Michele l'intenditore

whiskyaberlour

Nella filosofia del “sono troppo vecchio per bene vino cattivo” ci sta anche una considerazione: giudicare buono o cattivo il vino è operazione soggettiva, legata ai gusti, sui quali “non est disputandum”, è inutile discutere. Lo dicevano già i latini. Se ci è difficile accettare che la realtà sia tutta un illusione, spaziamo almeno nel margine illusorio che la percezione di essa ci offre. Nel noto esempio del bicchiere riempito a metà e definito mezzo pieno dall’ottimista e mezzo vuoto dal pessimista è ben illustrata quella fascia neutra della percezione influenzata dal carattere e dall’emotività. Nel post del “cambialone”, ad esempio, ho permesso al pessimismo di influenzare la mia percezione dell’economia italiana. E subito Michele mi ha tirato le orecchie. Lui lavora in Confindustria, ha dati reali ed aggiornati. E dice che la tenuta del terziario smonta la tesi del tramonto dell’industria. Se nessuno produce, a chi offri i servizi? A chi vendi la consulenza pubblicitaria, legale, fiscale, amministrativa, sindacale, scientifica, tecnologica, eccetera? E se per ragioni di costi la grande produzione si sposta nei paesi emergenti, la sfida sta nel trovare nicchie (esistono in tutti i settori merceologici) che solo i Paesi di solida tradizione industriale come il nostro sono in grado di gestire.

Nel nord-ovest sono ancora molte (pochi lo sanno) le imprese che prosperano nel tessile. Microboite agguerrite che hanno trovato nella flessibilità e nell’innovazione la loro salvezza: non fabbricano più magliette da due soldi, ma particolari di ricambio per abbigliamento tecnico sportivo. E in quest’ambito hanno pochi rivali. Quando la Cindia arriverà a copiarci anche lì, si tratterà solo di muoverci più velocemente di loro, perfezionando ulteriormente la produzione o trovando nuove nicchie in cui la qualità conti più della quantità. Il nostro settore manifatturiero è oggi il secondo d’Europa (dopo la Germania) e il quarto del mondo (dopo gli inarrivabili Usa, il Giappone e la solita Germania). Un exploit consolidato grazie all’export, e ciò vuol dire che i nostri prodotti, nonostante la globalizzazione, reggono bene il confronto con la concorrenza. Di più: il consolidamento si è avuto tra il 2005 e il 2008, durante la più alta congiuntura internazionale degli ultimi 20 anni, quando era già fortissima la concorrenza asimmetrica dovuta all’esplosione economica di alcuni Paesi asiatici e sudamericani. Se a tutto ciò aggiungiamo che in quegli anni avevamo un Governo di sanguisughe, che invece di sfruttare il momento propizio permettendogli di fare da volano alla ripresa, ha sotterrato di tasse le imprese (su tutti, il D.L. 223/2006), capiamo quanto tosta e ben strutturata sia ancora la nostra industria, capace non solo di resistere a vampiri e mortadelle (Visco e Prodi), ma anche di incrementare la sua quota di export alla faccia dei copioni gialli.

L’obiettivo della governance mondiale (o almeno occidentale) deve essere quello di costringere le economie emergenti ad una maggiore sindacalizzazione e ad un maggior rispetto delle regole di mercato (dalla tutela dell’ambiente a quella dei marchi e dei brevetti), non quello di abbassare paghe e tutele dei nostri lavoratori lasciando che ci copino tutto. La globalizzazione metterà in crisi il settore primario (l’agricoltura) molto più degli altri due, almeno fino a quando dureranno certi assurdi ostruzionismi ecotalebani (il rifiuto degli OGM è, in questo senso, emblematico), ma il fatto che la tanto criticata Italia sia stata quella che ha superato meglio la recente crisi finanziaria mondiale (la peggiore da 70 anni in qua), e che questo ci sia stato riconosciuto dall’Ocse, induce a vedere – qui finisce lo scritto di Michele – il bicchiere mezzo pieno. E mezzo pieno sia, Michele. Magari di buon whisky al malto, visto il tuo nome… Ne approfitto per levarlo in alto e brindare con te all’Italia sconosciuta che mi dipingi, prima di esibirmi in un goliardicissimo “usque ad fundum” che ti costringerà a riempirmelo di nuovo. Non so se sono già troppo vecchio per bere male, ma di sicuro sono troppo goliardo per non bere. Come dicevano i nostri nonni? “Pitòst che gnènte, l’è mèj pitòst”

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Una risposta a Michele l'intenditore

  1. Carlo Stella ha detto:

    Leggo solo oggi le tue interessanti considerazioni nel tuo blog, “L’intenditore Michele”, ed effettivamente mi rendo conto che è più in linea rispetto al più pessimistico “Cambialone” di qualche giorno prima. In merito alle imprese tessili del nord che ora producono accessori, ho il forte timore che la Cindia abbia già in produzione le ultime novità made in Italy. Non so come possa succedere (anzi, immagino si tratti di spionaggio industriale), ma so che alcuni prodotti che qui sono ancora in fase di design e progettazione, là sono già in fase di produzione. E’ un mercato talmente a basso costo (la Nike produce a Nanchino e lo stesso Armani ha laggiù degli stabilimenti manifatturieri), che anche il piccolo imprenditore è tentato dalle sirene cinesi… anzi qualcuno è già partito. Credo che capire come difenderci dal gigante cinese in merito ai plagi sarà la scoperta del secolo. Mi riferisce un amico (notizia da verificare), che i diabolici cinesi hanno cambiato il nome ad una città chiamandola Parma per potervi produrre prosciutti e formaggi…
    (commento di MakMir, lasciato su Facebook)

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