La Madelon (ultima puntata)

L’uomo con la barba bianca pescava e meditava (due cose che vanno bene insieme). Sapeva ciò che dei pesci e dei pensieri avrebbe scritto, e sapeva che la solita fedele lettrice gli avrebbe chiesto se doveva prendere quelle parole come una specie di testamento spirituale. La risposta era no. Come i film di Fellini, era solo un susseguirsi criptico (anche se ben girato e suggestivo) di allusioni autobiografiche (la canna tradita che t’aspetta a casa e resta la più importante anche se peschi con altre lenze… il sogno-figlia condannato per sempre a rimanere senza finale… la sete inestinguibile di musiche e di cori…). Ma non un testamento spirituale. Perché per poter stilare una roba simile bisogna aver certezze spirituali da lasciare, e lui non ne aveva. Serbava solo tracce d’intuizioni felici. Quelle, però, non si possono lasciare in eredità, perché sono lampi di perspicacia personali, indimostrabili e non fruibili da altri, coevi o posteri che siano. Sono un regalo dell’esperienza al crepuscolo della vita, un di più vagamente consolatorio, come i bis nei concerti, come gli ultimi pesci catturati a strascico dirigendo la barca verso riva. Né poteva lasciare in eredità la corazzata del dubbio sistematico che gli aveva consentito di attraversare indenne il mare dell’assolutismo (infestato da pirati come i fanatici, i profeti, i catastrofisti, i padroni di certezze, i fideisti, i demagoghi…), fino al porto del relativismo, attraccando all’ormeggio dell’apparenza (quello che sta fra i moli sogno ed illusione).

“La realtà – aveva lasciato scritto Titti – è un sogno (ecco il mistero dei sogni senza finale…), abbracciamo e accettiamo l’illusione, perché solo oltre l’esistenza si annida la verità.” (ecco il senso di colpa per aver voluto sbirciare, con le sedute spiritiche, la verità dietro il velo, pur restando al di qua dell’esistenza…). Non era certo di Bisdie quella frase, ma nell’averla scelta a 15 anni e scritta sulla porta della cameretta, l’aveva fatta sua. Così come le altre: “A volte basta un attimo per dimenticare una vita (ecco il colpo del suo cranio contro la palina, ecco i pesci che per un attimo d’ingordigia sull’esca dimenticavano la vita dibattendosi sul fondo della barca…), ma a volte può servire una vita per dimenticare un momento (ecco il dolore implacabile di barba bianca: gli sarebbe servita la vita intera per dimenticare il momento del colpo). E poi la frase-clou “Just one moment… can change everything” (un solo istante… può cambiare tutto). Quella aveva lasciato di stucco chi l’aveva letta “dopo”, tanto sembrava una lucida profezia (compresi i suoi tre puntini di sospensione, non richiesti dalla sintassi). Davvero. Quelle frasi sì, che potevano sembrare un testamento spirituale di Mari, anche se lei non le aveva certo scritte con quell’intento. O almeno non aveva quell’intenzione a livello cosciente: quando certe sensazioni premonitorie emergono dagli abissi dell’inconscio, assumono di solito forme razionali, anche se sottilmente ambigue. “Sappi che sei una piccola goccia in mezzo al mare (e lui in quel momento era proprio una piccola macchia in mezzo al mare, visto dal Santuario della Madonna della Guardia, in cima al monte che sovrasta Alassio…), ma sappi anche che senza quella piccola goccia il mare sarebbe più piccolo…” (e qui lui sentiva l’amore tenero della figlia)

E ancora: “Solo i ricordi uniscono ciò che il destino separa…” (separava lui da Titti prima d’ogni altro essere, ma anche da Madelon, Giugi, Mailiben, nonna Nora, Dodo e tutti gli altri…). Non era un tratto originale, la tavolozza di suggestioni personali con cui dipingeva i ricordi recenti e remoti, bensì un luogo comune. Tutti quelli che sentono la mano fredda di Catlin-a sulla spalla si appoggiano ai ricordi. E non solo da anziani. Quella mano inizi a sentirla quando smetti di crederti immortale come i giovani. Può capitarti in età diverse, e te ne accorgi perché cessi d’esser curioso della vita, di ridere e di far progetti. E’ un po’ come quando il pescatore decide che basta, e tira su la lenza, appoggia la canna (senza disarmarla) al cassero della barca, salpa l’ancora e dirige la prora verso casa. Anche se in cuor suo si riserva di fare ancora qualche lancio durante il rientro, saranno comunque dei supplementi, pur se premiati da ulteriori prede. Un di più vagamente consolatorio, come le intuizioni regalate dall’esperienza al crepuscolo della vita.

