselito” limitandosi ad aggiungervi una colomba. C’est le communisme, messieurs.

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Una risposta a Alberto da Guernica

  1. Federico ha detto:

    Natalia Aspesi? Godetevi la sua recensione di Avatar!
    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/01/17/avatar-due-milioni-in-un-giorno-un.html
    Sottolineo che parla degli occhiali verdi e rossi del 3D: chi ha visto film in 3D dell’ultima generazione sa benissimo che i filtri non sono verdi e rossi ma grigi, essendo filtri polarizzati, e che non e’ vero che “dopo cinque minuti non te ne accorgi piu’, visto che la regia fa in modo che gli effetti 3D siano il piu’ possibile invasivi, tanto per far fare “Oooh” agli spettatori.
    Quindi mi viene da domandarmi una cosa: ma la signora Aspesi il film l’ha visto ? (e’ quindi: l’ha visto Barbarossa?).
    Ovviamente Bossi ce lo infila anche in questa recensione…

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