Un triumph chiamato desiderio

Come mai la curva della richiesta (e quindi il prezzo) nelle auto d’epoca registra un’impennata per i modelli che hanno dai 30 ai 50 anni, e poi s’abbassa? Me lo spiegava ieri un noleggiatore d’auto “retrò” per matrimoni: chi s’accosta a quel tipo di mercato (voluttuario e di lusso) di solito ha raggiunto il massimo potere d’acquisto, il che statisticamente avviene intorno ai 50 anni, e a quell’età desidera possedere le auto che lo facevano sognare quand’era bambino, adolescente, giovanotto. Così il loro prezzo, gonfiato dalla domanda più che dal valore intrinseco, risulta sproporzionato rispetto a quello di modelli più antichi e rari.

Perché compriamo lo spider Triumph (chi può) o anche solo la 500 Abarth “col cofano dietro alzato”, e lasciamo lì magari una Fiat 522 che costerebbe poco di più? Perché questa l’abbiamo vista solo in foto, mentre quelle le vedevamo sfrecciare da ragazzi, le desideravamo, erano i nostri sogni proibiti. Col loro acquisto chiudiamo un vecchio contenzioso col mago desiderio. E’ lo stesso meccanismo psicologico per cui i padri comprano il meccano ai figli, che invece vorrebbero la playstation. Ma beati quelli che hanno avuto ed hanno ancora desideri inappagati: vedete come sono duri a morire, come ci accompagnano avanti, nella vita!

Dicono che la felicità non consista nell’avere ciò che si desidera, ma nel desiderare ciò che si ha. E’ solo un gioco di parole: vuol dire che per esser felici bisognerebbe sapersi accontentare. Però che suono triste ha quel verbo: accontentarsi, parente del rassegnarsi e dell’arrendersi! Sembra il campo intermedio d’una scalata a un 8000 interrotta dal maltempo, sembra la pennichella del mago desiderio, sembra la fata speranza chiusa in cesso. Chissà se la felicità sta davvero nell’accontentarsi, cioè in quella tenda da smontare, in quel russare, in quel vano bussare alla porta del WC? Nessuno sa dir bene cosa sia, la felicità, e al pari dell’amore sembra sia diversa secondo chi la prova. Ha una sola caratteristica certa: non appartiene al presente. E’  uno stato emotivo influenzato dalla psiche, uno stato che tu proietti nel futuro con la speranza e la fantasia, e lì riesci a immaginarla, così come riesci a identificarla nel passato, quando la nostalgia e la saggezza del poi ti fan capire d’esser stato felice senza accorgertene. Nel presente, se non vuoi accontentarti (cioè fermarti, rassegnarti) puoi solo desiderarla o rimpiangerla. Magari lei è  lì, ma non ti è dato saperlo: senti solo, nel confuso del cuore,  il suo sussurro: “cercami”…

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3 risposte a Un triumph chiamato desiderio

  1. girasole ha detto:

    sapere
    mi faceva soffrire

    credere
    mi faceva dannare

    conoscere
    mi faceva sperare

    per questo
    ora mi accontento

    di avere soltanto
    un’intuizione

    che tutto
    potrà contenere.

  2. cli_ ha detto:

    Lentamente
    senza sbirciare
    dentro
    riponi la scatola
    dagli spigoli usurati

    sul più alto scaffale
    che le ginocchia incerte
    ti lasciano
    raggiungere
    senza farti cadere.

    e’ quello il posto dei ricordi
    lontano da non cascarti addosso.

  3. donato ha detto:

    grazie, Manlio. Sai sempre entrare nel profondo del cuore. I tuoi scritti, mai banali,
    sono come la scia di buon profumo lasciata dal passaggio di una bella donna, come le note
    di una canzone triste che continua a risuonare dentro di te anche dopo la fine del brano.

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