Un’intuizione di quel tipo, ad esempio, gli aveva fatto associare l’amore-Madelon (ce n’est que Madelon, mais pur nous c’est l’amour…) alla morte-Catlin-a. La canzone era stata scritta nel 1914, quando la prima battaglia della Marna aveva già fatto mezzo milione di morti tra francesi e tedeschi (cioè un milione di genitori amputati di un figlio, come lui: queste cifre lo facevano meditare, specie se rapportate al delirio suscitato in Italia dai 21 soldati caduti in Afghanistan), e la maison dove Madelon serviva da bere era uno dei tanti bordelli di retrovia dove i militaires reduci dall’inferno della prima linea (e destinati a tornarvi) trovavano repos et plaisir . Cioè trombavano, probabilmente anche con la sorridente Madelon dallo sguardo malizioso (comme son vin son oeil pétille…). Una scopata (atto che genera vita) per esorcizzare la guerra (atto che genera morte). Non era nuovo l’accostamento eros-tànatos. L’immagine della morte-donna che seduce i militari era presente anche nel finale del canto di Salò “Le donne non ci vogliono più bene“: «…ce ne freghiamo, la signora morte – fa la civetta in mezzo alla battaglia – si fa baciare solo dai soldati – sotto, ragazzi, facciamole la corte – diamole un bacio sotto la mitraglia – lasciamo le altre donne agli imboscati!». Spesso infatti (e non solo per i militari) l’immagine della morte è gentile e sorridente (…fa la civetta…) proprio come la servetta del cabaret “Au tourlorou”, e come lei si prende gioco di chi ha paura, di chi non sa come affrontarla per farsela amica. «Quand Madelon vient nous servir à boire – sous la tonnelle on frôle son jupon – et chacun lui raconte une histoire – une histoire à sa façon». Quando Catlin-a/Madelon si avvicina per servirci le ultime bevute, cerchiamo tutti di sedurla di nascosto, e ciascuno di noi le racconta una storia, la ‘insapona’ a modo suo. Era quella l’intuizione. Ciò che l’uomo con la barba bianca e l’anima stanca avrebbe scritto sulla pesca e sui sogni non sarebbe stato un testamento spirituale, ma solo una delle storie che lui (da quando Titti era volata via) raccontava ogni giorno e ogni notte a Madelon. A modo suo.

(fine)

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5 risposte a La Madelon (ultima puntata)

  1. Pingoss ha detto:

    Commenti assenti nelle ultime due puntate. Ci siamo sentiti sull’orlo dell’urlo. Strozzato dalla dalla tua compostezza ma ugualmente lacerante per tutti coloro che ti vogliono bene o che hanno figli.
    E questa puntata non suscita commenti. Abbracci, se mai, perchè l’aspettavamo con dolore e, anche, come una liberazione dal peso che ci premeva i polmoni.

  2. girasole_ ha detto:

    comunque, dicevo:
    fine?
    troppo riduttivo.
    aspetto quindi, convinta che definire questa l’ “ultima” puntata sia troppo semplicisticamente ispirato al diritto che reclami di pigrizia da aspirante pensionato.
    datti una mossa, e di questa massima terapia che è lo scrivere, cambia posologia, che ultimamente batti la fiacca. ma che ti credi? noi ti leggiamo perchè abbiamo bisogno della stessa medicina.

  3. girasole_ ha detto:

    un’ultima cosa: oltre che alla Madelon, forse potresti ispirarti anche a quella che è stata la ninnananna che sentivo da mio padre: auprès de ma blonde (stessa origine, stessa ammiccante malizia)

  4. Domenico ha detto:

    Grazie Pingoss, hai interpretato perfettamente il mio stato d’animo, mi associo agli abbracci a Manlio.

  5. Dado ha detto:

    Si, Manlio…
    Scrivi di più, per favore!

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