E la tromba non steccò

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Da questi scalini del tunnel sotto la tribuna è sempre uscito il Grande Torino. Da qui uscirono i ragazzini granata in quella famosa partita del 15 maggio 1949 (la prima dopo Superga, solo 11 giorni dopo) contro il Genoa, che per rispetto aveva mandato anche lui la squadra ragazzi. Vincemmo noi 4 a 0, ma la vittoria non ci procurò allegria. Fu solo un magone tremendo, ogni secondo.
Tutti, tutti piangevano, fin da quando i bòcia con addosso quelle maglie scudettate (un po’ larghe, per loro) spuntarono da questa scala, davanti alla tribuna. Li accolse un silenzio tombale, in campo e sugli spalti. Un silenzio impastato di dolore e rotto solo da sommessi singhiozzi, o dal rumore di nasi soffiati con rabbia nei fazzoletti.
Un silenzio che stava per schiacciare i cuori di trentamila persone quando all’improvviso fu lacerato, spazzato via da un’esplosione liberatoria: un ruggito possente si levò dalla folla verso il cielo, un urlo che mi fa venire i brividi ancor oggi a ricordarlo: To-ro! To-ro! To-ro! To-ro!
Ognuno mise in quel grido tutta la rabbia, il dolore e la tensione accumulati in quei giorni di tragedia. Credo che ci sentirono dalla collina, dalle periferie, persino da Superga. Tutti, in campo, avevano il viso rigato dalle lacrime. I giocatori schierati al centro, l’arbitro, i guardalinee, i massaggiatori sulle panchine…
Poi di colpo il silenzio ricadde sul Filadelfia, spegnendo ogni brusio: stava entrando in campo “Mazzolino”, il piccolo Sandro, figlio di Capitan Valentino. Il bambino, che aveva solo sei anni, baciò il pallone, lo posò per terra, diede il calcio d’avvio simbolico e poi, intimidito da quei sessantamila occhi lucidi che lo fissavano, corse a rifugiarsi tra le braccia della mamma. Tutto si svolse in un’atmosfera da acquario, nella totale assenza di suoni. Lunghi momenti di silenzio paralizzante, da trattenere il respiro, talmente sacro ed irreale che nessuno, ma proprio nessuno, se la sentiva di romperlo per primo.
Fu allora che si udì la tromba.
Piango ancora adesso a ricordarlo, non ce la faccio a trattenermi…
Sì, la famosa tromba di Bolmida. Fu lei a rompere quel silenzio, e suonò la carica da sola, una volta, due volte… taràa – taràa – tarà tarà tatàaaaa!!!! L’arbitro sembrò svegliarsi da un sogno. Fischiò il calcio d’inizio vero, e la partita incominciò. Fosse stato per Bolmida, l’anziano capostazione che in quel momento ci soffiava dentro lacrime e saliva, la vecchia tromba avrebbe steccato di sicuro. Ma non steccò, perchè suonava da sola.
Ci soffiavano dentro, dal cielo, i nostri indimenticabili Campioni.
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7 risposte a E la tromba non steccò

  1. missis Horse ha detto:

    un pregevole ricordo del GRANDE TORINO al FILA!

  2. Domenico ha detto:

    Che tristezza quella scala in degrado…quanto contrasto con le emozioni suscitate dai tuoi ricordi, ancora più bello sapere che le hai assimilate da tuo padre.
    Hai fatto piangere anche uno juventino come me, che non ha però ancora perso le speranze di rivedere un GRANDE TORO.

  3. marco ha detto:

    No missis Horse,molto più che un pregevole ricordo…
    Rileggo per la seconda volta questo pezzo con il cuore gonfio e gli occhi lucidi…
    mi sembra di essere in mezzo ai trentamila di respirare quell’aria e di percepire
    quel clima che Manlio ha poeticamente definito d’acquario…mi sento li in questo momento,
    col respiro in affanno e lo sguardo sperso dall’emozione…e adesso aspetto…aspetto che
    Bormida e gli Invincibili diano fiato alla tromba.Intanto piango.

    Dopo la bordata di ieri mi dedico questo pezzo…miglior balsamo per lenire le ferite.
    Grazie Manlio…oggi più che mai.

  4. Marcot ha detto:

    Sai che apprezzo sempre i tuoi scritti ma questo è veramente bello.
    Anche se non ho vissuto in prima persona quegli accadimenti perchè non ancora al mondo,
    da tifoso del Toro mi sono commosso.

    Cerea

  5. Dado ha detto:

    Forza vecchio cuore granata!

  6. Ale Baje ha detto:

    Ho gli occhi lucidi anch’io…
    Grazie Manlio…

  7. Rufina Colvard ha detto:

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