La vecchia mula

E’ strano che un piemontese come me provi una sensazione di rimpianto vagamente patriottico nel vedere la bellezza seducente della costa istriana, sapendola non più italiana. Sono stato tante volte in Costa Azzurra e in Savoia (molto più “mie” in teoria dell’Istria) senza provare quel sentimento. Invece lì vedere quei paesaggi  che la Costa Azzurra neanche se li sogna, mi faceva male al cuore.

Vedevo nella parte più antica dei paesi  l’orma incancellabile dell’architettura latina e veneziana, sentivo l’eco famigliare del dialetto triestino nella parlata degli abitanti, e mi giravano le balle. Si parlava di questo a una cena d’altri tempi (venti persone in una vasta sala da pranzo affacciata sul porto vecchio di Trieste) con gli amici che avevano partecipato alla Barcolana. Eravamo a casa loro, non al ristorante. Per quello dico “cena d’altri tempi”. Un tavolo da venti non so quanti ce l’abbiano, a Torino. Cibi e vini inappuntabili, grande cordialità, età  media sui 60, ceto imprenditoriale di livello medio-alto. Tutti parlavano in triestino stretto. E il bello è che li capivo. 

Ho chiesto alla presidente della Provincia di Trieste (seduta accanto a me, amica di scuola dell’anfitrione) come mai si senta ancora oggi, girando per questa città, la sua profonda italianità. I luoghi comuni su Trieste parlano di atmosfera mitteleuropea come quelli su Torino parlano di falsità e cortesia, eppure mentre dappertutto fioriscono le “lighe” e le tentazioni secessioniste (non soltanto da noi: pensate a paesi baschi, Catalunya, Scozia, Corsica…) qui l’integrità nazionale non si discute. Abbiamo parlato di Roma antica, di Venezia, di Vienna, di risorgimento, di fascismo, persino di Ciullo d’Alcamo. Poi mi ha guardato coi suoi occhi azzurri e seducenti da ex mula istriana e mi ha confessato (lei, di sinistra) che COMUNQUE  l’italianità di Trieste non si discute. Ecco perchè nella perduta Istria a me piemontese giravano le balle… Qui è l’aria a fare quell’effetto.

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Una risposta a La vecchia mula

  1. cli_ ha detto:

    forse posso cercare di spiegarlo, forte dei miei 5 anni a Trieste per l’università.
    ero “quella che parla in lingua”, la straniera. e mi guardavo intorno cercando di capire cosa rendesse la città – che allora davvero non aveva nulla, per la verità nemmeno quell’intrico orripilante di strade e autostrade che incombono ora come fiumi fumosi – così vivace, così divertente, così stranamente giovane e vecchia signora insieme.
    la realtà è che Trieste non ha entroterra, è comunque “estranea” culturalmente ai territori che la circondano, diversa non solo per la particolare bellezza della sua gente mista da secoli.
    quindi i ragazzi studiano lì e poi sono costretti per la gran parte a migrare. ma l’imprinting è forte, la cadenza resta marchiante ovunque si vada a vivere e lavorare nel mondo; forse la bora si insinua in grandi lontananze con refoli di nostalgie insostenibili per cieli mossi e cupi, per la piazza che sembra un lago di riflessi nel sole, per i profumi del carso sopra casa.
    E non esiste triestino che potendo non torni da anziano a vivere lì, per cui la città è essenzialmente luogo di ragazzi e pensionati, con inoffensive intrusioni della popolazione lavoratrice.
    e se avessi provato, come per anni ho provato io, ad essere “emigrante”, meglio capiresti con quanta forza si diventa fieramente ambasciatori e custodi della propria italianità, e quanto istintivamente si abbia il desiderio e il bisogno di tramandarla.
    inoltre Trieste da sempre si è trovata tra molti fuochi, e questa italianità – che è qui veramente sostenuta da abitudini, lingua, necessità di difendere il poco territorio a disposizione, culturalmente supportata con dignità e ironia, è feudo di giovani e anziani: due categorie piene di desiderio di vita ed entrambe bisognose di sentire un’appartenenza.
    La stessa identica atmosfera, con gli stessi atteggiamenti, e che ragionando posso attirbuire alle medesime motivazioni ho trovato inquegli stessi anni a Vienna, similissima per molti versi.

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