In morte di Danilo Riva

Non serve rimandare, dirsi che certe cose vengono meglio a cuor sereno. Se non lo scrivo adesso, non lo scrivo più, e il ricordo di Danilo, che ieri hanno cremato in mezzo a tanta gente che non conoscevo, svanirà poco a poco nella mia mente. Non che sia un gran male. Voglio dire: capiterà lo stesso di me e di tutti quelli che leggono ‘ste righe. O quasi. Ma Danilo per me non era uno qualunque: era mio compagno di classe al ginnasio ed al liceo, l’amico preferito in convitto, il mio testimone di nozze… Eppure erano anni che non lo sentivo. Nelle grandi città, se non ci fossero i fratelli e le sorelle, sarebbero ben pochi a conservarsi affetti dall’infanzia alla morte. Voglio dire frequentandoli, perché amarli li ami, si sa. Amare non vuol dire per forza frequentare. Uno può amare la montagna e non andarci quasi mai, per mille motivi. E forse l’ama di più proprio per quello. Un amico resta un amico, anche se non lo senti, anche se non lo vedi. Nei paesi è solo più facile vederlo. Te ne parlano (tutti sanno tutto di tutti). Lo incontri anche se non vuoi. Ci son le cene dei coscritti… la messa… le sagre… insomma, lì è più facile. La metropoli, invece, è giungla che travonde e sterma. Insegnava all’Università, Danilo. Mica faceva lo 007, o il velista transoceanico. Bastava fare un numero di telefono. Invece…

Lui e il partito comunista, io e la goliardia. Fu lì che iniziammo a dividerci. Non era un genio, la laurea in architettura la rimediò, come tanti a quel tempo, a forza di esami collettivi e 18 politici, ma ci vedeva lontano, aveva capito che il partito aveva le mani in pasta, negli atenei. E infatti pian piano… prima assistente… poi docente… màh… buon per lui. Io me lo voglio ricordare matricola, con quella risata cavallina che sembrava un nitrito. Nell’afa della prima estate, quando lui sgobbava sui numeri ed io sulle parole, finché uno dei due cedeva e telefonava all’altro. Di solito dopo mezzanotte. Io fregavo la 600 azzurra a mia madre e lo passavo a prendere. Per due stivali di bionda sotto la topia del Boringa, o per “ël gir picieur” (oggi detto “putan tour”): prima Corso Massimo e Via Ormea, dove c’era la mitica sordomuta che mimava il suo menu con bravura da Marcel Marceau. Uno spasso. Poi il centro storico, col brivido del “British museum”, come Danilo chiamava i portoni fiocamente illuminati del quadrilatero (allora più pericoloso del Bronx) dall’interno dei quali vecchie troie laide e truccatissime lanciavano osceni inviti.

Poi quella notte. Quella volta che le birre erano state ben più di due. Usciamo da Boringhieri e vedo là in fondo, oltre il mattatoio, il grattacielo Rai di Porta Susa, allora in fase di rifinitura (mancavano i vetri e le divisioni interne). Gli faccio: “sa, andiamo a cagare fin sul tetto” e lui “dài” come se gli avessi proposto una partita a carte. Strisciamo sotto lo steccato in lamiera e saliamo la scala antincendio fino all’attico. Li capiamo che l’unica via per salire sul tetto è il paranco che gira tutto il perimetro dell’edificio, con appeso il trabiccolo a carrucole dei lavavetri. Un passaggio di sesto superiore. Lo superiamo con l’aiuto del santo dei bimbi e degli ubriachi, e in un amen siamo su. Torino è piccola, là sotto, meravigliosa e illuminata. Stiamo un po’ a guardarla, poi sciogliamo il voto. Sento ancora il vento  fra le chiappe nude. E giù di nuovo fino in strada, prendendo solo nel cantiere, per ricordo, due vetri delle finestre. Li feci poi montare nel tavolino su cui poggia ancor oggi la mia Tv. Uno era il suo, ma me lo regalò. Ci rivediamo sul tetto, Danilo.

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2 risposte a In morte di Danilo Riva

  1. Krap ha detto:

    Manlio. Hai espresso in modo meraviglioso quello che anch’io penso dell’amicizia: anch’io magari non vedo delle persone per anni, e magari neppure per tutto quel periodo ci sentiamo; tuttavia quando ci capita di reicontrarci ci sembra di esserci visti per l’ultima volta soltanto ieri.

  2. patrizia carmignani ha detto:

    Speciale, come sempre.

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