Col dito infilato nella diga

Un lettore (che dev’essere di quelli cresciuti a filetto e Marx) mi ha scritto una mail in cui si duole del mio (secondo lui esagerato) filoberlusconismo: “I suoi, signor Collino, sono discorsi da barbiere, e la goffaggine con cui ogni tanto prova ad imbastire un’apologia del Cavaliere definendolo un argine non desiderabile ma necessario all’ondata comunista è tanto ridicola quanto terribilmente vicina all’ignoranza che attribuisco al volgo che entrambi tentate di imbonire”. Balza subito agli occhi il suo classismo alla rovescia, il suo elitarismo radical-chic, tipico degli intellettuali rossi, secondo i quali il “volgo” (notate il termine desueto e snob, che evoca l’Orazio del “odi profanum vulgum et arceo”) è sempre ignorante, e il popolino dei bottegai (qui identificato nei barbieri) spara cazzate per antonomasia, mentre i discorsi profondi li sanno fare solo loro, i compagni “saputi”.

Tutto questo fa suonar falsa l’accusa mossami nel finale del messaggio, di voler imbonire il popolino. Proprio io che non considero mai ignorante a priori (condicio sine qua non per imbonire) nessuno. Io che in genere preferisco ascoltare che parlare, perché quel che penso lo so già, mentre dagli altri mi può arrivare il flash, il dato ignoto, lo stimolo a veder le cose da un’angolazione diversa e non immaginata. Passo le mattine fra rassegne stampa, giornali on-line e Internet, e mi si accusa di qualunquismo? Tra l’altro il qualunquismo, a parte la sua veste post-bellica di movimento politico (l’Uomo Qualunque di Giannini), ebbe come corrente di pensiero estimatori illustri tra cui Guareschi (“Le osservazioni di uno qualunque”) e Montanelli, che lo nobilitò a stile giornalistico. Ma per gli intellettuali rossi “impegnati” rimase sempre (e resta ancor oggi) sinonimo di disimpegno, cioè un insulto. Che io sono abituato a respingere fin da quando, negli anni ’60 era rivolto con disprezzo dai compagni a noi goliardi, e che anche Giuliano Ferrara ha respinto sul Foglio, scrivendo: “C’è qualcosa di magnificente e invidiabile nel nostro stile di vita lamentoso e abbastanza confortevole, nel nostro gran circo del poco lavoro e delle molte garanzie, tra Stato protettivo e libertà d’interruzione di pubblico servizio. Lo trovate un discorso qualunquista? No. Non è qualunquismo, nemmeno nella versione nobile del Montanellismo, perché la lotta fra il modesto meglio e il modesto peggio ha in sé le sue ragioni, e anche la disillusione va presa con le pinze, sennò è un altro birignao”.

Liquidato per l’ennesima volta l’argomento “qualunquismo” (e quasi rimpiango d’averlo fatto, perché con Guareschi, Montanelli e Ferrara starei in buona compagnia…) voglio chiudere il post con l’espressione che più mi ha fatto pensare, nel livoroso messaggio del mio detrattore rosso. Mi riferisco a quel suo accusarmi di presentare Berlusconi al volgo come “argine non desiderabile, ma necessario”. E’ vero, cribbio! Cavaliere, mi consenta, ma io parlando di argine l’ho dipinta proprio come il famoso olandesino del racconto, quello che col dito piantato nel buco della diga impediva che la medesima crollasse. E sa cosa le dico? Che agli olandesi non fregava un cazzo se il piccolo tappa-falla era ricco, povero, pregiudicato, esibizionista, nano, calvo o puttaniere. L’importante era che tenesse.

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2 risposte a Col dito infilato nella diga

  1. dalai piciu ha detto:

    Pensiero qualunquista.
    Se in Agosto resti in città sei nella solitudine e nella desolazione del tutto chiuso, e stenti persino a trovare il cibo. Se invece vai in villeggiatura devi subirti la peggiore baraonda di tutto l’anno, che mette a dura prova le tue tasche ed i tuoi nervi. Ergo, Agosto è veramente il peggior mese. Sopportiamolo, ma che passi presto e senza troppi danni !

    Libero Calca, il Dalai Picio del Cornus

  2. Roberto Clerico ha detto:

    Si, vabbé, ma il buon olandesino lo faceva gratis …

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