Nella quiete dell'alba

In genere colui che in famiglia al mattino s’alza per primo, o chi ha l’incarico di aprire un esercizio (ufficio, laboratorio, negozio) non è invidiato. Lasciare il sonno non piace a nessuno, specie oggi che si dorme – dicono i medici – meno di quanto sarebbe necessario per riassorbire lo stress della vita moderna. Ma c’è una differenza anagrafica nelle reazioni al risveglio. Da giovani si resiste meglio alla mancanza di sonno. Le notti passate in bianco (quelle una doccia e via al lavoro) non lasciano eccessive tracce sull’efficienza operativa. Da anziani no, si pagano, si resta intontiti tutto il giorno. Il sonno dei giovani è profondo, avidamente reclamato dal corpo come il cibo quando si ha fame. Ecco perché di solito hanno risvegli da zombie, e continuano a sognare anche da in piedi, per un bel po’. Gli anziani invece fanno meno fatica ad alzarsi (la natura adegua il carburante-sonno al loro ridotto ritmo metabolico). Ecco perché di solito si mettono a fare i galli con figli e nipoti: in piedi, dormiglioni!

Quand’ero gagno, zietta mi recitava sempre una filastrocca sulle ore che dovrebbero dormire i vari tipi umani: “N’ora ‘l mat – doi ore ‘l savi – tre ore ‘l malavi – quatr ore lë student – sinch ore ‘l regiment – ses ore ogni corp – set ore ogni porc”. Sì, miei cari. La vita di una volta era dominata dalle necessità del lavoro manuale, dai lunghi percorsi da fare a piedi, dalla scarsità di risorse. Non solo l’ora della nanna e del risveglio, ma anche quella dei pasti era regolata dal bisogno di sfruttare al massimo la luce. Ci si alzava al buio per essere già al lavoro al primo chiarore. Di conseguenza si pranzava e si cenava prestissimo: (Cavour alle 11 e alle 18) Ecco perché a quel tempo passavi per un maiale a dormire sette ore, e di più era addirittura inconcepibile.

Oggi il benessere ha spostato in avanti gli orari dei pasti, e si può dormire anche otto ore senza passare per debosciati edonisti. Però è comunque bello alzarsi per primi nel silenzio d’una casa, e darle vita. Aprire le persiane, accendere la radio, il gas sotto il caffè, il boiler… seguire insomma quel preciso rito (per taluni frenetico, per altri volutamente lento) del risveglio. Un susseguirsi d’azioni regolate dal pilota automatico dell’abitudine (il cervello assonnato non è ancora in grado di guidarci), una serie di gesti sempre uguali e mai improvvisati, se non in caso d’emergenza (tipico quello della sveglia non udita). Se siamo i primi ad alzarci facciamo tutto piano, un po’ per non disturbare i vicini (le pareti moderne sono sottili, si sente tutto) e un po’ perché vogliamo far godere il sonno ai nostri famigliari fino all’ultimo istante. Svegliarli dà sempre una stretta al cuore (son belli, i nostri cari, quando dormono, siam belli tutti), perché par quasi di levare il piatto a un affamato che sta mangiando.

Diverso, invece, è svegliare le macchine. Quelle, sembra quasi ci aspettino. Che si trovino in casa, in ufficio o in laboratorio, che si tratti di lavatrici, di computers o di macchine utensili sofisticate, vi è nel nostro gesto di pigiare il pulsante d’avvìo (cui risponde subito l’accendersi di lucine e il ronzare di vita artificiale nella macchina) un surrogato dell’atto creatore. Un piccolo, domestico “fiat lux”. Le macchine e gli utensili manuali sono inutili, se non li adoperi. Possono al massimo far figura, arredare, servire come piani d’appoggio. Solo quando li usiamo ritrovano la loro identità, cioè la ragione per cui sono stati fabbricati e comperati da noi. Solo allora “esistono”. E nella quiete della casa o dell’azienda ancor deserte, sembra che ci ringrazino.

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